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domenica 4 ottobre 2020

Tutta la pienezza in lui

INTRODUZIONE

Se c'è un principio cardine nel Cristianesimo questo può essere identificato nella centralità della persona vivente di Gesù Cristo: la centralità nella sua relazione con Dio, nel riscatto del cosmo e della miseria umana attraverso il suo sacrificio e  secondo il proposito eterno del Padre. Questa centralità accomuna tutto il Nuovo Testamento ma viene espressa in modo particolarmente evidente in una serie di brani. Uno di questi lo troviamo nella Lettera ai Colossesi.

Questa lettera è stata scritta per rafforzare la fede della comunità destinataria ma soprattutto per correggere alcuni gravi errori nei quali questi credenti erano caduti. Nella lettera possiamo trovare alcuni indizi su questi errori dottrinali: una credenza a riguardo degli angeli e degli elementi dell'universo (2:8), l'osservanza di una disciplina alimentare, di feste, noviluni, sabati in una forma di esaltazione delle pratiche ascetiche. I promotori di questi insegnamenti devono essere sorti all'interno della fede cristiana ma vennero tacciati dall'autore dell'epistola di non essersi mantenuti stretti al capo, ossia, a Cristo. Ecco che abbiamo trovato quindi il tema principale di questa lettera e di questa mia esposizione.

1. TUTTA LA PIENEZZA

Colossesi 1:19 Poiché al Padre piacque di far abitare in lui tutta la pienezza.


Tutto ha origine in una decisione del Padre, che la teologia cristiana chiama decreto di Dio. I decreti di Dio riguardano i progetti che Dio ha stabilito dall'eternità e che in seguito egli ha puntualmente mandato ad effetto nel mondo e nella storia. Il più importante riguarda proprio il ruolo del Figlio ed è testimoniato da alcune Scritture dell'Antico Testamento che ben presto sono state interpretate dalle comunità cristiane in questo modo. Tra le più importanti troviamo il Salmo 2 e il Salmo 110:


Io annuncerò il decreto:

Il SIGNORE mi ha detto: «Tu sei mio figlio,

oggi io t'ho generato.

Chiedimi, io ti darò in eredità le nazioni

e in possesso le estremità della terra.

Salmo 2:7-8

Questo Salmo messianico descrive originariamente l'intronizzazione di un re di Israele ma il suo significato messianico trascende un singolo evento storico per descrivere profeticamente il momento, nell'eternità fuori dal tempo, in cui Dio Padre ha formulato il decreto di autorità del Figlio e la sua eredità nelle nazioni e proprietà in tutta la terra. Appare chiaro già qui che il potere del Figlio deriva da quello del Padre e che il suo esercizio manifesta un perfetto accordo tra loro, tale che nelle azioni del Figlio si possa ravvedere con esattezza la volontà del Padre. Possiamo considerare però ora anche un secondo esempio.

Il SIGNORE ha detto al mio Signore:

«Siedi alla mia destra

finché io abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi».

Salmo 110:1 

E' significativo per questo caso leggere come Gesù ha citato questo versetto:

Gesù, mentre insegnava nel tempio, disse: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è Figlio di Davide? Davide stesso disse per lo Spirito Santo:

"Il SIGNORE ha detto al mio Signore:

'Siedi alla mia destra,

finché io abbia messo i tuoi nemici sotto i tuoi piedi'".

Davide stesso lo chiama Signore; dunque come può essere suo figlio?» E una gran folla lo ascoltava con piacere.

Marco 12:35-37

Il paradosso che Gesù evidenzia agli scribi riguarda la natura del Messia. In quanto discendente di Davide, infatti, doveva essere inferiore a lui ma Davide stesso in quanto autore del Salmo lo definisce suo Signore: come mai? Evidentemente, pur essendo suo discendente, la natura dell'autorità di Cristo non doveva essere solamente derivante dalla sua stirpe regale umana ma da un ordine di natura superiore: l'autorità di Dio. Questa conclusione fa emergere dalle nebbie del mistero l'identità e la vera autorità di Gesù Cristo in quanto Figlio di Dio non secondo le concezioni antiche di questo titolo in Israele (al pari di qualsiasi re del popolo eletto) ma con un rapporto filiale rispetto al Padre che l'evangelista Giovanni definirà con il termine "unigenito". Gesù è Figlio di Dio in un modo unico, speciale e diverso rispetto ai re del passato e a tutti i credenti che possono dirsi figli di Dio. In cosa consiste però questa unicità? Nell'avere in sé tutta la pienezza a differenza di chiunque altro in cielo e sulla terra. Nello gnosticismo, e molto probabilmente nella dottrina erronea di Colossi, il pleroma - ossia la pienezza - rappresentava l'intero sistema di potenze celesti e di spirituali emanazioni che procedevano da Dio. Ecco quindi che questa idea viene spazzata via dalla completezza di Gesù Cristo e dalla mancanza di necessità di altri intermediari. Come leggiamo anche nella Prima Lettera a Timoteo, c'è infatti un solo Dio e un solo mediatore tra lui e gli uomini: Cristo Gesù uomo. 

2. TUTTA LA RICONCILIAZIONE

Colossesi 1:20a ...e di riconciliare con sé tutte le cose per mezzo di lui...

La mediazione di Cristo ha alcune caratteristiche uniche oltre a quella della sua esclusività: il fatto di avere uno scopo preciso e un'efficacia totale. 

Lo scopo dell'incarico di mediazione del Figlio, infatti, è ben preciso ed è quello di realizzare una riconciliazione tra il Padre e tutte le cose create. Il termine tradotto con "riconciliare" viene reso al meglio dall'immagine della riconciliazione tra due sposi che hanno deciso di divorziare. Laddove c'era amore e una completa unione ora si trova ostilità e separazione, ma nonostante la grande difficoltà rimane la speranza di una riconciliazione. Probabilmente ora ci sono delle ferite nell'anima, dei tradimenti nella fiducia, ma per quanto arduo è sempre possibile intraprendere un percorso di restaurazione. Questo è il percorso che Cristo ha intrapreso per volontà del Padre verso di noi. Adamo e Eva hanno tradito la fiducia del Creatore, Israele ha tradito il rapporto con il suo Dio rivolgendosi frequentemente a divinità straniere (idoli) arrivando a uccidere i profeti che denunciavano queste trasgressioni. Per questo motivo il Figlio di Dio è intervenuto in prima persona per ricucire uno strappo avvenuto non solo con l'umanità ma, per estensione, con l'intera creazione sottoposta a vanità anche se non per sua stessa volontà. Questa riconciliazione però non è avvenuta gratuitamente né senza sacrificio.

3. TUTTO IL CREATO

Colossesi 1:20b avendo fatto la pace mediante il sangue della sua croce; per mezzo di lui, dico, tanto le cose che sono sulla terra, quanto quelle che sono nei cieli.

La pace che possiamo vivere, infatti, è stata ottenuta da Cristo attraverso il sangue della sua croce, ossia attraverso la sua morte. Una morte non accidentale ma accolta in modo sofferto e consapevole come unico modo per ripristinare l'armonia perduta. Ogni riconciliazione ha un prezzo e in questo caso è stato il più alto. L'iniziativa è stata di Dio, in accordo con il Figlio, in modo univoco. Di questo accordo ne beneficia ogni cosa sulla terra e nel cielo in quanto la direzione verso cui stiamo andando è il ritorno di Cristo e il compimento di una piena rigenerazione in lui di ogni cosa. Dicendo questo però non dobbiamo pensare a una generica e universale salvezza per l'umanità nella sua interezza in quanto è necessario che ogni individuo conosca e accolga consapevolmente il dono di Dio, e che decida di rinnovare la propria mente seguendo i pensieri e la volontà rivelata del Creatore per poter essere trovato allineato all'ordine del mondo che verrà. Sia che questa decisione derivi dal libero arbitrio umano sia che derivi dalla prescelta divina, anche se la pace conquistata è universale essa non si può sperimentare senza una consapevolezza personale. La buona notizia del Vangelo, tuttavia, è che questo dono esiste. Questo dono si può accogliere. Perché questa è la volontà di Dio.  

CONCLUSIONE

Una delle vette della cristologia del Nuovo Testamento compare nel primo capitolo della Lettera ai Colossesi. In questo testo apprendiamo che è stata la volontà del Padre far abitare tutta la pienezza della divinità solo e unicamente in Gesù Cristo e non in una moltitudine di esseri spirituali. Egli è l'immagine del Dio invisibile, è il Figlio Unigenito di Dio e l'unico in grado, con il proprio sacrificio di sangue, di riconciliare con sé gli uomini così come tutto il creato. 

Nonostante le difficoltà e sofferenze del tempo presente, dunque, c'è una speranza di trovare comprensione, perdono, riscatto e restaurazione presso Dio e questa speranza è presente esclusivamente in Gesù. Tanto le cose che sono sulla terra, quanto le cose che sono nei cieli, trovano la propria pace proprio in lui. 

domenica 12 aprile 2020

«Rabbunì!»


















INTRODUZIONE

Seguendo l'approfondimento biblico di due giorni fa dedicato al racconto della crocifissione di Gesù nel Vangelo secondo Giovanni, arriviamo oggi al racconto della resurrezione del Signore così come descritta da questo stesso Vangelo. 

Già sei anni fa ho dedicato uno studio a una particolare allusione in questo brano, ma in questa nuova occasione vorrei offrire più che altro uno sguardo d'insieme alla sua narrazione e teologia di riferimento.

L'evento della morte di Gesù è stato inatteso e traumatizzante per tutti i suoi discepoli, a tal punto che una costante tra i vari racconti delle sue apparizioni da risorto nel Nuovo Testamento è proprio quella di non essere inizialmente riconosciuto. Un particolare imbarazzante per un popolo contraddistinto dalla propria fede, ma che in modo onesto testimonia lo stupore dei discepoli e amici di Gesù di fronte a una manifestazione così straordinaria. Anche Giovanni non nasconde questo fatto, ma lo presenta nel suo racconto al pari degli altri evangelisti, aggiungendo però i propri aspetti peculiari. Avviciniamoci dunque per prima cosa alla lettura del nostro testo.

LA LETTURA
Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. Allora corse verso Simon Pietro e l'altro discepolo che Gesù amava e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'abbiano messo». Pietro e l'altro discepolo uscirono dunque e si avviarono al sepolcro. I due correvano assieme, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse primo al sepolcro; e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro, e vide le fasce per terra, e il sudario che era stato sul capo di Gesù, non per terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide, e credette. Perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti.  I discepoli dunque se ne tornarono a casa. Maria, invece, se ne stava fuori vicino al sepolcro a piangere. Mentre piangeva, si chinò a guardare dentro il sepolcro, ed ecco, vide due angeli, vestiti di bianco, seduti uno a capo e l'altro ai piedi, lì dov'era stato il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?» Ella rispose loro: «Perché hanno tolto il mio Signore e non so dove l'abbiano deposto».  Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Gesù le disse: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» Ella, pensando che fosse l'ortolano, gli disse: «Signore, se tu l'hai portato via, dimmi dove l'hai deposto, e io lo prenderò». Gesù le disse: «Maria!» Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: «Rabbunì!» che vuol dire: «Maestro!» Gesù le disse: «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli, e di' loro: "Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro"». Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore, e che egli le aveva detto queste cose. 
Vangelo secondo Giovanni 20:1-18
IL COMMENTO

Se il titolo dell'articolo che ho scritto per il racconto della crocifissione è stato preso dalle ultime parole di Gesù («È compiuto!»), quello del presente approfondimento è tratto - in ideale risposta - dalla parola della prima persona che ha incontrato il Signore risuscitato («Rabbunì!»)

I quattro evangelisti sono concordi nell'evitare di descrivere il fatto in sé della resurrezione, in quanto evidentemente non ci sono stati testimoni oculari, mentre raccontano le varie manifestazioni del Risorto. Il nostro brano comincia prima dell'alba quando Maria Maddalena si reca al sepolcro, trovandolo vuoto. Il primo pensiero di Maria di fronte alla tomba vuota è stato quello di un trafugamento del cadavere. Questo dato mostra il generale sentimento di scoraggiamento e disfatta vissuto in questi tragici giorni dai discepoli di Gesù, tanto più che neanche Pietro e "l'altro discepolo" pensavano inizialmente a qualcosa di diverso. La spiegazione data dall'evangelista è che non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. Non viene specificato quale Scrittura ma tra le varie ipotesi troviamo i seguenti contesti:
Poiché tu non abbandonerai l'anima mia in potere della morte,né permetterai che il tuo santo subisca la decomposizione. 
Salmo 16:10 
Ma il SIGNORE ha voluto stroncarlo con i patimenti.Dopo aver dato la sua vita in sacrificio per il peccato, egli vedrà una discendenza, prolungherà i suoi giorni, e l'opera del SIGNORE prospererà nelle sue mani.Dopo il tormento dell'anima sua vedrà la luce e sarà soddisfatto; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, si caricherà egli stesso delle loro iniquità.Perciò io gli darò in premio le moltitudini, egli dividerà il bottino con i molti, perché ha dato se stesso alla morte ed è stato contato fra i malfattori; perché egli ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i colpevoli. 
Isaia 53:10-12 
In due giorni ci ridarà la vita; il terzo giorno ci rimetterà in piedi, e noi vivremo alla sua presenza. 
Osea 6:2
Troviamo evidente il fatto che l'immagine del servo sofferente di Jahvè, applicata alla morte di Gesù, sia stata probabilmente coinvolta anche in merito alla sua resurrezione. Gesù infatti alla luce degli scritti sacri è stato progressivamente compreso dalle comunità cristiane come l'Unto e il Figlio di Dio, titoli questi che hanno assunto sfumature via via più chiare e definite nel corso del I secolo. Il nostro evangelista scrivendo alla fine di questo periodo di maturazione teologica, e quindi forte di questa consapevolezza, giustifica in tal modo lo smarrimento dei discepoli. Gli apostoli, i discepoli di Emmaus, Maria Maddalena....tutti questi protagonisti neotestamentari hanno avuto bisogno di un "segno di riconoscimento" di Gesù, il quale peraltro non ha mai mancato di darlo così come nel nostro caso. 

Entrando nel cuore della narrazione, dopo il richiamo di Maria, Pietro e l'altro discepolo accorrono al sepolcro, e qui trovano le fasce per terra e il sudario piegato in un luogo a parte. Per l'altro discepolo (secondo la tradizione cristiana Giovanni stesso) basta la vista del sudario per credere. I discepoli dopo questi avvenimenti tornano a casa e resta solo Maria al sepolcro. Qui vede due angeli e, dopo un breve dialogo con loro, vede anche un'altra persona in piedi non riconoscendovi proprio Gesù e pensando fosse l'ortolano. Letteralmente però il termine utilizzato sarebbe da tradurre con "il custode del giardino", o "il giardiniere" secondo un'allusione che guarda addirittura al Cantico dei Cantici. La scena quindi sfuma nella simbologia del giardino, dell'amata e del dodì, ossia l'amato, che ha in questo appellativo la radice del nome di Davide, antenato del Messia. In questo quadro, Maria però ancora non capisce e chiede dove sia il corpo senza vita di Gesù. E proprio lui risponde, chiamandola per nome, ed è esattamente in questo momento che ella lo riconosce. Evidentemente si avvicina a lui perché Gesù subito dopo dice "non trattenermi" o "non toccarmi", portando a compimento la cifra stilistica del Cantico che rende la ricerca reciproca e mai conclusa dei protagonisti il proprio elemento distintivo. 
"Per Giovanni dunque, Gesù è il Messia-Sposo che si sottrae non per scomparire, ma per dare tempo all'amore di trovarlo."1 
Il primo segno miracoloso di Gesù è avvenuto durante uno sposalizio, e nella sua  prima manifestazione dopo la risurrezione egli si presenta come lo Sposo, che tuttavia non è ancora pronto per le sue nozze (le nozze dell'Agnello) e deve lasciare ancora del tempo senza la sua presenza. Proprio per la necessità di salire a breve al Padre dà a lei - una donna! - la missione di annunciare agli altri discepoli e apostoli la sua resurrezione. 

L'ATTUALIZZAZIONE 

Come abbiamo visto il brano in questione è senza dubbio custode di una grande ricchezza teologica. Da una parte abbiamo lo sconforto e la sofferenza dei discepoli di Gesù e dall'altra la sua impensabile sconfitta della morte con la resurrezione, che apre a uno straordinario nuovo squarcio di luce, speranza e vittoria. I passi dei credenti non possono essere diversi da quelli del proprio Maestro ed è per questo che anche nella sofferenza e prova più intensa nella nostra vita il nostro sguardo deve restare fisso sul potere del Risorto e sul nostro futuro di resurrezione, vissuto al momento presente solo in forma di anticipazione. Non c'è resurrezione senza crocifissione ma per i cristiani non c'è neanche sofferenza e morte senza che ci sia subito dopo una trasformazione nella vita eterna. 

Nello specifico, stiamo vivendo in un tempo di assenza corporale del Signore, ma il Paracleto - ossia lo Spirito Santo - è stato mandato proprio per guidare ognuno di noi verso tutta la verità. Come Maria Maddalena non possiamo "trattenere" il Signore ma possiamo vivere in piena comunione spirituale con lui e fare nostro il grido della intera Chiesa - Sposa di Cristo - che di generazione in generazione invoca: «Vieni». E ascoltare la sua voce che garantisce: «Sì, vengo presto!»

Amen! Vieni, Signore Gesù!



NOTE BIBLIOGRAFICHE E SITOGRAFICHE

- [1] Pier Luigi Galli Stampino e Elena Lea Bartolini De Angeli, Parola & parole, Periodico dell'Associazione Biblica della Svizzera Italiana, Settembre 2013 - Numero 14, p. 76.

venerdì 10 aprile 2020

«È compiuto!»




INTRODUZIONE

Annualmente il mondo cristiano ritrova un tempo speciale per riflettere in modo particolare sulla morte del Signore e sulla sua risurrezione, sul significato di questi eventi e sui benefici che ne conseguono. L'anno scorso ho approfondito il drammatico racconto della crocifissione di Gesù seguendo la narrazione del Vangelo secondo Marco, evidenziando lo stretto legame tra quest'ultimo e il Salmo 22. 

Quest'anno invece vorrei cogliere lo stesso racconto non più dal primo ma dall'ultimo Vangelo ad essere stato scritto: il Vangelo secondo Giovanni. Sappiamo che rispetto ai Sinottici questo scritto ha delle peculiarità uniche: un approccio fortemente teologico, una cronologia basata sulle festività ebraiche, la riduzione del numero di miracoli presentati (segni) caricati però di una forte carica simbolica, e altri ancora. Queste caratteristiche e diversità non devono essere considerate in contrapposizione con gli altri Vangeli ma come completamento. Lo studioso Wim Werem nel suo libro "Finestre su Gesù" presenta al meglio il concetto, spiegando che i diversi Vangeli sono come finestre differenti che offrono prospettive diverse dell'interno di una stanza, al centro della quale si trova Gesù. 

Per prima cosa, dunque, avviciniamoci alla lettura del brano di riferimento dal quale potremo, in un secondo momento, partire insieme per fare alcune  importanti riflessioni.

LA LETTURA 
Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso. Presero dunque Gesù; ed egli, portando la sua croce, giunse al luogo detto del Teschio, che in ebraico si chiama Golgota, dove lo crocifissero, assieme ad altri due, uno di qua, l'altro di là, e Gesù nel mezzo. Pilato fece pure un'iscrizione e la pose sulla croce. V'era scritto: GESÙ IL NAZARENO, IL RE DEI GIUDEI. Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; e l'iscrizione era in ebraico, in latino e in greco.  Perciò i capi dei sacerdoti dei Giudei dicevano a Pilato: «Non lasciare scritto: "Il re dei Giudei"; ma che egli ha detto: "Io sono il re dei Giudei"». Pilato rispose: «Quello che ho scritto, ho scritto». I soldati dunque, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una parte per ciascun soldato. Presero anche la tunica, che era senza cuciture, tessuta per intero dall'alto in basso. Dissero dunque tra di loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocchi»; affinché si adempisse la Scrittura che dice: «Hanno spartito fra loro le mie vesti, e hanno tirato a sorte la mia tunica». Questo fecero dunque i soldati. 
Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena. Gesù dunque, vedendo sua madre e presso di lei il discepolo che egli amava, disse a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio!» Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!» E da quel momento, il discepolo la prese in casa sua. Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era già compiuta, affinché si adempisse la Scrittura, disse: «Ho sete». C'era lì un vaso pieno d'aceto; posta dunque una spugna, imbevuta d'aceto, in cima a un ramo d'issopo, l'accostarono alla sua bocca. Quando Gesù ebbe preso l'aceto, disse: «È compiuto!» E, chinato il capo, rese lo spirito. 
Allora i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato (poiché era la Preparazione e quel sabato era un gran giorno), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe, e fossero portati via.  I soldati dunque vennero e spezzarono le gambe al primo, e poi anche all'altro che era crocifisso con lui; ma giunti a Gesù, lo videro già morto, e non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli forò il costato con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua. Colui che lo ha visto, ne ha reso testimonianza, e la sua testimonianza è vera; ed egli sa che dice il vero, affinché anche voi crediate. Poiché questo è avvenuto affinché si adempisse la Scrittura: «Nessun osso di lui sarà spezzato». E un'altra Scrittura dice: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto». 
Dopo queste cose, Giuseppe d'Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma in segreto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di poter prendere il corpo di Gesù, e Pilato glielo permise. Egli dunque venne e prese il corpo di Gesù. Nicodemo, che in precedenza era andato da Gesù di notte, venne anch'egli, portando una mistura di mirra e d'aloe di circa cento libbre. Essi dunque presero il corpo di Gesù e lo avvolsero in fasce con gli aromi, secondo il modo di seppellire in uso presso i Giudei. Nel luogo dov'egli era stato crocifisso c'era un giardino, e in quel giardino un sepolcro nuovo, dove nessuno era ancora stato deposto. Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, perché il sepolcro era vicino." 
Vangelo secondo Giovanni 19:16b-42
IL COMMENTO

In questo nostro commento procederemo secondo la disciplina della Teologia biblica: utilizzeremo cioè i risultati dell'esegesi per approfondire la relazione dei concetti e brani dell'Antico Testamento utilizzati nel testo in esame, per vedere come questi vengono ricompresi e rielaborati dal nostro autore per l'esposizione della sua teologia.

A questo fine ho colorato in rosso le frasi che Giovanni presenta esplicitamente come adempimento delle Scritture (veterotestamentarie). Ho evidenziato quindi le seguenti citazioni:
  • Hanno spartito le mie vesti e tirato a sorte la mia tunica (cfr. Salmo 22:18)
  • Mi hanno dato da bere aceto (cfr. Salmo 69:21)
  • Nessun osso sarà spezzato (cfr. Salmo 34:20, Es. 12:46 e Num. 9:12)
  • Volgeranno lo sguardo verso colui che hanno trafitto (Zacc. 12:10)
Vediamo tutte le implicazioni di queste citazioni con ordine. 

a) Il coinvolgimento del Salmo 22 nel momento della crocifissione segue un accordo consolidato nei Vangeli sinottici. Si pensa che Gesù possa aver citato o anche recitato integralmente il Salmo durante questo drammatico evento. Il dato significativo in questo quadro, tuttavia, riguarda i versetti di riferimento. Se in Marco, per esempio, troviamo che Gesù proclama la prima frase del Salmo (Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?) esponendo in modo peculiare il tema della separazione divina, in Giovanni invece viene inserita dall'autore una citazione relativa al diciottesimo versetto, con una sfumatura differente. 

La rassegna biblica sul tema della veste intera, stracciata o meno, coinvolge i seguenti brani: 1 Re 11:29-31, 1 Sam. 24, 1 Sam. 15:27-28. In uno di questi contesti il profeta Aiia lacera in dodici pezzi un mantello dandone dieci a Geroboamo, indicando così la divisione del regno di Salomone. A sua volta questa scena riecheggia il momento in cui Samuele profetizza a Saul che la lacerazione del suo mantello preannuncia che il fatto che il regno gli sarà tolto. Vediamo dunque questo significato: la rottura del mantello simboleggia una rottura o distacco del regno di Israele dal suo re, mentre l'unità del mantello significa l'integrità del regno e del governo in essere. Come può aver coinvolto questo pensiero teologico il nostro autore? Pensiamo alla drammaticità della crocifissione e morte del Signore Gesù, allo smarrimento dei suoi discepoli. Tutto dava da pensare alla fine della sua vita, del suo ministero, del suo programma di riforma spirituale. Ma anche nel racconto di questo momento così buio e privo di speranza, Giovanni si erge per affermare: neanche la morte può frantumare il regno del Figlio unigenito di Dio. In realtà la speranza c'è, e affonda le sue radici nella fede della messianicità e davidicità di Gesù (cfr. 2 Sam. 7:16). Lo scettro non sarà mai tolto dal regno di Davide, neanche in questo momento.

b) L'allusione al Salmo 69 potrebbe essere integrale e coinvolgere l'immagine del giusto sofferente. La frase di Gesù "ho sete" di fatto rappresenta l'ultimo esempio di adempimento della Scrittura attivo e consapevole da parte di Gesù in questo Vangelo.

c) La preservazione delle ossa di Gesù è di grande importanza biblica. In questa terza prova scritturistica del nostro brano incontriamo infatti un chiaro adempimento pasquale. Da una parte abbiamo il Salmo 34:20 e il fatto che Dio custodisce tutte le ossa del giusto, mentre dall'altra abbiamo Es. 12:46 e Num. 9:12 dove si specifica che non va spezzato un solo osso dell'agnello pasquale. Questo avvenimento dunque porta a compimento per Giovanni il fatto che Gesù sia fino in fondo "l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo". Sebbene nel contesto dell'Esodo il sacrificio pasquale non abbia una connotazione espiativa, questa viene acquisita nel corso dei secoli e fatta propria anche dal nostro evangelista. 

d) "Volgeranno lo sguardo verso colui che hanno trafitto". Questa ultima citazione chiude gli adempimenti scritturali della crocifissione. L'assassinio di un giusto dell'epoca di Zaccaria (G. Garbini ipotizza Zorobabele) viene trasfigurato nella morte di Gesù, quel lutto popolare viene attualizzato e vissuto dall'autore e dai discepoli. Nel mezzo, questo brano aveva acquisito un significato messianico ed è in questo senso che viene utilizzato anche qui. 

L'ATTUALIZZAZIONE

Avendo fatto queste considerazioni, in quanto credenti e non solamente studiosi delle Scritture, come possiamo declinare il risultato della nostra indagine nella nostra vita di fede? 

Dobbiamo partire da una certezza: la morte di Gesù non è stata imprevista agli occhi del Padre, ma è stata al contrario decretata nell'eternità per la salvezza dell'uomo. Egli è morto per i nostri peccati ed è stato risuscitato perché potessimo camminare in novità di vita. 

La sua regalità e la sua onnipotenza non sono stati infranti al momento della sua morte. Persino in questo momento infatti le sue vesti e la sua tunica sono restate integre. Il suo Regno è stabile e sta attendendo il momento in cui stabilirsi in modo definitivo e eterno. Noi credenti dunque possiamo porre ferma fiducia nel fatto che persino nelle più tremende avversità il potere del Signore non viene meno. Sia nella vita che nella morte siamo suoi e niente e nessuno potrà mai separarci dal suo amore. 

Gesù anche mentre stava morendo aveva piena consapevolezza sul fatto che stava adempiendo le Scritture, ossia stava facendo la perfetta volontà del Padre. Per questo motivo chiede da bere in accordo con le Scritture. Seguendo le sue orme, ogni cristiano è invitato a seguire non la propria volontà ma la volontà del Padre celeste, sapendo che questa rappresenta il meglio per sé e per gli altri. 

Il fatto poi che, in modo unico rispetto alle abitudini del tempo, Gesù non ha avuto nessun osso spezzato, proprio come gli agnelli sacrificati ogni Pasqua, deve darci una consapevolezza più profonda sul significato del suo sacrificio eterno. Come ha detto il Battista, Gesù è l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, e lo ha fatto una volta per tutte. In lui abbiamo il perdono dei peccati, la riconciliazione con il Padre e la rigenerazione della nostra vita spirituale. Dedichiamo del tempo alla riflessione su questa certezza di fede.

In ultimo, la profezia di Zaccaria guarda a un tempo futuro nel quale Israele potrà guardare a colui che ha trafitto e, tramite uno spirito di pentimento e supplicazione, fare cordoglio e riconoscere che proprio lui è sempre stato il Messia che stavano attendendo, tornando in questo modo a YHWH per mezzo di Cristo per adempiere tutti gli oracoli nazionali di salvezza eterna. Allora ci sarà un solo gregge e un solo Pastore per sempre. 


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

- G.K. Beale, D.A. Carson, L'Antico Testamento nel Nuovo - vol. 2, Claudiana, Torino, 2017.
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