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domenica 1 aprile 2018

Cristo è risorto! È davvero risorto!



















Nota: questi sono gli appunti del sermone che ho predicato il 16 aprile 2017 nella Missione Oikos di Como.

Nel secondo viaggio missionario (Atti 18, c.a. 50 d.C.) Paolo arriva a Corinto, evangelizza i giudei della sinagoga locale e poi anche i gentili, costituendo con i primi convertiti una comunità cristiana. Dopo la sua partenza continua ad intrattenere una conversazione epistolare con questa realtà locale e, apprendendo di alcune difficoltà, scrive loro una prima lettera e poi questa missiva conosciuta come la Prima Lettera di Paolo ai Corinti. La scrive da Efeso, circa nel 52 d.C. All'inizio della lettera afferma l'importanza della predicazione di Cristo crocifisso rispetto a quella di discorsi persuasivi di sapienza umana, perché è piaciuto a Dio portare la salvezza attraverso l'annuncio della morte di
Cristo (e quindi attraverso la fede) e non con la logica e la sapienza umana.

Tra le tante questioni che Paolo deve affrontare, ce n'è una molto importante: la veridicità della risurrezione del Signore. Alcuni avevano iniziato ad affermare che Cristo non era davvero risorto e che non vi è risurrezione dei morti. Ai credenti di Corinto (tra cui stavano questi negazionisti), l'apostolo risponde in modo risoluto, prima affermando che la fede cristiana sta o cade proprio sulla dottrina della risurrezione, e poi ribadendo con forza la realtà storica e spirituale della risurrezione del Signore. Ma vediamo ora nel dettaglio le sue argomentazioni.

1. Se Cristo non è risorto, vana è la fede cristiana

Ora se si predica che Cristo è stato risuscitato dai morti, come mai alcuni tra voi dicono che non c'è risurrezione dei morti? Ma se non vi è risurrezione dei morti, neppure Cristo è stato risuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede. Noi siamo anche trovati falsi testimoni di Dio, poiché abbiamo testimoniato di Dio, che egli ha risuscitato il Cristo; il quale egli non ha risuscitato, se è vero che i morti non risuscitano. Difatti, se i morti non risuscitano, neppure Cristo è stato risuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati. Anche quelli che sono morti in Cristo sono dunque periti. Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini.
1Corinzi 15:12-19

La confutazione/argomentazione di Paolo si svolge principalmente in due momenti. In questo primo momento egli con enorme onestà evidenzia fino in fondo le conseguenze della tesi di alcuni circa la mancata risurrezione. La risurrezione del Signore è la predicazione apostolica, ed essa è la fede di tutti i cristiani. Se la risurrezione non è avvenuta, la predicazione apostolica si dovrebbe considerare falsa, e la stessa fede cristiana si dovrebbe considerare nello stesso modo. Poco prima però, l'apostolo Paolo aveva portato a dimostrazione dell'avvenuta risurrezione una testimonianza speciale:

Poi apparve a più di cinquecento fratelli in una volta, dei quali la maggior parte rimane ancora in vita e alcuni sono morti.
1Corinzi 15:6

Il Signore risorto non è stato visto solo dai dodici apostoli e da Paolo in visione, ma da più di cinquecento fratelli in una volta sola. Cinquecento testimoni oculari che hanno riconosciuto questo evento come storico e che hanno portato ovunque la testimonianza della fede pasquale.
Dalla risurrezione del Signore scaturisce la disponibilità della giustizia acquistata, lo Spirito della vita che vivifica i cristiani e la piena speranza della loro risurrezione futura. Al contrario, se Cristo non è stato risuscitato, i credenti sono ancora nei loro peccati (non c'è giustificazione presso il Padre, né libertà di non peccare), e la loro morte è definitiva e inutile. Non vi sarebbe alcun senso.

Se speriamo per questa vita soltanto, noi cristiani siamo i più miseri fra tutti gli uomini.
È così, e questo ci deve far riflettere sulla nostra fede e sulla nostra necessità di chiedere a Dio di accrescere la nostra fede. Personalmente, non mi piace tanto la parola “dogma”, perché allude ad una sorta di costrizione, all'obbligo di accettare anche in modo irrazionale qualsiasi affermazione che viene data in tema religioso. Nella Bibbia non troviamo in effetti questo termine, ma troviamo invece molto frequentemente il termine pìstis, ossia fede. La fede è qualcosa di personale e comunitario allo stesso tempo, è qualcosa che nasce dalla propria interiorità e dalla propria esperienza spirituale prima di tutto (e quindi non nasce dall'esterno). La fede nasce da una chiamata che Dio rivolge personalmente ai singoli credenti. E dopo – SOLO DOPO – la risposta a questa chiamata, i credenti possono finalmente prendere coscienza delle chiamate di chi hanno a fianco e mettere in comune la propria fede per viverla appunto anche a livello comunitario. Essa non deve essere qualcosa di imposto ma qualcosa che nasce spiritualmente e spontaneamente e che solo poi viene vissuta anche nell'orizzonte sociale. Nella nostra comunità locale, siamo qui perché abbiamo vissuto ciascuno la propria esperienza di conversione personale e in seguito a questa possiamo testimoniare dell'amore di Dio in Cristo e invitare (implorare!) altre persone a rispondere all'appello che reca il Vangelo. Qual è, però, questo appello? Qual è il vangelo?

2. Cristo è stato risuscitato, e in lui tutti sono riempiti di vita

Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta; poi verrà la fine, quando consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre, dopo che avrà ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza. Poiché bisogna ch'egli regni finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi. L'ultimo nemico che sarà distrutto sarà la morte. Difatti, Dio ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi; ma quando dice che ogni cosa gli è sottoposta, è chiaro che colui che gli ha sottoposto ogni cosa, ne è eccettuato. Quando ogni cosa gli sarà stata sottoposta, allora anche il Figlio stesso sarà sottoposto a colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti.
1Corinzi 15:20-28

Cristo è morto per i nostri peccati, secondo le Scritture, ed è stato risuscitato dai morti come primizia di coloro che sono morti. Questo è il nucleo dell'annuncio del Vangelo. E da qui Paolo parte con la dimostrazione della stretta relazione tra la risurrezione del Signore e quella di tutti i credenti. Questa dimostrazione viene argomentata attraverso il confronto tipologico tra Adamo e Cristo. Infatti, la morte comune a tutti gli esseri umani esiste a causa della trasgressione di Adamo. E proprio con un simile rapporto di causa-effetto, tutti coloro che saranno risuscitati lo faranno attraverso l'evento della risurrezione di Cristo. Egli è il primo dei risorti ed è garante della risurrezione per tutti coloro che credono. Il nemico più terribile, l'ultimo, è la morte, ed essa per quanto sia già stata vinta da Cristo non è però ancora stata distrutta: la sua distruzione è riservata proprio per il momento del ritorno del Signore e della risurrezione di tutti i morti. A questo punto, Paolo evidenzia il fatto che il Figlio renderà il regno (completamente stabilito) nelle mani del Padre, affinché Dio sia tutto in tutti.

Cristo dunque, è veramente stato risuscitato dai morti! Egli è veramente la primizia di coloro che sono morti! Questo è il cuore della fede cristiana, il cuore del Vangelo, ossia della buona notizia. Questo è il motivo dell'appello all'adesione e alla scelta di vivere nella fede in Cristo, in novità di vita.

Terminiamo con questo estratto del Catechismo di Heidelberg:
D. 45 A che ci giova la risurrezione di Cristo?
R. In primo luogo, mediante la Sua risurrezione Egli ha vinto la morte affinchè ci potesse rendere partecipi della giustizia che ci ha acquistata mediante la Sua morte.1 In secondo luogo, anche noi veniamo ora risuscitati per la Sua potenza a nuova vita.2 In terzo luogo, la risurrezione di Cristo è per noi un pegno sicuro della nostra beata risurrezione.3
________________________
1) I Corinzi 15:16
2) Romani 6:4; Colossesi 3:1
3) I Corinzi 15; Romani 8:11

domenica 25 marzo 2018

L'ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme nel Vangelo secondo Marco

















1. LA LETTURA

Il Vangelo secondo Marco è più breve di quello secondo Luca e Matteo, e denota un ritmo serrato e una narrazione avvincente. Secondo i moderni esegeti è il primo Vangelo ad essere stato scritto, probabilmente intorno all'anno 70 d.C.1 

Marco raccoglie prima di altri una preesistente raccolta di detti di Gesù2 inserendola però in una accurata cornice narrativa, che racconta dall'inizio alla fine le circorstanze che portarono Gesù alla morte di croce e alla sua successiva risurrezione. Lo schema letterario dell'opera risulta composto nel seguente modo:3
- Introduzione (1:1-13)
tesi: vangelo di Gesù, messia, figlio di Dio (1:1)
trittico introduttivo (1:2-13)

- Parte prima: vangelo di Gesù come messia che proclama il regno di Dio (1:14-8:30)
a) azione di Gesù e risposta dei farisei;
b) azione di Gesù e risposta del popolo;
c) azione di Gesù e risposta dei discepoli.

- Parte seconda: vangelo di Gesù come figlio di Dio che muore e risuscita (8:31-16:8)
a) mentre attraversa a piedi la Galilea e la Giudea Gesù si dirige a Gerusalemme, annunciando la sua morte e risurrezione;
b) attività di Gesù a Gerusalemme prima della passione;
c) passione, morte e proclamazione della risurrezione a Gerusalemme.
In questo quadro generale, l'intenzione di questo approfondimento è di avvicinarsi alla comprensione dei primi undici versetti dell'undicesimo capitolo: il brano che apre l'attività di Gesù a Gerusalemme e che anticipa la sua passione nella capitale (Parte seconda, b). 

Leggiamo ora direttamente dal nostro testo:

Quando furono giunti vicino a Gerusalemme, a Betfage e Betania, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio che è di fronte a voi; appena entrati, troverete legato un puledra d'asino, sopra il quale non è montato ancora nessuno; scioglietelo e conducetelo qui da me. Se qualcuno vi dice: "Perché fate questo?" rispondete: "Il Signore ne ha bisogno, e lo rimanderà subito qua"». Essi andarono e trovarono un puledro legato a una porta, fuori, sulla strada, e lo sciolsero. Alcuni tra quelli che erano lì presenti dissero loro: «Che fate? Perché sciogliete il puledro?» Essi risposero come Gesù aveva detto. E quelli li lasciarono fare. Essi condussero il puledro a Gesù, gettarono su quello i loro mantelli ed egli vi montò sopra. 

Molti stendevano sulla via i loro mantelli; e altri, delle fronde che avevano tagliate nei campi. Coloro che andavano avanti e coloro che venivano dietro gridavano: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, il regno di Davide, nostro padre! Osanna nei luoghi altissimi!» Gesù entrò a Gerusalemme nel tempio; e dopo aver osservato ogni cosa intorno, essendo già l'ora tarda, uscì per andare a Betania con i dodici.
Marco 11:1-11 

2. L'ESEGESI

Seguendo la narrazione del brano, possiamo distinguere due momenti distinti: il primo che riguarda la preparazione dell'entrata nella città santa e il secondo che descrive l'ingresso vero e proprio. L'azione parte a Betfage e Betania, presso monte degli Ulivi.  Questa indicazione non è certamente casuale, in quanto leggiamo nel libro del profeta Zaccaria:

Poi il SIGNORE si farà avanti e combatterà contro quelle nazioni,
come egli combatté tante volte nel giorno della battaglia.
In quel giorno i suoi piedi si poseranno sul monte degli Ulivi,
che sta di fronte a Gerusalemme, a oriente,
e il monte degli Ulivi si spaccherà a metà, da oriente a occidente,
tanto da formare una grande valle;
metà del monte si ritirerà verso settentrione
e l'altra metà verso il meridione.
Zaccaria 14:3,4

Proprio nel monte degli Ulivi, dove era stato profetizzato l'intervento salvifico di Jahvè, Gesù dà istruzione a due discepoli di predisporre quel che era necessario per il momento che stava per arrivare. Egli chiede di prendere una puledra d'asino su cui non era ancora salito nessuno, secondo un altro oracolo dello stesso profeta:

Esulta grandemente, o figlia di Sion,
manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme;
ecco, il tuo re viene a te;
egli è giusto e vittorioso,
umile, in groppa a un asino,
sopra un puledro, il piccolo dell'asina. 

Zaccaria 9:9

Anticipando la possibile obiezione istruisce i discepoli su come rispondere, facendo rilevare come il vero proprietario dell'animale sia in realtà Gesù, riconosciuto tale proprio in virtù dell'ingresso messianico nella sua identità di Signore. I discepoli ubbidiscono, rispondono all'obiezione in quel modo, e conducono il puledro a Gesù. Egli non entra in Gerusalemme con il cavallo da guerra così come fanno i sovrani conquistatori, ma con un puledro, che auspica l'arrivo del principe della pace, richiamando alla mente anche la descrizione del cerimoniale di incoronazione di Salomone:

Poi il re Davide disse: «Chiamatemi il sacerdote Sadoc, il profeta Natan e Benaia, figlio di Ieoiada». Essi vennero alla sua presenza e il re disse loro: «Prendete con voi i servitori del vostro signore, fate salire Salomone mio figlio sulla mia mula, e conducetelo a Ghion. In quel luogo il sacerdote Sadoc e il profeta Natan lo ungeranno re d'Israele. Poi suonate la tromba e gridate: "Viva il re Salomone!" Voi risalirete al suo seguito, ed egli verrà, si metterà seduto sul mio trono, e regnerà al mio posto. Io nomino lui come principe d'Israele e di Giuda».
1 Re 1:32-35

A questo punto inizia la descrizione dell'entrata vera e propria.
Il gruppo di Gesù dovette essere uno dei tanti costituiti dai pellegrini che in quel momento stavano entrando a Gerusalemme in occasione della festa liturgica più importante del calendario giudaico, ma i presenti stendono sulla loro via dei mantelli e delle fronde tagliate dai campi come segno di gloria e onore, ricordando in questo caso il rituale di intronizzazione di Jeu:

Allora ognuno di essi si affrettò a togliersi il mantello e a stenderlo sotto Ieu su per i nudi gradini; poi suonarono la tromba, e dissero: «Ieu è re!»   

2 Re 9:13 

La folla a questo punto acclama Gesù con una serie di brevi frasi per lo più riprese dal Salmo 118. Questo Salmo in origine era recitato nell'anniversario dell'intronizzazione del re, ed era proclamato dal pio giudeo nel momento dell'ingresso nel tempio durante le feste di pellegrinaggio.4 L'ovazione "Osanna!" significa in particolare "dona salvezza", e mette in risalto come la speranza messianica del popolo abbia ora il suo compimento proprio in Gesù.5 Il significato teologico dell'episodio riguarda quindi Gesù che entra a Gerusalemme come re di Israele, come principe della pace, come donatore della salvezza di Jahvè: e tutto questo in accordo con la sua consapevolezza, con il seguito dei suoi discepoli e con il riconoscimento degli altri pellegrini giudei. In questa veste egli si dirige subito nel tempio, il luogo al centro di ogni liturgia religiosa. Arrivando il tramonto non risiede a dormire in Gerusalemme ma torna a Betania, situata comunque entro i confini religiosi della città e luogo di appoggio per il suo ministero. Qui passerà la notte con i dodici. 

3. L'ATTUALIZZAZIONE 

Da un punto di vista di fede questo brano - presentando Gesù in un modo ben specifico - solleva inevitabilmente diverse domande che richiedono risposte intime e personali. Nel Vangelo secondo Marco se fino al c.8 v.30 egli è presentato prima di tutto come messia e nei testi successivi egli si rivela negli insegnamenti come Figlio di Dio, proprio nel nostro brano viene invece pubblicamente riconosciuto come messia regale e come il Figlio di Dio che sta per entrare nella città santa per portare la salvezza tanto attesa. Che tipo di salvezza? La salvezza da una vuota religiosità, dalla sofferenza che contraddistingue l'esistenza umana, dall'assenza della speranza e dall'oppressione di ogni tipo. Laddove Gesù prima di questo momento ha predicato e operato miracoli nelle campagne periferiche, ora si dirige regalmente verso il tempio, mostrando in questo modo come la presenza di Dio stia tornando nel centro spirituale di Giuda/Israele per un momento unico nella dinamica della salvezza divina. Il secondo tempio che non ha mai avuto al suo interno l'arca dell'alleanza come segno visibile della presenza di Dio ora accoglie Gesù, abitazione del Logos di Dio (Gv. 1:14), mostrando in questo modo un intervento divino che in parte adempie gli oracoli degli antichi profeti ed in parte sta per realizzare qualcosa di radicalmente nuovo e inatteso, ma ugualmente salvifico ed eterno: la morte del Figlio di Dio per la vita di tutti i figli di Dio. 

In questo quadro però il riconoscimento dato a Gesù si scontra con un appello rivolto direttamente a noi stessi. Se loro hanno riconosciuto Gesù come messia regale e Figlio di Dio infatti, noi lo abbiamo già fatto? Non è una domanda scontata. Riconoscere Gesù come re - come proprio re - significa riconoscere in lui e nei suoi insegnamenti l'autorità ultima per la propria vita e per le scelte grandi e piccole della propria quotidianità. Si tratta di riconoscere in lui un potere di governo su di noi e non solo a parole, ma anche e soprattutto con i fatti. Se riconosciamo Gesù come il nostro re, come il messia e il Figlio di Dio, allora la Pasqua avrà significato per noi: un significato di salvezza eterna. Ma se non lo facciamo, saremo solo osservatori e non protagonisti della salvezza divina.  In chi ci possiamo riconoscere: in coloro che osservavano gli eventi o in coloro che erano parte di quei "molti" che stendevano i loro mantelli sulla via di Gesù invocando la salvezza di Dio? Questo può essere il momento giusto per far chiarezza dentro di noi, per capire qual è l'attitudine del nostro cuore e la risposta che vogliamo dare. La buona notizia èche Gesù è arrivato, e ha portato la salvezza tanto attesa. La buona notizia è che noi oggi possiamo riconoscerlo in questo modo così come è stato durante l'evento che abbiamo considerato. La buona notizia è che lui tornerà per finire quello che ha iniziato e portare a compimento il suo regno, dove non ci sarà più alcun pianto, alcun dolore e alcuna ingiustizia e dove tutti i figli di Dio potranno finalmente vedere il suo volto faccia a faccia. 

4. CONCLUSIONE  

Il brano dell'ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme riveste un significato importante tanto a livello letterario quanto a livello teologico e spirituale. Da una parte infatti esso è collocato nel periodo che anticipa gli eventi della passione del Signore, dando il via a un conto alla rovescia che troverà il suo culmine proprio nella croce. Dall'altra parte invece costituisce uno snodo cruciale nel riconoscimento dell'identità di Gesù e nel significato della sua missione, assumendo su di sé in questa circostanza l'eredità profetica propria dell'intervento escatologico del Signore e dell'incoronazione regale in Israele. 

Gesù entra a Gerusalemme come portatore della salvezza di Jahvè, come re di Israele/Giuda rispettando l'attesa dei tanti secoli passati. Tuttavia negli eventi successivi egli non instaurerà in questa occasione il suo regno - come ci si potrebbe attendere - ma soffrirà e morirà a causa delle nostre iniquità (Is. 53:5) per poi risorgere il terzo giorno dopo la sua morte e chiamare all'esistenza la Chiesa, in attesa del suo ritorno. A livello teologico ci troviamo anche noi proprio in questo momento alla fine dei tempi, ed è in questo momento che anche noi dobbiamo prendere una posizione per decidere se seguire o meno Gesù, il messia e il Figlio di Dio. Se stendere il nostro mantello ai suoi piedi, se acclamarlo come re della nostra vita.



Note:

[1] Rafael Aguirre Monasterio e Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Brescia, Paideia, 1995, p. 147. 
[2] Ibid. p. 30. 
[3] Ibid. p. 98. 
[4] Santi Grasso, Vangelo di Marco - nuova versione, introduzione e commento, Milano, Paoline, 2003, p. 281.  
[5] Id. Ibid.  

domenica 18 febbraio 2018

Dal senso di abbandono allo spirito di figliolanza

















Nota: Questi sono gli appunti di un sermone che ho predicato il 30 luglio 2017 nella Missione Oikos di Como.

Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.
Filippesi 2:5-10

Come abbiamo appena letto, pur essendo in forma di Dio Gesù non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente. Soffermandoci a riflettere possiamo domandarci: perché Gesù riuscì a non considerare la propria divinità qualcosa da preservare gelosamente ad ogni costo? 

Una possibile risposta è perché egli era dall'eternità certo della propria condizione e dell'amore infinito ricevuto dal Padre e ricambiato a lui.

Noi però non siamo in questa condizione, anzi, per natura noi nasciamo con una frattura nella relazione con Dio e portiamo nel nostro DNA il senso di abbandono dei nostri progenitori Adamo ed Eva. Provate a pensare come si dovessero sentire, quando furono messi alla porta dal giardino di Eden. Coperti da una pelliccia, soli, con la consapevolezza di aver tradito l'Onnipotente Dio Creatore. I primi giorni, i primi mesi non dovettero essere per nulla semplici. Il racconto biblico ci presenta questa descrizione:

Così egli scacciò l'uomo e pose a oriente del giardino d'Eden i cherubini, che vibravano da ogni parte una spada fiammeggiante, per custodire la via dell'albero della vita.

Genesi 3:24

Mentre se ne andavano, Adamo ed Eva hanno senza dubbio guardato alle spalle e hanno potuto vedere i cherubini con una spada di fuoco a guardia dell'ingresso e a segno del loro tradimento. Ebbene, possiamo dire - considerato il dato biblico, nonché quello esperienziale - che questa stessa condizione di separazione è restata nella loro discendenza, arrivando fino a noi. Ma il proposito di Dio non è mai stato quello di vivere lontano dall'uomo, anzi, è stato quello di vivere INSIEME a lui. Ed è per questo che Gesù ha portato ad effetto la volontà del Padre, prendendo su di sé "l'iniquità di tutti noi" (Is. 53:6). Nel vangelo di Matteo in relazione al momento della crocifissione leggiamo:

E, verso l'ora nona, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lamà sabactàni?», cioè: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: «Costui chiama Elia».
Matteo 27:46, 47

Sulla croce Gesù ha preso su di sé tutto l'abbandono di Dio, tutta la sua ira. E lo ha fatto al posto nostro. Successivamente, dopo la resurrezione e l'ascensione, avendo vinto ogni disubbidienza con la sua ubbidienza fino alla morte di croce, Dio ha potuto mandare il Consolatore, lo Spirito Santo nel cuore dei credenti.

E voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: «Abbà! Padre!»  Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio. Se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo, se veramente soffriamo con lui, per essere anche glorificati con lui.

Romani 8:15-17

Quale meraviglia! Vediamo che in questi eventi si è effettuato un vero e proprio scambio reso possibile dalla pura misericordia e grazia di Dio. In origine, dopo il peccato adamitico, i figli di Adamo dicevano «Elì, Elì, lamà sabactàni?» (Salmo 22:1), mentre Gesù poteva dire «Abbà! Padre!». Ma  nel cuore del Padre c'era tristezza per la solitudine che l'uomo aveva causato con la propria disobbedienza. Allora il Padre, in accordo con il Figlio e lo Spirito ha decretato una vera e propria sostituzione. Ed è stato Gesù a dire «Elì, Elì, lamà sabactàni?» affinché noi potessimo dire per mezzo dello Spirito «Abbà! Padre!».

È avvenuto uno scambio: Gesù ha preso (momentaneamente) la nostra separazione da Dio, così che noi potessimo ricevere la sua figliolanza (per sempre). Questa è una realtà spirituale che è già decretata e avvenuta, ma della quale in quanto credenti dobbiamo prendere piena consapevolezza. Perché è su questo presupposto e con questa cognizione e con questo Spirito che noi possiamo a nostra volta avere in noi lo stesso sentimento di Cristo Gesù. Da separati da Dio non potremo mai avere la possibilità di essere umili, perché ne va della nostra sopravvivenza! Ma da figli, noi abbiamo tutta la dignità per poter percorrere la via dell'umiltà senza sentirci inferiori perché lo Spirito dentro di noi ci ricorda chi siamo, e ce lo ricorda anche quando siamo impopolari, quando facciamo lavori umili, quando nessuno ci capisce, quando facciamo delle rinunce per amore. Solo vivendo quotidianamente la nostra realtà di figli amati, possiamo essere più simili al Figlio. Dobbiamo perciò abbandonare ogni senso di competizione, ogni pretesa di superiorità o complesso di inferiorità, ogni difesa e ogni diritto. Ma dobbiamo farlo in un solo ed unico modo: con la comunione, con la forza e con “l'identità famigliare” dello Spirito Santo. Per questo motivo, oggi possiamo chiedere a Dio una fresca rivelazione sul suo grande amore, sulla nostra figliolanza e sulla comunione con lo Spirito in noi. Per questo motivo possiamo rialzarci se siamo caduti e riprendere il nostro percorso con una rinnovata forza e determinazione comprendendo meglio chi siamo e dove stiamo andando.

Il tutto per la nostra riconciliazione, riabilitazione e salvezza; per il sacrificio di Cristo, per la gloria di Dio.
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