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domenica 8 maggio 2022

Il sesto segno




INTRODUZIONE 

Una delle caratteristiche peculiari del Vangelo secondo Giovanni è quella di raccogliere un piccolo numero di miracoli di Gesù definendoli in modo specifico come suoi segni (semeia). Nei Vangeli sinottici, il significato del termine segno è prevalentemente negativo, in quanto viene usato dagli oppositori di Cristo per chiedergli di convincere i dubbiosi sulla sua identità, ricevendo come risposta quasi sempre un rimprovero. Negli Atti degli Apostoli apprendiamo che Gesù compì opere potenti, prodigi e segni (2:22), incontrando per la prima volta questo termine in senso positivo, anche se generico. Nel quarto Vangelo invece, il significato di questa parola assume una dimensione molto più profonda, costituendo di fatto nelle sue ricorrenze una sorta di percorso che conduce il lettore da una superficiale apertura alla fede ad una piena consapevolezza dell'identità di Gesù Cristo, che non necessita più di miracoli per essere sostenuta. Possiamo dunque schematizzare tale percorso nel seguente modo: 




Questi segni raccolgono l'eredità teologica dei segni che Dio ha compiuto per il suo popolo nell'esodo verso la libertà, proiettandoli nella persona di Gesù e nella pienezza della rivelazione salvifica del Padre in lui. Essi testimoniano quindi dell'identità e dello scopo di Cristo, non per far ristagnare i credenti nel deserto della continua necessità di miracoli (come accadde a Israele per la sua incredulità), ma per portarli subito nella maturità di una fede capace di vivere ancorata a lui e portare molto frutto (Gv. 15:5). Una fede capace di entrare subito nella terra promessa per conquistarla. Una terra che questa volta è estesa a tutto il mondo, per una conquista che questa volta è spirituale: mediante la proclamazione del Vangelo e la preghiera, continuando attraverso lo Spirito Santo (con l'autorità di Cristo risorto) l'opera iniziata da Gesù durante il suo ministero terreno (Gv. 17:18). 

Osservando il Vangelo secondo Giovanni nella sua interezza, è possibile ora definire con precisione quali siano i segni specifici presentati dall'opera, e la loro esatta successione. Abbiamo dunque questi sette principali segni, più uno conclusivo: 

1. trasformazione dell'acqua in vino (2:1-11);
2. guarigione del figlio dell'ufficiale reale (4:46-54);
3. guarigione dell'uomo paralizzato da trentotto anni (5:1-9);
4. moltiplicazione dei pani (6:1-14);
5. Gesù cammina sul mare (6:15-25);
6. guarigione del cieco nato (9:1-8);
7. risurrezione di Lazzaro (11:1-46)
+ la pesca miracolosa (21:1-14).

Ognuno di questi segni ha un preciso significato circa l'identità di Gesù, e la pienezza della rivelazione relativa alla salvezza di Dio. 

LA LETTURA DEL SESTO SEGNO

Passando vide un uomo, che era cieco fin dalla nascita. I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: «Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» Gesù rispose: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui. Bisogna che io compia le opere di colui che mi ha mandato mentre è giorno; la notte viene in cui nessuno può operare. Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo».

Detto questo, sputò in terra, fece del fango con la saliva e ne spalmò gli occhi del cieco, e gli disse: «Va', làvati nella vasca di Siloe» (che significa «mandato»). Egli dunque andò, si lavò, e tornò che ci vedeva.

Perciò i vicini e quelli che l'avevano visto prima, perché era mendicante, dicevano: «Non è questo colui che stava seduto a chieder l'elemosina?» Alcuni dicevano: «È lui». Altri dicevano: «No, ma gli somiglia». Egli diceva: «Sono io». Allora essi gli domandarono: «Com'è che ti sono stati aperti gli occhi?» Egli rispose: «Quell'uomo che si chiama Gesù fece del fango, me ne spalmò gli occhi e mi disse: "Va' a Siloe e làvati". Io quindi sono andato, mi sono lavato e ho ricuperato la vista». Ed essi gli dissero: «Dov'è costui?» Egli rispose: «Non so».

Condussero dai farisei colui che era stato cieco. Or era in giorno di sabato che Gesù aveva fatto il fango e gli aveva aperto gli occhi. I farisei dunque gli domandarono di nuovo come egli avesse ricuperato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Perciò alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non è da Dio perché non osserva il sabato». Ma altri dicevano: «Come può un peccatore fare tali segni miracolosi?» E vi era disaccordo tra di loro. Essi dunque dissero di nuovo al cieco: «Tu, che dici di lui, poiché ti ha aperto gli occhi?» Egli rispose: «È un profeta».

I Giudei però non credettero che lui fosse stato cieco e avesse ricuperato la vista, finché non ebbero chiamato i genitori di colui che aveva ricuperato la vista, e li ebbero interrogati così: «È questo vostro figlio che dite esser nato cieco? Com'è dunque che ora ci vede?» I suoi genitori risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda, non sappiamo, né sappiamo chi gli abbia aperto gli occhi; domandatelo a lui; egli è adulto, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che se uno riconoscesse Gesù come Cristo, fosse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Egli è adulto, domandatelo a lui».

Essi dunque chiamarono per la seconda volta l'uomo che era stato cieco, e gli dissero: «Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore». Egli rispose: «Se egli sia un peccatore, non so; una cosa so, che ero cieco e ora ci vedo». Essi allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti aprì gli occhi?» Egli rispose loro: «Ve l'ho già detto e voi non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare suoi discepoli anche voi?» Essi lo insultarono e dissero: «Sei tu discepolo di costui! Noi siamo discepoli di Mosè. Noi sappiamo che a Mosè Dio ha parlato; ma in quanto a costui, non sappiamo di dove sia». L'uomo rispose loro: «Questo poi è strano: che voi non sappiate di dove sia; eppure mi ha aperto gli occhi! Si sa che Dio non esaudisce i peccatori; ma se uno è pio e fa la volontà di Dio, egli lo esaudisce. Da che mondo è mondo non si è mai udito che uno abbia aperto gli occhi a uno nato cieco. Se quest'uomo non fosse da Dio, non potrebbe fare nulla». Essi gli risposero: «Tu sei tutto quanto nato nel peccato e insegni a noi?» E lo cacciarono fuori.

Gesù udì che lo avevano cacciato fuori; e, trovatolo, gli disse: «Credi nel Figlio dell'uomo?» Quegli rispose: «Chi è, Signore, perché io creda in lui?» Gesù gli disse: «Tu l'hai già visto; è colui che parla con te, è lui». Egli disse: «Signore, io credo». E l'adorò.

Gesù disse: «Io sono venuto in questo mondo per fare un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi». Alcuni farisei, che erano con lui, udirono queste cose e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?» Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: "Noi vediamo", il vostro peccato rimane.
Giovanni 9:1-41

IL COMMENTO

Non abbiamo indicazioni temporali rispetto ai due capitoli precedenti, questo episodio potrebbe essere accaduto comunque vicino alla festa dei Tabernacoli (7:2). Il racconto vero e proprio di questo segno è molto breve in quanto l’evangelista vuole tracciare il tema della luce e dell’oscurità con una parabola che comprenda i dialoghi e i confronti con i farisei. 

I discepoli chiedono a Gesù se il cieco visto per la strada fosse tale per un peccato suo o dei genitori. Nonostante il libro di Giobbe, evidentemente al tempo era ancora radicato l’arcaico principio teologico della retribuzione, ossia il pensiero che i peccati fossero puniti da Dio nella misura di distrette, sofferenze o malattie nella vita attuale. Ne troviamo traccia anche nel Vangelo secondo Luca, dove Gesù si pronuncia in merito:

Lc 13:1 In quello stesso tempo vennero alcuni a riferirgli il fatto dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici. 2 Gesù rispose loro: «Pensate che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, perché hanno sofferto quelle cose? 3 No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo. 4 O quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise, pensate che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5 No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti come loro».

Egli nega questo tipo di rapporto causa-effetto ma rinforza invece la necessità di una risposta all’appello del Vangelo. Anche nella nostra narrazione egli nega che la cecità sia stata causata da peccati suoi o dei suoi genitori affermando invece la casualità di un bene superiore: affinché le opere di Dio siano manifestate in lui. Questo dettaglio ha conseguenze anche nella fede comunitaria e nelle relazioni cristiane di oggi, laddove si imputano malattie e disgrazie alla colpa dei credenti per mancanza di fede o atteggiamenti peccaminosi. È Gesù stesso a smentire questa lettura della realtà.

Fin da subito viene introdotto il tema del giorno e della notte, della luce e delle tenebre. Il giorno, la luce, è la presenza di Gesù e la notte, il buio, è la sua assenza. Abbiamo qui l’eco di un canto del servo sofferente di YHWH in Isaia:

Is 49:6 Egli dice: «È troppo poco che tu sia mio servo
per rialzare le tribù di Giacobbe
e per ricondurre gli scampati d'Israele;
voglio fare di te la luce delle nazioni,

lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra».

L’immagine sottesa è quella di un’oscurità, un impedimento alla vista che copre gli occhi delle nazioni

Is 25:7 Distruggerà su quel monte il velo che copre la faccia di tutti i popoli
e la coperta stesa su tutte le nazioni.


Indicando proprio questa immagine, presentandosi proprio come la luce del mondo Gesù formando un po’ di fango (con una possibile allusione alla creazione dell’uomo avvenuta usando il terriccio) e applicandolo sugli occhi del cieco lo guarisce restituendogli la vita. Se in altri segni miracolosi il tema era proprio la guarigione in sé, qui invece appare come il potere di essere e portare luce. 

L’ordine di andare a lavarsi nella piscina costituisce probabilmente un eco di 2 Re 5:10-13, dove Eliseo non guarisce Naaman sul posto ma lo manda a lavarsi nel Giordano:

Ed Eliseo gli inviò un messaggero a dirgli: «Va', làvati sette volte nel Giordano; la tua carne tornerà sana, e tu sarai puro»

La piscina di Siloe, in modo interessante, era utilizzata nelle processioni dell’acqua alla festa dei Tabernacoli, cornice temporale del c.7.

Dall’avvenuta guarigione e dalla rivelazione di Gesù come “luce del mondo”, colui che avrebbe rotto il velo di impedimento che copre la faccia di tutti i popoli, inizia adesso la tensione con i farisei che a più riprese interrogano il cieco guarito. Il loro problema era il giorno in cui è avvenuta questa guarigione, ossia il sabato, giorno nel quale vigeva il divieto mosaico di compiere qualsiasi lavoro. Nei Sinottici troviamo altri indizi su questa diatriba farisaica e sulla risposta e soluzione offerta da Gesù: il sabato è stato creato per l’uomo (per il suo riposo e la sua salute) e non l’uomo per il sabato (per osservare una prescrizione vuota e senza significato), come troviamo in Marco 2:27.. 

Abbiamo quindi il climax di questa tensione: da una parte il cieco ora vedente, dopo aver acquisito fisicamente la vista prende sempre più una posizione di fede nei confronti di Gesù. Prima lo chiama profeta, poi sottolinea il frutto miracoloso e divino delle sue azioni e infine esclama la sua piena confessione di fede: «Signore, io credo» seguita da una sincera adorazione. Dall’altra parte, e in direzione opposta, i farisei all’inizio dubitano dell’autorità di Gesù in quanto espressa in giorno di sabato, poi vogliono delle prove e vanno a interrogare i genitori del cieco. Infine, pur avendo certificato la genuinità della guarigione, chiamano di nuovo il miracolato istigandolo a ripudiare Gesù come peccatore. Anche in questo caso non troveranno però una risposta ma solo l’evidenza del miracolo e la coerenza dell’uomo che, ricevendolo, non può che riconoscerlo e riconoscerne la fonte. In seguito a questo lo cacciano. 

Abbiamo quindi il cieco nato che:

- È nelle tenebre
- Riceve miracolosamente la vista
- Riconosce Gesù come profeta
- Riconosce Gesù come uomo pio e inviato di Dio
- Riconosce Gesù come figlio dell’uomo e come Signore

Dal buio fisico e spirituale egli progressivamente raggiunge la vista fisica e spirituale. 
Abbiamo poi invece i farisei che: 

- Affermano di vedere meglio di altri, di essere luce per il popolo
- Contestano il miracolo avvenuto in giorno di sabato, ma discutono tra di loro in quanto alcuni pensavano ci potesse essere un’origine divina
- Dubitano che il miracolo sia genuino, avvenuto davvero
- Screditano Gesù con i protagonisti
- Cacciano il cieco guarito perché non vuole associarsi al loro pensiero

Chi non cerca un segno, lo riceve: vede!

Chi cerca polemicamente un segno, lo ha davanti ai propri occhi ma questo viene rifiutato insieme al suo autore e al suo beneficiario: cade nella cecità spirituale!

Quest’ultima traettoria costituisce un vero e proprio giudizio come nell’Esodo, come per il faraone:

Esodo 7:3 Ma io indurirò il cuore del faraone e moltiplicherò i miei segni e i miei prodigi nel paese d'Egitto. 4 Il faraone non vi darà ascolto e io metterò la mia mano sull'Egitto; farò uscire dal paese d'Egitto le mie schiere, il mio popolo, i figli d'Israele, mediante grandi atti di giudizio.

CONCLUSIONE

Il percorso dei sette segni miracolosi di Gesù nel Vangelo secondo Giovanni trova qui la sua penultima tappa, e si avvicina alla conclusione. 

Gesù è il Sacerdote e lo Sposo, colui che guarisce, il ratificatore della Nuova Alleanza, il pane del cielo e la manifestazione di Dio. Ma, come abbiamo visto in questa lettura e in questo approfondimento, egli è anche la luce del mondo: il Figlio dell’uomo che è incaricato da Dio di squarciare il velo di ottusità che ostacola la vista delle nazioni tenendole nelle tenebre. 
Ecco quindi che una guarigione miracolosa e i retroscena sulla sua considerazione diventa simbolo di qualcos’altro: della luce portata da Cristo che è portatrice di vista e liberazione per alcuni, e di rifiuto, tenebre e giudizio per altri. 

L’appello del Regno di Dio sta diventando sempre più urgente e il cieco nato, i discepoli, i farisei e i lettori stessi sono portati a prendere una posizione e decidere a quale delle due categorie di persone voler appartenere.

venerdì 15 aprile 2022

La crocifissione di Gesù nel Vangelo secondo Luca




INTRODUZIONE

Come ogni vangelo canonico, anche Luca propone alcuni aspetti teologici peculiari che arricchiscono il Nuovo Testamento e come per ogni vangelo anche la narrazione lucana trova il suo culmine nell'evento della Croce. La stessa struttura letteraria di Luca-Atti pone il racconto della passione e morte di Cristo al centro dell'interno racconto: dall'estero (Galilea) Gesù arriva a Gerusalemme per morire e, dopo la resurrezione, da Gerusalemme i suoi discepoli viaggiano verso l'estero (i confini della terra) per annunciare la buona notizia del significato di questa morte. Il Golgota dunque rappresenta teologicamente il fulcro della storia umana, sia da un punto di vista temporale che geografico e gli eventi qui avvenuti cambiano per sempre il destino dell'umanità. 

In occasione del venerdì santo dell'anno 2022, vorrei quindi approfondire il racconto lucano della passione e morte del Signore Gesù.

Da un punto di vista letterario è possibile delimitare l'ultimo grande blocco di questo libro con le coordinate 19:29-24:53. Questa unità letteraria è composta a sua volta da quattro sezioni: inizia con l'entrata di Gesù nella città, il tempio e l'insegnamento qui svolto (19:29-21:38), prosegue con il giorno degli azzimi e l'ultima cena (22:1-38), continua con la passione e morte di Gesù (22:39-23:56), per poi terminare con l'apparizione e l'ascensione del Risorto (c. 24).1 In questa occasione approfondiremo in particolare la parte terminale del racconto della morte di Gesù: la terza sezione dell'ultima parte. 

1. LA VIA DELLA CROCE

Mentre lo portavano via, presero un certo Simone, di Cirene, che veniva dalla campagna, e gli misero addosso la croce perché la portasse dietro a Gesù. Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che facevano cordoglio e lamento per lui. Ma Gesù, voltatosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli. Perché, ecco, i giorni vengono nei quali si dirà: "Beate le sterili, i grembi che non hanno partorito e le mammelle che non hanno allattato". Allora cominceranno a dire ai monti: "Cadeteci addosso"; e ai colli: "Copriteci".  Perché se fanno questo al legno verde, che cosa sarà fatto al secco?»  Ora, altri due, malfattori, erano condotti per essere messi a morte insieme a lui.
Luca 23:26-32

Il nostro racconto inizia all'apice della drammatica cattura di Gesù e la sua sentenza di morte, nel suo percorso verso il luogo dell'esecuzione. Le stesse guardie che lo stavano scortando costringono un altro innocente a portare la sua croce, un certo Simone. Di solito il condannato portava solo il braccio orizzontale, che gli veniva buttato sulle sue spalle con le mani legate ad esso. 

Una gran folla del popolo e di donne faceva cordoglio e lamento per lui. Molto probabilmente non erano donne della Galilea (8:1-3, 23:49) ma abitanti di Gerusalemme, visto che poco dopo è Gesù stesso a qualificarle in questo modo. Questo dato è significativo perché la predicazione di Gesù è stata principalmente rurale e periferica. Abbiamo però la prova che anche nella capitale un gran numero di persone ha riconosciuto la sua straordinarietà. Questo cordoglio e lamento si sovrappone all'oracolo del profeta Zaccaria:

«Spanderò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme
lo Spirito di grazia e di supplicazione;
essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto,
e ne faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico,
e lo piangeranno amaramente come si piange amaramente un primogenito.

Zaccaria 12:10

Voltandosi verso la folla Gesù profetizza un tempo di giudizio per Gerusalemme, simile a quello vissuto con l'assedio babilonese e la relativa conquista, descritto tragicamente da Geremia con le parole: 

La lingua del lattante gli si attacca al palato,
per la sete;
i bambini chiedono pane,
e non c'è chi gliene dia.
Lamentazioni 4:4 

Riecheggiando anche le parole del profeta Osea di qualche secolo prima:

Gli alti luoghi di Aven, peccato d'Israele, saranno distrutti.
Le spine e i rovi cresceranno sui loro altari;
ed essi diranno ai monti: «Copriteci!»
e ai colli: «Cadeteci addosso!»
Osea 10:8

La frase finale probabilmente riprende invece un proverbio del tempo. Il senso è chiaro: se all'innocente è riservato un tale destino, cosa sarà riservato ai colpevoli? 

Il testo evangelico lascia questa domanda implicita nell'aria, senza darle una risposta. Come stiamo per leggere nel prossimo brano, a breve Gesù chiederà al Padre di perdonare i suoi carnefici e sappiamo che il significato della sua morte è proprio di espiazione nei confronti dell'umanità. Ma la domanda rimane: cosa sarà fatto al legno secco, alla Gerusalemme impenitente? È storia il fatto che sarà conquistata e distrutta dai romani durante la prima guerra giudaica nel 70 d.C. e proprio in modo simile a quando, nel racconto delle Lamentazioni, è stata conquistata dai babilonesi. Sembrerebbe che il Vangelo di Luca suggerisca una correlazione tra questa distruzione e l'uccisione di Cristo. Nel sermone profetico del Vangelo di Matteo, invece, Gesù profetizza la prima Guerra Giudaica:

Mentre Gesù usciva dal tempio e se ne andava, i suoi discepoli gli si avvicinarono per fargli osservare gli edifici del tempio. Ma egli rispose loro: «Vedete tutte queste cose? Io vi dico in verità: Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sia diroccata».
[...]
Quando dunque vedrete l'abominazione della desolazione, della quale ha parlato il profeta Daniele, posta in luogo santo (chi legge faccia attenzione!), allora quelli che saranno nella Giudea, fuggano ai monti; chi sarà sulla terrazza non scenda per prendere quello che è in casa sua; e chi sarà nel campo non torni indietro a prendere la sua veste. Guai alle donne che saranno incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni!
Matteo 24:1-2, 15-19

Così come Antioco IV Epifane profanò il Tempio di Gerusalemme (l'abominazione della desolazione) durante la dominazione dei Seleucidi, allo stesso modo Gesù profetizza che avverrà nuovamente, e in effetti così accadrà proprio con la distruzione romana del 70 con gli arredi sacri depredati e i vessilli imperiali issati sul terreno santo.

Come testimonianza extra biblica trovo inoltre interessante una cronaca di Giuseppe Flavio, testimoniata nel libro Guerre Giudaiche, di quanto accaduto circa trent'anni dopo la morte di Gesù:

«Ma ancora più tremendo fu quest'altro prodigio. Quattro anni prima che scoppiasse la guerra, quando la città era al culmine della pace e della prosperità, un tale Gesù figlio di Anania, un rozzo contadino, si recò alla festa in cui è uso che tutti costruiscano tabernacoli per il Dio e all'improvviso cominciò a gridare nel tempio: «Una voce da oriente, una voce da occidente, una voce dai quattro venti, una voce contro Gerusalemme e il tempio, una voce contro sposi e spose, una voce contro il popolo intero». Giorno e notte si aggirava per tutti i vicoli gridando queste parole, e alla fine alcuni dei capi della cittadinanza, tediati di quel malaugurio, lo fecero prendere e gli inflissero molte battiture. Ma quello, senza né aprir bocca in sua difesa né muovere una specifica accusa contro chi lo aveva flagellato, continuò a ripetere il suo ritornello. Allora i capi, ritenendo - com'era in realtà - che quell'uomo agisse per effetto di una forza sovrumana, lo trascinarono dinanzi al governatore romano. Quivi, sebbene fosse flagellato fino a mettere allo scoperto le ossa, non ebbe un'implorazione né un gemito, ma dando alla sua voce il tono più lugubre che poteva, a ogni battitura rispondeva: «Povera Gerusalemme!». Quando Albino, che era il governatore, gli fece domandare chi fosse, donde provenisse e perché lanciasse quella lamentazione, egli non rispose, ma continuò a compiangere il destino della città finché Albino sentenziò che si trattava di pazzia e lo lasciò andare.Fino allo scoppio della guerra egli non si avvicinò ad alcun cittadino né fu visto parlare con alcuno, ma ogni giorno, come uno che si esercitasse a pregare, ripeteva il suo lugubre ritornello: “Povera Gerusalemme!”. Né imprecava contro quelli che, un giorno l'uno un giorno l'altro, lo percuotevano, né benediceva chi gli dava qualcosa da mangiare; l'unica risposta per tutti era quel grido di malaugurio, che egli lanciava soprattutto nelle feste. Per sette anni e cinque mesi lo andò ripetendo senza che la sua voce si affievolisse e senza provar stanchezza, e smise solo all'inizio dell'assedio, quando ormai vedeva avverarsi il suo triste presagio. Infatti un giorno che andava in giro sulle mura gridando a piena gola: “Ancora una volta, povera la città, e povero il popolo, e povero il tempio!”, come alla fine aggiunse: “E poveretto anche me!”, una pietra scagliata da un lanciamissili lo colpì uccidendolo all'istante, ed egli spirò ripetendo ancora quelle parole.»
Guerra Giudaica, di Giuseppe Flavio, Libro VI 300-309

A quanto pare quando ancora Gerusalemme viveva nella pace, pochi anni prima dell'assedio e prima di ogni avvisaglia di guerra, circa dopo trent'anni dalla morte di Gesù arrivò a Gerusalemme un altro uomo con lo stesso nome. Anche lui predicò e profetizzò nel Tempio (in modo simile all'episodio evangelico della "purificazione del Tempio"), anche lui venne torturato sebbene innocente, anche lui non ritrattò nulla ma continuò a profetizzare contro Gerusalemme. E dopo sette anni (il numero biblico della perfezione e completezza) e cinque mesi (il numero della Legge) iniziò l'assedio romano e la conquista della città che coincise anche con la sua morte. 

2. GESÙ SULLA CROCE 

Quando furono giunti al luogo detto «il Teschio», vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Il popolo stava a guardare. E anche i magistrati si beffavano di lui, dicendo: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l'Eletto di Dio!» Pure i soldati lo schernivano, accostandosi, presentandogli dell'aceto e dicendo: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!» Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo: QUESTO È IL RE DEI GIUDEI. Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» Ma l'altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni; ma questi non ha fatto nulla di male». E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!» Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso».
Luca 23:33-43

La seconda parte del nostro testo continua presentando immediatamente la crocifissione di Gesù, insieme a due malfattori. Qui troviamo l'intercessione per i suoi carnefici, nel solco della caratteristica del servo sofferente di YHWH profetizzato nel libro di Isaia:

Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
egli dividerà il bottino con i molti,
perché ha dato se stesso alla morte
ed è stato contato fra i malfattori;
perché egli ha portato i peccati di molti
ha interceduto per i colpevoli.

Isaia 53:12 

In tutta l'opera lucana Gesù è dispensatore di perdono, e lo diviene anche nel momento della somma ingiustizia. Questo stesso approccio ricorrerà anche con Stefano, il primo martire cristiano:

E lapidarono Stefano che invocava Gesù e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Poi, messosi in ginocchio, gridò ad alta voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». E detto questo si addormentò.
Atti 7:59-60

Così come è morto il maestro, perdonando e rendendo lo spirito a Dio, allo stesso modo arriva a morire il primo testimone.

La divisione delle vesti di Gesù si sovrappone alla sorte del servo sofferente del Salmo 22:

Spartiscono fra loro le mie vesti
e tirano a sorte la mia tunica.
Salmo 22:18 

Luca sottolinea che dalla sua prospettiva la crocifissione sancisce l'identità di Gesù come messia e re, non nel modo atteso dal popolo ma nel modo che attraverso la sofferenza compie la volontà divina.  

I magistrati, i soldati e uno dei malfattori crocifissi continuano a schernire Gesù, ma l'altra persona sulla croce riconosce la sua innocenza e chiede di ricordarsi di lui nel suo regno. La risposta di Gesù può essere intesa come una sentenza emessa in quanto giudice dei vivi e dei morti, che lo caratterizza come nuovo Adamo che inaugura un nuovo periodo di salvezza.

3. LA MORTE DI GESÙ

Era circa l'ora sesta, e si fecero tenebre su tutto il paese fino all'ora nona; il sole si oscurò. La cortina del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio». Detto questo, spirò. Il centurione, veduto ciò che era accaduto, glorificava Dio dicendo: «Veramente, quest'uomo era giusto». E tutta la folla che assisteva a questo spettacolo, vedute le cose che erano accadute, se ne tornava battendosi il petto. Ma tutti i suoi conoscenti e le donne che lo avevano accompagnato dalla Galilea stavano a guardare queste cose da lontano.
Luca 23:44-49

Da mezzogiorno alle tre si fecero tenebre su tutto il paese. Nella tradizione veterotestamentaria l'oscuramento del sole è sempre associato al "giorno del Signore", inteso come giorno del giudizio divino. Ricordiamo a titolo esemplificativo un paio di oracoli:

Ecco il giorno del SIGNORE giunge:
giorno crudele, d'indignazione e d'ira furente,
che farà della terra un deserto
e ne distruggerà i peccatori.
Poiché le stelle e le costellazioni del cielo
non faranno più brillare la loro luce;
il sole si oscurerà mentre sorge,
la luna non farà più risplendere il suo chiarore.
Isaia 13:9-10 

Il gran giorno del SIGNORE è vicino;
è vicino e viene in gran fretta;
si sente venire il giorno del SIGNORE
e il più valoroso grida amaramente.
Quel giorno è un giorno d'ira,
un giorno di sventura e d'angoscia,
un giorno di rovina e di desolazione,
un giorno di tenebre e caligine,
un giorno di nuvole e di fitta oscurità,
un giorno di squilli di tromba e di allarme
contro le città fortificate e le alte torri.
Io metterò gli uomini nell'angoscia
ed essi brancoleranno come ciechi,
perché hanno peccato contro il SIGNORE;
il loro sangue sarà sparso come polvere
e la loro carne come escrementi.
Sofonia 1:14-17

Il contesto di ira e giudizio divino però non si scaglia contro i peccatori ma trova il suo culmine nella rottura della cortina del tempio e nella morte stessa di Gesù. Il culto mosaico è adesso definitivamente soppresso e inizia la Nuova Alleanza nella carne e nel sangue di Cristo, colui che ha la possibilità di accogliere tanto i giudei quanto i gentili a differenza del tempio precedente reso accessibile solo ai giudei. Gesù rimette il suo spirito citando il Salmo 31:5, aggiungendo solo "Padre" in modo coerente con questo appellativo intimo divino che egli ha anche insegnato ai suoi discepoli. L'intimità con il Padre e le tenebre scatenate smuovono la fede del centurione che, pur essendo pagano, riconosce la sua giustizia. La folla si batte il petto in segno di lutto e i discepoli con le donne osservano da lontano, forse pregando, travolti da questo epilogo tragico e per loro inaspettato, nonostante gli avvisi profetici che Gesù stesso aveva più volte espresso loro. 

CONCLUSIONE

Abbiamo letto le pagine più drammatiche del Nuovo Testamento, che ogni anno vengono rivissute dalle comunità cristiane di tutto il mondo i giorni prima della Pasqua. 

Come per ogni altro evento evangelico, anche il racconto della morte di Cristo è intriso della teologia dell'Antico Testamento, portandola però oltre, verso la Nuova Alleanza.

Profezie e Salmi si intrecciano in questo nuovo racconto acquisendo un nuovo significato. Quella che per alcuni era la morte di un banale agitatore politico, diventa occasione per un centurione romano di esclamare: «Veramente, quest'uomo era giusto». Una professione di fede e una nuova comprensione di Gesù da parte di chi non credeva in lui. L'inizio di quello che verrà...


Note: 
[1] cfr. Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia editrice, Brescia, 1995, p. 253. 
[2] cfr. R.T. France, Il Vangelo secondo Matteo, Edizioni GBU, Chieti-Roma, p. 482

domenica 3 aprile 2022

Il quinto segno


INTRODUZIONE 

Una delle caratteristiche peculiari del Vangelo secondo Giovanni è quella di raccogliere un piccolo numero di miracoli di Gesù definendoli in modo specifico come suoi segni (semeia). Nei Vangeli sinottici, il significato del termine segno è prevalentemente negativo, in quanto viene usato dagli oppositori di Cristo per chiedergli di convincere i dubbiosi sulla sua identità, ricevendo come risposta quasi sempre un rimprovero. Negli Atti degli Apostoli apprendiamo che Gesù compì opere potenti, prodigi e segni (2:22), incontrando per la prima volta questo termine in senso positivo, anche se generico. Nel quarto Vangelo invece, il significato di questa parola assume una dimensione molto più profonda, costituendo di fatto nelle sue ricorrenze una sorta di percorso che conduce il lettore da una superficiale apertura alla fede ad una piena consapevolezza dell'identità di Gesù Cristo, che non necessita più di miracoli per essere sostenuta. Possiamo dunque schematizzare tale percorso nel seguente modo: 


Questi segni raccolgono l'eredità teologica dei segni che Dio ha compiuto per il suo popolo nell'esodo verso la libertà, proiettandoli nella persona di Gesù e nella pienezza della rivelazione salvifica del Padre in lui. Essi testimoniano quindi dell'identità e dello scopo di Cristo, non per far ristagnare i credenti nel deserto della continua necessità di miracoli (come accadde a Israele per la sua incredulità), ma per portarli subito nella maturità di una fede capace di vivere ancorata a lui e portare molto frutto (Gv. 15:5). Una fede capace di entrare subito nella terra promessa per conquistarla. Una terra che questa volta è estesa a tutto il mondo, per una conquista che questa volta è spirituale: mediante la proclamazione del Vangelo e la preghiera, continuando attraverso lo Spirito Santo (con l'autorità di Cristo risorto) l'opera iniziata da Gesù durante il suo ministero terreno (Gv. 17:18). 

Osservando il Vangelo secondo Giovanni nella sua interezza, è possibile ora definire con precisione quali siano i segni specifici presentati dall'opera, e la loro esatta successione. Abbiamo dunque questi sette principali segni, più uno conclusivo:
  1. trasformazione dell'acqua in vino (2:1-11);

  2. guarigione del figlio dell'ufficiale reale (4:46-54);

  3. guarigione dell'uomo paralizzato da trentotto anni (5:1-9);

  4. moltiplicazione dei pani (6:1-14);

  5. Gesù cammina sul mare (6:15-25);

  6. guarigione del cieco nato (9:1-8);

  7. risurrezione di Lazzaro (11:1-46) 

  •  + la pesca miracolosa (21:1-14)5.

Ognuno di questi segni ha un preciso significato circa l'identità di Gesù, e la pienezza della rivelazione relativa alla salvezza di Dio. 

Dopo aver approfondito il primo, secondo, terzo e quarto segno, passiamo adesso al quinto. Dopo la rivelazione su Gesù come Sommo Sacerdote e Sposo, oltre che come Colui che guarisce e che elargisce la Grazia di Dio attraverso la Nuova Alleanza e che è la vera manna del cielo, andiamo a vedere questa nuova rivelazione cristologica.

GESÙ CAMMINA SUL MARE


Gv 6:16 Quando fu sera, i suoi discepoli scesero al mare 17 e, montati in una barca, si dirigevano all'altra riva, verso Capernaum. Era già buio e Gesù non era ancora venuto presso di loro. 18 Il mare era agitato, perché tirava un forte vento. 19 Com'ebbero remato per circa venticinque o trenta stadi, videro Gesù camminare sul mare e accostarsi alla barca; ed ebbero paura. 20 Ma egli disse loro: «Sono io, non temete». 21 Essi dunque lo vollero prendere nella barca, e subito la barca toccò terra là dove erano diretti.

Subito dopo il segno della moltiplicazione dei pani, venuta sera, leggiamo questo altro episodio condiviso anche dai Vangeli sinottici. Anche in Marco e Matteo troviamo questa successione nella quale di fatto il quinto segno rappresenta la conclusione del quarto. In seguito, troviamo il discorso di Gesù sull’essere pane di vita. Nel nostro racconto, la narrazione segue il punto di vista dei discepoli che montano sulla barca e iniziano a navigare senza Gesù. Nel racconto sinottico invece, il racconto segue il punto di vista di Gesù che è solo a terra e vede i discepoli in difficoltà. L’elemento prodigioso è più evidente nel racconto sinottico, specialmente in Matteo, dove Gesù cammina attraverso il mare fino a una barca che è a molti stadi distante da terra. In questa versione assume l’aspetto di un miracolo di natura in cui i discepoli sono salvati. In Giovanni, però, la sostanza del miracolo è significativamente diversa. La spiegazione più plausibile è che Giovanni tratti l’episodio come una epifania divina incentrata sull’espressione “sono io”, del v. 20. Nonostante sia presente anch’essa nei sinottici, infatti, in Giovanni rappresenta un leit-motiv come quella forma del nome divino che il Padre ha dato a Gesù e con la quale identifica sé stesso. Non è un caso il fatto che questa espressione ricorra sette volte nel quarto vangelo, di cui la prima piena ricorrenza si trova proprio nel discorso di Gesù che segue, identificandosi come pane di vita (vv. 28-35).

Il significato dunque nel nostro caso è quello di un’espressione alla maestà di Gesù, in modo molto simile a quello della Trasfigurazione. 

Che ruolo svolge questo segno in rapporto alla moltiplicazione e al resto del capitolo? In una certa misura, l’evangelista lo usa come correttivo della inadeguata reazione della folla alla moltiplicazione. Impressionati dal carattere prodigioso di quel segno essi volevano acclamarlo come messia politico:

Gv. 6:14 La gente dunque, avendo visto il segno miracoloso che Gesù aveva fatto, disse: «Questi è certo il profeta che deve venire nel mondo». 15 Gesù, quindi, sapendo che stavano per venire a rapirlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, tutto solo.

Ma egli è molto più di “profeta” e “re” e il camminare sull’acqua è un segno che gli permette di interpretare a se stesso, un segno che ciò che egli è può essere espresso pienamente solo col nome divino “Io sono”. 

C’è forse anche un simbolismo pasquale nel camminare sul mare, nel senso di un’allusione al passaggio del Mar Rosso al tempo dell’Esodo. Il racconto liturgico giudaico recitato nella cena di Pasqua, così come ci è stato conservato in un periodo di poco posteriore, associa strettamente il passaggio del mare e il dono della manna. Può essere che Giovanni voglia fare la stessa associazione. Nel seguito del c. 6 leggiamo: 

v. 31 I nostri padri mangiarono la manna nel deserto, come è scritto:
"Egli diede loro da mangiare del pane venuto dal cielo"».


in parallelismo con:

Salmo 78:24 fece piover su di essi la manna per nutrimento
e diede loro il frumento del cielo.


Sempre il Salmo 78 al v. 13 dice:
Divise il mare, li fece passare
e fermò le acque come in un mucchio.

Costituendo anche in questo caso un legame teologico. Ci sono dunque passi dell’Antico Testamento, specialmente tra quelli che parlano dell’Esodo, che contribuiscono a spiegare perché l’episodio di Gesù che cammina sul mare poteva rientrare nel generale motivo pasquale del c. 6 di Giovanni ed essere quindi strettamente associato alla moltiplicazione. 

CONCLUSIONE


Il quarto segno miracoloso di Gesù nel Vangelo secondo Giovanni rivela la sua identità come pane del cielo e come erede escatologico e definitivo del ministero profetico di Elia ed Eliseo. Tra questo segno e il discorso di Gesù nel quale esplicita per la prima volta il suo nome divino “Io sono”, troviamo quindi il racconto della sua camminata sul mare, il quinto segno. 

Diversamente dai sinottici, nel nostro racconto il significato non è meramente quello di un miracolo e del salvataggio dei discepoli quanto quello di una vera e propria manifestazione divina di Gesù, una teofania simile a quella della Trasfigurazione. 

Possiamo rintracciare, infine, una traccia biblica che interseca il tema pasquale dell’attraversamento del mare con quello della manna. Un parallelo presente tanto nella tradizione giudaica pasquale quanto nel Salmo 78 e nel nostro brano. 
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