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domenica 24 marzo 2019

La parola di Cristo















INTRODUZIONE

Se consideriamo la totalità del messaggio biblico, approfondendone la teologia, una delle prime cose che noteremo è la continua comunicazione e interazione tra Dio e l'uomo. Dio crea (e lo fa parlando!), ordina, dà uno scopo a ogni aspetto del creato, parla intimamente con l'uomo e, nonostante la sua disobbedienza, non cessa mai di avere un'influenza su coloro che lo cercano personalmente e di intervenire nella storia per promuovere attivamente la sua volontà. Certo, ci sono momenti di silenzio e apparente assenza, ma anche in queste situazioni c'è sempre qualche protagonista biblico che vive in una feconda relazione con il proprio creatore e che, nel momento della necessità, interviene in favore della sua famiglia, tribù, popolo, nazione. Un comune denominatore teologico di queste migliaia di anni, decine di autori e svariate storie bibliche dunque, non può che essere la comunicazione di Dio. Dio ha comunicato con la creazione (il fatto che quel che è attorno a noi esiste, è già di per sé comunicazione!), ha comunicato con la Torah (stabilendo un patto e delle indicazioni di vita per il suo popolo Israele), ha comunicato attraverso i profeti veterotestamentari (quando l'interpretazione della Torah diventava vuota, slegata da un coinvolgimento personale e sociale attivo) ha comunicato in modo definitivo con la vita, la morte e risurrezione di suo Figlio Gesù (riportando la comunicazione a tutti i popoli e tutte le nazioni) e ha comunicato attraverso la Bibbia: una raccolta di testi ispirati dallo Spirito Santo e raccolti nell'Antico Patto, precedente a Cristo, e nel Nuovo Patto. La malattia e la sofferenza maggiore per l'uomo è, ed è sempre stata, la solitudine. Sapendolo molto bene, il nostro creatore si è quindi premurato da sempre di dire a noi, sue creature: non siete soli!

In questa cornice complessiva, oggi considereremo un'importante frase che l'Apostolo Paolo scrisse ai credenti di Roma in un momento particolare della sua vita e del suo ministero. Dobbiamo considerare infatti che la Lettera ai Romani costituisce l'opera massima dell'apostolo Paolo: una lettera scritta ad una comunità non fondata da lui, alla fine di una fase cruciale della sua opera missionaria (probabilmente nell'inverno tra il 57 e il 58), con il chiaro intento di esporre e difendere la propria matura comprensione dell'evangelo così come lo aveva proclamato fino a quel momento e come sperava di poterlo presentare fino alle estremità della terra, in Spagna. Questa lettera è la meno condizionata dal fluire del discorso e del colloquio di Paolo con le sue chiese, e per questo è considerata la più adatta per una comprensione completa del suo insegnamento slegato da incombenze e problemi comunitari specifici. Da questa lettera trarremo l'insegnamento da comprendere quest'oggi, per realizzare quanto Dio non solo comunichi ma quanto voglia comunicare con ciascuno di noi.

IL CUORE DEL MESSAGGIO

Dopo l'introduzione, la Lettera ai Romani procede affrontando una serie di argomenti che possiamo considerare come la sistematizzazione del messaggio evangelico e apostolico. Troviamo un primo discorso dottrinale sulla giustificazione (1:18-4:25), un secondo discorso sulla vita cristiana (5:1-8:39) e un terzo discorso sul rapporto tra i giudei e il vangelo (9:1-11:36). Sappiamo infatti che vi era una certa tensione tra coloro che avevano riconosciuto Gesù come Messia e coloro invece che, pur appartenendo al popolo ebraico, non lo avevano fatto. Nello specifico, l'editto di Claudio che espulse i giudei da Roma divise le chiese della capitale, vedendo esiliati i credenti di origine ebraica. Quando l'ordinanza cessò e i giudeocristiani tornarono le loro cariche erano state ricoperte da nuovi fratelli di origine gentile: come accoglierli e come trovare un nuovo equilibrio sociale ed ecclesiale in queste comunità? Paolo scrive anche per questo, ma lo fa considerando la tensione nel suo insieme, in modo globale e approfondito al tempo stesso.

Da questo spunto Paolo esprime il suo desiderio per tutti i connazionali, ossia che riconoscano il Cristo, e la sua preoccupazione per ogni situazione in cui questo non avviene. Egli riconosce che i giudei hanno zelo per Dio, ma senza conoscenza della necessità di una giustizia che non può essere la propria: ogni giustizia umana infatti è imperfetta e inadatta davanti a Dio. Per questo motivo Cristo è morto e risorto, per adempiere la giustizia divina e poter essere invocato per fede da tutti: tanto dai giudei quanto dai greci (tutti coloro che non sono di origine ebraica). Dopo questa considerazione, l'Apostolo sottolinea la necessità di predicare il messaggio di Dio in Cristo ma conferma anche che questo compito si stava adempiendo regolarmente. E in questa situazione, proprio come profetizzato da Isaia (cfr. 53:1), non tutti avevano ascoltato attivamente e ubbidito alla buona notizia.


Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.” 
Romani 10:17


Ecco quindi che la parola, la comunicazione di Dio, era stata data – così come è data anche al giorno d'oggi – e aveva raggiunto nel corso del tempo persone di ogni estrazione. Ma alcuni avevano udito senza ascoltare, avevano rinnegato la potenza del messaggio, erano stati incapaci di riconoscere la pienezza del suo contenuto.


Da tutto questo possiamo comprendere molto della dinamica comunicativa tra Dio e l'uomo (ciascuno di noi!) e scoprire come Dio sta parlando a noi, ma se non lo stiamo sentendo....è perché ascoltiamo altrove, con altre priorità e con scarsa concentrazione. Al fulcro di tutto questo, poi, troviamo la fede: l'asse attorno al quale ruota la nostra relazione personale con Dio.


Per prima cosa dobbiamo considerare la direzione dell'ascolto. I giudei sapevano quello che Gesù aveva detto e fatto e quello che gli apostoli proclamavano, ma molti non lo (ri)conoscevano. Avevano udito, ma senza ascoltare. C'è una grande differenza tra questi due verbi. Tutti noi siamo bombardati ogni giorno da migliaia di informazioni e migliaia di scelte – piccole e grandi – che dobbiamo fare. Naturalmente non possiamo prestare la giusta attenzione a ogni situazione, e in automatico il nostro cervello fa una selezione di quelle che inconsciamente ritiene essere degne della nostra attenzione consapevole. A volte però qualcosa ci sfugge, e lo trattiamo con superficialità. Ecco: la comunicazione di Dio è degna di tutta la nostra attenzione. Non dobbiamo solo udire: dobbiamo ascoltare. Ascoltare cosa? Ascoltare il Vangelo e la sua predicazione: il motivo per cui ci sentiamo soli e separati da Dio e il modo che egli ha trovato per ristabilire invece una nuova relazione, comunione e comunicazione nella croce di Cristo. Dobbiamo scegliere di ascoltare il messaggio di Dio e per farlo dobbiamo distogliere la nostra attenzione da altri messaggi.


In secondo luogo è necessario comprendere la potenza della comunicazione di Dio (il Vangelo). Quel che riceviamo dalla parola di Dio infatti non è solo un messaggio di servizio, ma è il mezzo attraverso cui la sua potenza viene liberata. Attraverso la parola di Dio sono stati creati i mondi (cfr. Gn 1; Eb 11) e attraverso la stessa parola possiamo ricevere la sua potenza per la nostra salvezza. Per fede. La stessa potenza che ha creato ogni cosa attorno a noi è disponibile per risanare le nostre ferite, colmare le nostre debolezze e superare le nostre limitatezze. Ascoltarlo, comprenderlo e viverlo è però nostra responsabilità. Se non si prova a mettere in pratica una determinata azione non si può mai sapere quale può essere il suo risultato. Ecco, guardando attorno a noi possiamo vedere la potenza di Dio nella salvezza e pienezza di vita presente nella sua Chiesa, e unirci nel vivere questo stesso messaggio credendo ad esso con la nostra mente, con la nostra confessione e con la nostra adesione quotidiana.


Naturalmente, come accennato in precedenza, questi aspetti coinvolgono una concentrazione e un ascolto attivo. Questo non deve sembrare qualcosa di troppo difficile: non stiamo parlando di una lezione universitaria! Riguarda invece soprattutto un'attitudine del nostro cuore. Noi siamo naturalmente inclini a essere concentrati nei riguardi di ciò che riteniamo importante o di ciò che ci piace molto. Ecco, questa è la chiave di tutto. Basta considerare inizialmente quello che sono le parole di Gesù e il senso del suo sacrificio per esserne affascinati. Come si può non esserlo?! Lasciamoci affascinare da Gesù e, senza che neanche ce ne rendiamo conto, la nostra attenzione aumenterà nei suoi confronti (distogliendosi dalle altre voci), comprenderà il peso delle sue parole (crescendo la fede dentro di noi) e ci porterà con una naturalezza sovrannaturale a seguire le sue orme. Per la sua gloria.

CONCLUSIONE

La tesi di fondo della Lettera ai Romani è presentata sin dal suo inizio (1:16) e riguarda il fatto che il giusto per la sua fede vivrà. Ma questa fede ha un'origine e la sua origine è l'ascolto della parola di Cristo. Questo ascolto nasce a volte in modo inconsapevole, ma il fascino delle parole del Signore genera interesse, attenzione e potenza. Sì, possiamo rigettare tutto questo come fecero i giudei del I secolo che si distanziarono da Cristo, ma la volontà di Dio è invece che troviamo in lui una comunione che ci allontani dalla nostra solitudine. Una vita che ci allontani dalla nostra morte. Un messaggio che ci allontani dalla cacofonia che ci circonda e che in ultima analisi non è altro che un assordante silenzio. L'esortazione che Dio ci rivolge oggi, dunque, è di tornare a Cristo. Tornare al suo ascolto. Tornare alla sua vita. Tornare alla potenza della sua parola.

domenica 10 febbraio 2019

Insieme per (ri)costruire






















Nota:  questi sono gli appunti del messaggio predicato al centro REHOBOTH Saronno il 10/02/2019

Raccontai loro come la benefica mano del mio Dio era stata su di me, e riferii le parole che il re mi aveva dette. Quelli dissero: "Sbrighiamoci e mettiamoci a costruire!" E si fecero coraggio con questo buon proposito.
Nehemia 2:18

INTRODUZIONE 

I libri di Esdra e Nehemia testimoniano di un miracolo. Un risveglio, una rinascita, anzi: una vera e propria risurrezione dai morti. Non di una singola persona ma, in modo ancora più incredibile, di un intero popolo e di una intera nazione. Ricordiamo la visione del profeta dell’esilio Ezechiele nella valle delle ossa secche (Ez. c. 37): il profeta viene trasportato in una valle piena di ossa secche e, alla parola del Signore che infonde lo Spirito, queste ossa si ricongiungono con muscoli, carne e pelle. La spiegazione di questa immagine è la seguente:

Egli mi disse: «Figlio d'uomo, queste ossa sono tutta la casa d'Israele. Ecco, essi dicono: "Le nostre ossa sono secche, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti!" Perciò, profetizza e di' loro: Così parla il Signore, DIO: "Ecco, io aprirò le vostre tombe, vi tirerò fuori dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi ricondurrò nel paese d'Israele. Voi conoscerete che io sono il SIGNORE, quando aprirò le vostre tombe e vi tirerò fuori dalle vostre tombe, o popolo mio! E metterò in voi il mio Spirito, e voi tornerete in vita; vi porrò sul vostro suolo, e conoscerete che io, il SIGNORE, ho parlato e ho messo la cosa in atto", dice il SIGNORE»
Ezechiele 37:11-14

I sacerdoti, i nobili, gli artigiani di Giuda erano deportati a Babilonia, la nazione settentrionale di Israele era stata deportata in Assiria più di un secolo prima, il tempio di Gerusalemme - luogo della presenza di Dio sulla terra - era stato distrutto. Le promesse di benedizione e prosperità per il popolo sembravano definitivamente sepolte in terra straniera e all’orizzonte non appariva più alcun futuro per il popolo nella sua identità e integrità. Ma da questa desolazione, da questa tragedia, l’oracolo profetico promuove una parola di speranza. La speranza di una vera e propria risurrezione nazionale. Qual è la prima cosa che il Signore chiede di fare? Crederci. E dalla tomba arriverà a sorgere una nuova vita. 

Ecco, il versetto che stiamo per considerare (Ne. 2:18) si inserisce nel tempo di realizzazione di questa promessa, nel tempo di realizzazione di questo miracolo. 

UNITI DAL PROPOSITO DI DIO

Zorobabele e Giosuè avevano già guidato il primo rimpatrio e ricostruito il tempio a Gerusalemme. Era stato un vero e proprio pellegrinaggio religioso, con l’obiettivo di ricostruire il luogo più santo del giudaismo (Ed. 1-6). Successivamente Esdra aveva capeggiato un secondo rimpatrio (458 a.C., Ed. 7-10). Una parte del popolo di Giuda era dunque già tornato nella sua terra, il tempio si stava ricostruendo, ma naturalmente mancava ancora molto per poter dire di essere al sicuro. In questo tempo infatti in Persia Nehemia apprende che "i superstiti della deportazione sono là, nella provincia, in gran miseria e nell'umiliazione; le mura di Gerusalemme restano in rovina e le sue porte sono consumate dal fuoco"Egli dunque si sente profondamente coinvolto da questa situazione, prega il Signore e con convinzione sottopone il problema al re Artaserse che lo lascia andare per offrire il proprio contributo. Nehemia fa un sopralluogo per vedere di persona l’entità della devastazione delle mura e delle porte delle città e poi, nel versetto che stiamo considerando, si rivela al popolo, ai sacerdoti e ai Giudei raccontando l’approvazione che aveva ricevuto da Artaserse e il piano di ricostruzione che Dio gli aveva messo in cuore. 

Questo libro biblico e questa vicenda resta di grande edificazione spirituale anche oggi, a migliaia di anni di distanza. Esattamente come nella parabola di Gesù sui lavoratori nella vigna (Mt. 20), Nehemia non è il primo uomo a iniziare un lavoro, ma si inserisce nel lavoro iniziato da altri (partendo appunto dal tempio, ossia dal cuore della fede giudaica) per promuovere l’indispensabile opera di costruzione delle mura a protezione della città, e contribuire in modo determinante. Ecco quindi che un racconto storico-teologico può trascendere il suo contesto più immediato per avere un impatto anche su noi oggi, credenti del XXI secolo, in una forma di attualizzazione ermeneutica. Riflettendoci infatti possiamo rilevare molti punti in comune con la nostra fede quotidiana e molti princìpi spirituali che possono essere di utilità anche per noi oggi. Vediamone alcuni. 

Il primo può riguardare l’esigenza di ripristinare il luogo di adorazione nella nostra vita e, in seguito a questo, proteggere la fiamma della fede che il Signore ci ha affidato. Il tempio infatti può rappresentare la nostra devozione personale per Dio, che in Cristo deve avere il primo posto nella nostra vita. Ma questo non basta: bisogna anche difendere e coltivare questa intimità con nuove abitudini quotidiane, e questa esigenza può venir paragonata all’urgenza di costruzione delle mura. Così come le mura non sono costruite da un solo uomo, tuttavia, allo stesso modo anche la nostra fede non può essere conservata e coltivata esclusivamente in solitudine davanti al Signore, ma è promossa e rafforzata nella frequentazione della nostra comunità: il luogo dove Dio si usa di altri fratelli e sorelle per farci crescere nel carattere, nella formazione e nella maturità. Proseguendo nella lettura del successivo capitolo di Nehemia infatti vediamo come tutto il popolo risponde volenteroso all’appello dell’uomo di Dio e ciascuno prende il proprio posto di lavoro per la ricostruzione complessiva delle mura. Il lavoro di tutti per l’edificazione comune. Proprio come accade nel corpo di Cristo, dove ogni membro è chiamato a intervenire in base al vigore della propria forza per trarre il proprio sviluppo complessivo (Ef. 4:16). Non importa dunque quale incarico possiamo avere in chiesa: tutti siamo tempio dello Spirito Santo, e tutti siamo chiamati a sostenere, incoraggiare, formare e difendere la nostra maturità spirituale individuale e comunitaria. Tutti noi abbiamo questa missione da compiere, ma sempre in modo personale e unico, secondo la nostra chiamata più specifica e il contributo particolare che il Signore ci chiede di dare.

Oltre alla missione di ciascuno, questo esempio biblico può istruirci sulla corretta attitudine da mantenere nel corso della nostra vita di fede. La costruzione delle mura non è avvenuta in un sol giorno, e in modo simile anche le nostre opere di fede non si limitano al giorno in cui abbiamo accettato la salvezza del Signore. No, la vita cristiana più che a una corsa ai cento metri assimiglia a una maratona a staffetta, e quello che il Signore ci richiede è costanza e integrità nel nostro servizio. Tutto questo per il nostro carattere, per la nostra crescita e per la nostra maturità. Più ancora delle mura ricostruite, questa opera ha prodotto una grande unità in un popolo scoraggiato e demotivato. E, in forma simile, più di qualsiasi opera che possiamo fare nella nostra vita, la fede che conserviamo viene raffinata nelle difficoltà ed è per Dio più preziosa dell’oro fino (1 Pt. 1:7). Il nostro amore, il nostro carattere e la fede che tempriamo nel fuoco sono le uniche cose che potremo portare nell’eternità, ed è in queste cose che il Signore ci chiede di investire. 

Un terzo esempio che possiamo trarre, infine, riguarda l’esempio. Nehemia non si è lasciato scoraggiare dal suo lavoro, dal mettere a repentaglio la propria vita, dalla demotivazione del popolo, dalla lentezza dei lavori o dall’enormità dei cantieri. Al contrario, è sempre stato focalizzato sull’obiettivo che sentiva in cuore da parte di Dio e sulla sua determinazione a realizzarlo, a qualsiasi costo. Questo ha fatto di lui un esempio positivo, che ha portato il popolo a reagire secondo il proposito stesso di Dio. La Scrittura ci esorta a fare lo stesso: non lasciarci scoraggiare dalle circostanze o dai nostri limiti ma agire in modo fermo nella fede per continuare a “combattere il buon combattimento”. Questo sarà utile per noi, ma aiuterà anche le persone che il Signore ci metterà vicino e potremo essere per loro degli esempi positivi. Dobbiamo considerare che, in ultima analisi, tutti noi siamo sempre e comunque degli esempi: influenziamo tutti le persone che abbiamo intorno, in un modo o nell’altro. Ma sta a noi decidere che esempi essere: esempi di scoraggiamento e dubbio o esempi di incoraggiamento e fede. Dimoriamo nella chiamata e nel proposito che Dio ha depositato nel nostro cuore e non potremo fallire. Proprio come Nehemia.

CONCLUSIONE

I libri biblici di Esdra e Nehemia sono testimoni di un grande miracolo: la risurrezione del popolo di Giuda che, deportato a Babilonia, ormai di dava per distrutto. In questo tempo, Dio ha suscitato singoli uomini per promuovere un prodigioso ritorno e una impegnativa ricostruzione. Prima è stato ricostruito il tempio e poi, con l’entrata in scena di Nehemia, le mura di Gerusalemme che fino a quel momento erano devastate, con le porte consumate dal fuoco. 

In quanto cristiani, da questa vicenda biblica possiamo trarre edificazione e direzione in almeno tre aspetti specifici della nostra fede: l’impegno nella nostra missione, nella crescita del nostro carattere e la nostra integrità nell’essere di esempio. Ogni credente infatti ha in sé il proposito di custodire la fede che Dio ha riposto nei nostri cuori, e alimentarla condividendola sia nei vari contesti quotidiani sia vivendo la realtà di una chiesa locale. Qui infatti ci può essere quella sinergia che il Signore desidera per la sua chiesa, il servizio reciproco che rafforza la fede di ciascuno. Sicuramente poi, ogni cristiano ha una chiamata specifica con doni e eventualmente ministeri che consentono l’offerta di un contributo che resta personale e unico nel suo genere. Ma l’impegno personale, proprio come quello di Nehemia deve essere quello della costanza e della fedeltà alla visione che Dio ha donato. Un secondo aspetto conseguente a questo riguarda quindi proprio l’impegno continuativo nel tempo per poter vedere realizzata l’opera di Dio e il sacrificio necessario a veder plasmato il proprio carattere secondo il carattere del Signore Gesù. Questo processo a volte può essere doloroso, ma è per il nostro bene, e ne vale sempre la pena. Infine, come ultimo punto, vivere questa realtà porta automaticamente a essere degli esempi e ispirare le persone che ci circondano nel seguire le nostre orme, sempre per il bene comune. Sempre per a ricostruzione delle mura di Gerusalemme: la città della presenza di Dio. 

domenica 3 febbraio 2019

Il regno del Figlio

Rendete omaggio al figlio,
affinché il SIGNORE non si adiri
e voi non periate nella vostra via,
perché improvvisa l'ira sua potrebbe divampare.
Beati tutti quelli che confidano in lui!
Salmo 2:12

INTRODUZIONE

Una parte importante dell'eredità cristiana riguarda la consapevolezza di Cristo in quanto Pantocratore, ossia Onnipotente. Pur essendo un aspetto tipico della teologia e dell'arte bizantina (che in un frangente è arrivata all'estremismo eterodosso del monofisismo), essa affonda le proprie radici nel Nuovo Testamento, e proprio per questo risulta essere patrimonio della cristianità tutta. Tra i diversi contributi neotestamentari interessanti a questo riguardo, vorrei approfondire in questa sede solo un breve brano che troviamo nel fondamentale quindicesimo capitolo della Prima lettera ai Corinzi, limitandoci perlopiù alla comprensione di quanto affermato in questo testo. 

Con maggiore probabilità questa lettera è stata scritta dall'Apostolo Paolo durante il soggiorno a Efeso nel suo terzo viaggio missionario, intorno al 55 d.C. Sulla base delle lettere e delle richieste pervenute da parte della comunità, Paolo risponde trattando svariati argomenti che troviamo qui raccolti. Uno dei pericoli dottrinali che la chiesa stava affrontando era promosso da alcuni che negavano la risurrezione dei morti, ed è per questo che l'Apostolo dei gentili scrive anche un accorato discorso sulla sua realtà e sulla sua fondamentale importanza per la fede cristiana, un discorso che troviamo appunto nel quindicesimo capitolo. 

Dopo aver approfondito in un precedente articolo il tema specifico della risurrezione dei morti, e quello della cristologia di Adamo, mi sembra doveroso dedicare ora un'esposizione all'insegnamento che possiamo intitolare "Il regno del Figlio". Andiamo dunque direttamente alla proclamazione cristologica apostolica presa in esame. 

BISOGNA CHE EGLI REGNI

Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta; poi verrà la fine, quando consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre, dopo che avrà ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza. Poiché bisogna ch'egli regni finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi. L'ultimo nemico che sarà distrutto sarà la morte. Difatti, Dio ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi; ma quando dice che ogni cosa gli è sottoposta, è chiaro che colui che gli ha sottoposto ogni cosa, ne è eccettuato. Quando ogni cosa gli sarà stata sottoposta, allora anche il Figlio stesso sarà sottoposto a colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti.  
1Corinzi 15:20-28

In questo ordine degli eventi escatologici, la risurrezione di Cristo rappresenta solo l'inizio di una nuova epoca. Questa epoca è contraddistinta dall'esordio appena considerato, da una serie di avvenimenti che accadranno in questo tempo e poi da una fine (to telos) che consoliderà un nuovo equilibrio. Il termine originale utilizzato per "fine" si potrebbe tradurre meglio con "il compimento" della storia della salvezza1. La risurrezione del Signore dunque avvia, accelera i processi del piano di Dio riguardante la storia della salvezza, che a un certo punto arriverà al suo compimento definitivo. Quello che in una difesa della risurrezione può esser considerato come tesi, qui invece possiamo considerarlo come assunto preliminare, per poter procedere in questo percorso teologico.   

Le frasi in questione sono abbastanza articolate, ma con una lettura attenta possiamo farvi ordine. In seguito alla risurrezione troviamo dunque che:
  • Bisogna che Cristo regni,
  • che sconfigga ogni nemico,
  • tra i quali anche l'ultimo: la morte.
  • E questo mediante il potere ricevuto del Padre, adempiendo la parola profetica delle Scritture (Sl. 110:1),
  • per poi vedere la risurrezione dei morti e la fine.
  • In seguito alla fine, Cristo consegnerà il suo regno a Dio che è il Padre. 
L'aspetto principale di questa sequenza è quello che mi ha spinto a intitolare in tal modo questo articolo, ossia la descrizione del regno del Figlio. Per attuare il piano del Padre, è necessario infatti che il Figlio regni, e che lo faccia finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi. I vocaboli coinvolti nella specifica di questi nemici (principato, ogni potestà e ogni potenza) li portano a essere identificati con le forze celesti o cosmiche che sono considerate concorrenti con la signoria di Dio e di Cristo2. Vediamo dunque che in seguito alla risurrezione del Signore c'è il suo regno. Nel suo regno egli deve esercitare il potere ricevuto dal Padre per sottomettere ogni nemico, e quando questo sarà realizzato (e sarà sconfitta anche la morte) potranno risorgere quelli che sono suoi, in seguito alla sua venuta (il suo ritorno).  

Che caratteristiche ha però il regno di Cristo? Rileviamo che in questi versetti non ci sono ulteriori dettagli a proposito ma possiamo riflettere sul fatto, affermato all'inizio della lettera (1:24), che la predicazione di Cristo crocifisso è potenza e sapienza di Dio. Questa potenza è associata anche alle dimostrazioni di Spirito (2:4) e suggellano la genuinità del messaggio del vangelo e il suo successo decretato non dall'abilità umana di convincimento ma, per l'appunto, dalla potenza di Dio. La potenza di Dio e la dimostrazione dello Spirito sono nella predicazione di Cristo crocifisso e questo, allargando il nostro sguardo ad altri libri neotestamentari, perché è in seguito alla risurrezione che egli ha ricevuto "ogni potere in cielo e sulla terra" (Mt. 28:18). È in seguito alla croce che Cristo ha spogliato i principati e le potenze, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro (Col. 2:15). Gesù dunque dopo la sua morte e risurrezione ha trionfato sui principati e le potenze, e ha ricevuto dal Padre ogni potere in cielo e sulla terra proprio come affermato nel Salmo 110: "Il SIGNORE ha detto al mio Signore: «Siedi alla mia destra finché io abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi»." In questo versetto citato altrove anche da Gesù stesso, comprendiamo come il Padre ha condiviso con il Figlio la pienezza di potere e governo, e questo proprio nel tempo presente. In effetti è sulla base di questa onnipotenza di Cristo che è stata fondata la Chiesa e che essa può adempiere al suo compito di discepolato e battesimo delle nazioni nel mondo sulla base delle indicazioni di Gesù stesso (Mt. 28:18-20).

Ecco, aggiungendo questi altri indizi possiamo tracciare ora un quadro più completo sul regno del Figlio. Un regno iniziato con la sua morte e risurrezione, in seguito alla quale egli ha ricevuto ogni potenza dal Padre per sconfiggere le potenze spirituali della malvagità e per edificare la sua Chiesa, con il proposito di discepolare e battezzare persone di ogni popolo. Un tempo dunque nel quale portare a compimento un trionfo già raggiunto, e questo sempre nello scopo della salvezza dell'uomo, attraverso la predicazione di Cristo crocifisso: sapienza e potenza di Dio, luogo di dimostrazione di Spirito e potenza. Questo regno però non finisce qui. Cristo infatti dovrà sconfiggere anche altri nemici, tra i quali la morte stessa, e questo intervenendo in prima persona come ulteriore manifestazione del suo regno. È in questo contesto e in seguito a questi eventi che troviamo nell'Apocalisse di Giovanni la descrizione del famoso regno messianico millenario (o milleniale, su derivazione anglosassone), anch'esso già approfondito in un altro contesto. E dopo la sconfitta della morte, e la risurrezione dei suoi, egli sottometterà infine il suo regno a Dio Padre. Lo scopo finale di tutto il processo infatti è quello della gloria di Dio: ossia l'attuazione della sua assoluta sovranità per essere tutto in tutti. Il contesto immediato suggerisce di interpretare la frase panta en pasin, nel senso che Dio sarà presente e operante sovranamente in "tutta la realtà" creata3, in una nuova ed eterna armonia.


CONCLUSIONE 

La risurrezione del Signore inaugura quella che in teologia si chiama "escatologia anticipata", ossia l'anticipazione di una condizione che sarà compiuta solo negli "ultimi giorni". Nella croce Cristo ha vinto sui principati e le potenze spirituali, con la risurrezione egli ha ricevuto dal Padre ogni potere in cielo e sulla terra. Risulta necessario dunque che regni per portare a compimento la sua vittoria sui nemici, e questo sia attraverso la predicazione del vangelo e l'espansione della Chiesa nella storia sia attraverso il suo ritorno e la sconfitta definitiva di tutti gli ultimi nemici e della morte alla fine della storia. In questo quadro generale è di consolazione e incoraggiamento sapere che il potere della Chiesa non si appoggia sulle proprie virtù ma sull'aderenza al messaggio del vangelo, dove per volontà di Dio dimora la sua potenza e la manifestazione dello Spirito Santo. In seguito alla sconfitta della morte, tutti noi credenti risorgeremo e per ultima cosa l'intero regno sarà restituito nelle mani del Padre affinché la sua signoria e la sua gloria possa essere completa e possa coinvolgere tutti i santi in quanto parte attiva del suo proposito.

In questo contesto dunque possiamo dire di conoscere la grazia del regno del Figlio nel tempo presente, anche se assisteremo al suo intervento diretto solo nel momento del suo ritorno. Come aspetto ancora più importante, infine, la sua stessa risurrezione risulta essere una anticipazione della speranza che coinvolge ogni credente: la speranza fondata che vede nella morte non un capolinea ma solo una penultima fermata, prima di tornare alla vita e contemplare per l'eternità la benedizione della luce e del volto di Dio.



Note:

[1] Cfr. Rinaldo Fabris, Prima Lettera ai Corinzi, Milano, Paoline, 1999, p. 204.  

[2] Id. Ibid.  
[3] Id. Ibid. p. 205.
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