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martedì 25 dicembre 2018

Gloria in altissimis Deo, et in terra pax in hominibus bonae voluntatis

Egli starà là e pascolerà il suo gregge con la forza del SIGNORE,
con la maestà del nome del SIGNORE, suo Dio.
E quelli abiteranno in pace,
perché allora egli sarà grande fino all'estremità della terra.
Michea 5:3

1. LA LETTURA
Mentre erano là, si compì per lei il tempo del parto; ed ella diede alla luce il suo figlio primogenito, lo fasciò, e lo coricò in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo.

In quella stessa regione c'erano dei pastori che stavano nei campi e di notte facevano la guardia al loro gregge. E un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore risplendé intorno a loro, e furono presi da gran timore. L'angelo disse loro: «Non temete, perché io vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà: "Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore. E questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia"».
E a un tratto vi fu con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva:

«Gloria a Dio nei luoghi altissimi, e pace in terra agli uomini ch'egli gradisce!»

Quando gli angeli se ne furono andati verso il cielo, i pastori dicevano tra di loro: «Andiamo fino a Betlemme e vediamo ciò che è avvenuto, e che il Signore ci ha fatto sapere». 
Vangelo secondo Luca 2:6-15
 2. INTRODUZIONE

Il Vangelo secondo Luca dipinge davanti ai nostri occhi l’immagine più accurata della nascita di Gesù tra i vangeli canonici. Tanti elementi entrati tradizionalmente nella nostra cultura (e nei nostri presepi) sono tratti infatti dal racconto in questione, il più completo. In questa occasione vorrei condividere alcune riflessioni basate proprio dall'eposodio della natività lucana, ma concernenti in modo più specifico il coro angelico riportato al v. 2:14 e sottolineato nell'estratto del testo che avete appena letto all'inizio di questo articolo. 

3. IL QUADRO NARRATIVO

La cornice narrativa la conosciamo tutti bene, sia che siamo familiari alla lettura del vangelo in questione o meno, tanto è famosa. Sappiamo che a causa di un decreto che ordinava un censimento, Giuseppe e Maria incinta sono stati obbligati a recarsi a Betlemme in quanto città originaria del re Davide, illustre avo di Giuseppe. Qui si compie il tempo del parto, la famiglia non trova alloggio in albergo ed ecco che Gesù nasce e viene coricato un una mangiatoia. La narrazione poi si sposta per includere in questa scena anche alcuni pastori. Con una sequenza parallela di promessa e adempimento, similmente a quanto avvenuto nell'annuncio della nascita di Gesù a Maria da parte dell'angelo Gabriele (Lc. 1:26-38)1, un angelo del Signore presenta loro la buona notizia di una grande gioia che il popolo avrà per la nascita di un Salvatore. Una concezione molto diffusa vede nella presenza stessa dei pastori l'indizio certo che non possiamo essere in un tempo invernale (come appunto il mese di Dicembre) ma in ultima analisi questo elemento non può essere conclusivo.2 In ogni caso, l'angelo porta la buona notizia ai pastori, corroborata da un segno di riconoscimento, e dopo queste parole in modo improvviso compare una moltitudine angelica che canta la sua lode a Dio. 

4. LA LODE ANGELICA
«Gloria a Dio nei luoghi altissimi, e pace in terra agli uomini ch'egli gradisce!»
Possiamo rilevare come questa frase sia costituita da due momenti distinti seppur interconnessi. Da una parte abbiamo infatti la Gloria (doxa) a Dio, espressa con un termine greco il cui senso di "divino splendore di potenza, gloria divina" è esclusivo della letteratura biblica ed estraneo al greco extrabiblico.3 Una parola peculiare dunque che viene associata a Dio nell'hypsistos, ossia nel luogo geografico e qualitativo al tempo stesso che per sua stessa definizione è il più alto. E proprio grazie alla Gloria di Dio nei luoghi altissimi (a causa della nascita di Cristo) deriva, sempre in virtù di questo evento, la pace in terra agli uomini che egli gradisce. Nel greco originale questo secondo elemento riporta letteralmente:4
ἐπί / epi (sulla)

γῆ / gē (terra)

εἰρήνη / eirēnē (pace)

εὐδοκία / eudokia (buono, scelta, buona volontà, delizia, piacere, soddisfazione)

ἐν / en (verso)

ἄνθρωπος / anthrōpos (uomini)
Nel IV secolo d.C., Girolamo tradurrà questa frase in latino nel seguente modo: et in terra pax in hominibus bonae voluntatis, espressione entrata proprio grazie alla traduzione Vulgata nel senso comune e che ha promosso la diffusione in italiano della traduzione cattolica "agli uomini di buona volontà".5 La traduzione più attinente però è proprio quella usata da Giovanni Diodati ("benivoglienza inverso gli uomini") aggiornata linguisticamente nella versione Nuova Diodati: pace in terra agli uomini, su cui si posa il suo favore. La pace infatti oltre alla bontà, scelta, buona volontà, delizia, piacere e la soddisfazione sono quelle di Dio verso gli uomini, e non viceversa. Come ulteriore prova possiamo considerare l'unica altra ricorrenza nel Vangelo di Luca del termine eudokia6, che troviamo in 10:21:
In quella stessa ora, Gesù, mosso dallo Spirito Santo, esultò e disse: «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli! Sì, Padre, perché così ti è piaciuto! 
È dunque ai piccoli che è piaciuto al Padre rivelare la caduta di Satana (Lc 10:17-20), ed è agli uomini che egli rivolge la sua piacevolezza e la sua pace sulla terra attraverso Cristo Gesù.
La nascita del Signore Gesù è quindi espressione della Gloria di Dio nei luoghi altissimi e della sua pace e della sua scelta e delizia verso gli uomini. Questa è la buona notizia (l'evangelo) che viene prima di tutto annunciata dagli angeli e che trova proprio nei pastori i primi testimoni. Uomini che vedono la gloria del Signore (2:9), che ricevono l'annuncio evangelico (2:10-12), che assistono alla liturgia celeste (2:14) e che con l'ubbidienza della fede decidono di andare a Betlemme per vedere con i propri occhi quello che l'avvertimento angelico aveva annunciato. 

 5. CONCLUSIONE

Senza farne mistero, l'autore di questo vangelo esplicita fin da subito di essersi accuratamente informato sin dall'origine di ogni fatto riguardante Gesù dai testimoni oculari e dai suoi primi testimoni (1:1-3). Descrive quindi con numerosi dettagli l'evento della nascita del Signore e di come questo evento sia di una epocale rilevanza teologica. 

Sebbene la nascita di Gesù avvenga in sordina infatti, ossia nel silenzio e nell'isolamento, un angelo annuncia l'importanza del fatto ad alcuni pastori e questo annuncio viene confermato dall'apparizione di una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio. La lode celeste di Dio viene dunque trasmessa sulla terra come innesco di una nuova epoca, che il contenuto di questa lode definisce nella pace e benevolenza rivolta agli uomini. Questo è il significato della Natività, questo è il senso del Natale. Un evento storico con significato teologico avvenuto più di duemila anni fa, ma che ha inondato il mondo della benedizione del Padre fino ai giorni nostri, attraverso il Signore Gesù Cristo. 



Note:

[1] A.A.V.V., Grande commentario biblico Queriniana, Ed. Queriniana, Brescia, 1974, cit. p. 982.
[2] vedi: https://ilcristianoinformato.altervista.org/le-pecore-allaperto-a-betlemme-il-mese-di-dicembre-hendriksen-dice-perche-no/?fbclid=IwAR0U2Ewkz02kDETSZZVkyHlzhXWtnB9QO5mO6Yi6JLyJv36gCXhWEBcMJcI&doing_wp_cron=1545556454.8211090564727783203125
[3] Horst Balz, Gerhard Schneider, Dizionario Esegetico Del Nuovo Testamento, Ed. Paideia, Brescia, 2004 (ed. in unico volume) cit. I 915.  
[4] Cfr. https://www.blueletterbible.org/kjv/luk/2/14/p0/t_conc_975014 
[5] Cfr. https://www.culturacattolica.it/attualit%C3%A0/in-rilievo/ultime-news/2013/12/22/gloria-a-dio-negli-altissimi
[6] https://www.blueletterbible.org/lang/lexicon/lexicon.cfm?Strongs=G2107&t=KJV&bn=42#lexResults

domenica 25 novembre 2018

La sottomissione del cristiano


Nota: questi sono gli appunti del sermone che ho predicato nei Centri Rehoboth di Rivera (CH) e Saronno (VA) il 25/11/2018.

   INTRODUZIONE

Domenica scorsa abbiamo visto l'importanza dell'ubbidienza per vivere al meglio la benedizione che Dio ha per noi. Abbiamo considerato sulla base del Primo libro di Samuele come il Signore preferisca l'ubbidienza al sacrificio rituale, e questa preferenza è davvero di grande importanza! In realtà in tutta la Bibbia Dio parla al suo popolo (celebre è il c. 1 di Isaia) – spesso cristallizzato in un mero formalismo – indicando a volte anche con parole dure come lui non desideri formalismo o religiosità ma per l'appunto ubbidienza e giustizia.  Ubbidienza a Dio significa appropriarci della nostra vera identità in Cristo portando sulla terra la stessa volontà di Dio che è fatta nei cieli.

Oggi pomeriggio però possiamo fare un passo indietro e valutare da cosa scaturisce questa ubbidienza: dal principio spirituale della sottomissione. Tutta la nostra vita di fede infatti nasce dal preciso momento in cui abbiamo riconosciuto in Gesù un'autorità giusta da seguire e ogni nostro progresso spirituale non può che essere passato da nuove occasioni in cui poter riconfermare questa nostra scelta. Pensiamo agli apostoli nei Vangeli: Gesù si reca al loro posto di lavoro, li comanda di seguirlo e loro, lasciando ogni cosa, ubbidiscono. Vedete come è tutto collegato? Dal riconoscimento della sua autorità scaturisce la nostra adesione alla sua volontà e quindi la nostra libera e gioiosa ubbidienza. 

Nel c. 13 della Lettera ai Romani vediamo che il tema della sottomissione ha per noi credenti tre diverse macro-coordinate: la sottomissione a Dio e alle autorità statali (vv. 1-7) e alle autorità ecclesiastiche oltre che a ogni fratello e sorella nella fede (8-10). Possiamo seguire quindi questa traccia per comprendere meglio il consiglio di Dio a riguardo.
   

1. LA SOTTOMISSIONE A DIO

L'inizio delle nostre considerazioni sulla sottomissione a Dio purtroppo passa attraverso un dramma: la ribellione di Adamo ed Eva. Sappiamo bene la storia di Genesi: essi vivevano nel giardino posto in Eden in una condizione meravigliosa, ma hanno scelto di disubbidire all'unica (!) regola che Dio aveva posto per la loro integrità e incolumità. La conseguenza è stata una frattura nel rapporto con Dio e l'allontanamento da Eden oltre alla loro morte spirituale. Dobbiamo comprendere che questo tragico inizio è purtroppo scritto nel nostro DNA spirituale. Ogni uomo e donna che nasce infatti porta con sé quella natura di peccato e quel senso di abbandono...quella frattura che porta automaticamente all'egoismo e alla sfiducia nei confronti delle autorità. Ma non è Dio ad aver sbagliato, è l'uomo. Nonostante questo, il primo, secondo, terzo e quarto passo per ristabilire la relazione e la dignità umana è stato preso proprio dal Padre attraverso la morte vicaria di Cristo. E' a questo punto che noi possiamo essere ristabiliti, ma dobbiamo rispondere alla chiamata di Gesù: “Sì, lo voglio!”. Dobbiamo riconoscere l'autorità di Gesù e solo a questo punto potremo essere guariti e ripristinati. Certo, possiamo avere il miraggio che senza sottomissione noi possiamo essere gli unici padroni della nostra vita, ma....pensiamoci per qualche secondo in più: lo possiamo davvero essere? Quante volte abbiamo fatto “di testa nostra” e – raggiungendo i nostri obiettivi – abbiamo ferito chi ci stava vicino, rimanendo soli o quasi? Quante volte la nostra illusione di controllo si è frantumata di fronte a un imprevisto della vita o ai nostri stessi limiti? La verità è che non possiamo essere veramente liberi in noi e se non siamo sottomessi a Dio siamo schiavi del nostro “io” che ci acceca privandoci della capacità di vedere cosa realmente sta succedendo attorno a noi.

Vi faccio un esempio: i dodici passi degli alcolisti anonimi. Moltissimi alcolisti (persone schiave del vizio autodistruttivo dell'abuso di alcool) seguendo questi dodici passi sono arrivati a una liberazione da questa forma di auto-distruzione. Ebbene, da dove sono passati? Da questi primi tre punti:

1) Abbiamo ammesso di essere impotenti di fronte all’alcol e che le nostre vite erano divenute incontrollabili.
2) Siamo giunti a credere che un Potere più grande di noi potrebbe ricondurci alla ragione.
3) Abbiamo preso la decisione di affidare le nostre volontà e le nostre vite alla cura di Dio, come noi potemmo concepirLo.

Con le opportune differenze, anche noi abbiamo fatto o dobbiamo fare questo percorso, pur senza essere alcolisti. Il nostro vizio infatti può non essere l'alcool ma sicuramente è il peccato, per nostra stessa natura. Dobbiamo quindi renderci conto di questo (1), riconoscere il potere e l'autorità dell'amore del Dio della Bibbia per noi (2) e sottometterci a lui ubbidendo alla sua Parola (3).


   2. LA SOTTOMISSIONE ALLE AUTORITA' ESTERNE ALLA CHIESA
 
La Scrittura dice però che dobbiamo essere anche sottomessi alle autorità statali. Gesù ha detto di dare a Cesare quel che è di Cesare, e quindi versare regolarmente le imposte. Paolo in Romani dice che “non vi è autorità se non da Dio”, proprio perché Dio governa ogni cosa. Come figli di Dio, il nostro comportamento deve ricalcare le orme del Figlio di Dio: senza alcuna ribellione ma con l'ubbidienza che passa anche per la sofferenza. In 1 Pietro leggiamo:

1 Pietro 2:11 Carissimi, io vi esorto, come stranieri e pellegrini, ad astenervi dalle carnali concupiscenze che danno l'assalto contro l'anima, 12 avendo una buona condotta fra i pagani, affinché laddove sparlano di voi, chiamandovi malfattori, osservino le vostre opere buone e diano gloria a Dio nel giorno in cui li visiterà.
13 Siate sottomessi, per amor del Signore, a ogni umana istituzione: al re, come al sovrano; 14 ai governatori, come mandati da lui per punire i malfattori e per dare lode a quelli che fanno il bene. 15 Perché questa è la volontà di Dio: che, facendo il bene, turiate la bocca all'ignoranza degli uomini stolti. 16 Fate questo come uomini liberi, che non si servono della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servi di Dio. 17 Onorate tutti. Amate i fratelli. Temete Dio. Onorate il re.


Essendo sottomessi al Signore, ci fidiamo di Lui, e ci fidiamo del fatto che il meglio per noi è essere sottomessi anche a ogni umana istituzione facendo il bene. Naturalmente non dobbiamo essere sottomessi a umane istituzioni facendo il male!

Il principio spirituale è ben stato descritto da Martin Lutero quando ha detto:
“Il fatto che egli non dica: << ogni uomo >>, ma << ogni anima >>, nasconde forse un mistero? Forse si esprime così a motivo della sottomissione sincera che deve essere praticata col cuore. In secondo luogo dice così perchè l'anima è il termine medio tra il corpo e lo spirito. Egli vuole dunque mostrare che il fedele, al tempo stesso ed una volta per sempre, è elevato al di sopra di tutto ed è tuttavia sottomesso a tutto; così, avendo in sé due forme, è << geminato >>[Gemellus, insomma è un essere duplice], com'è anche Cristo. Infatti, secondo lo spirito, egli è al di sopra di tutto, poiché tutto << concorre al bene dei santi >>. E in I Corinzi, al capitolo 3, si dice: << Tutto è vostro, sia il mondo, sia la vita, sia la morte >>. Infatti, mediante la fede, il credente assoggetta a sé tutte queste cose, senza subirne l'influsso e senza confidare in esse; al contrario, egli le costringe a servire a se stesso, alla sua gloria ed alla sua salvezza. Questo appunto significa servire Dio e pertanto regnare. Questo è il regno spirituale di cui si parla nell'Apocalisse, al capitolo 5: << Hai fatto di noi un regno per il nostro Dio e regneremo sulla terra >>. Infatti il mondo non può essere vinto e sottomesso in modo migliore che col disprezzo...
M. Lutero commento alla Lettera ai Romani c. XIII
3. LA SOTTOMISSIONE NELLA CHIESA

Sempre Paolo a riguardo della sottomissione nella Chiesa, dice invece:

Rom. 13:8 Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. 9 Infatti il «non commettere adulterio», «non uccidere», «non rubare», «non concupire» e qualsiasi altro comandamento si riassumono in questa parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». 10 L'amore non fa nessun male al prossimo; l'amore quindi è l'adempimento della legge.

Tra di noi dunque non deve regnare una legge di accusa ma deve regnare l'amore reciproco. Questa è la misura della maturità cristiana. La ricerca del bene comune sopra quello del nostro corrisponde alla strada che tutti noi stiamo percorrendo. Altrimenti non saremmo qui. In questa misura noi dobbiamo essere sottomessi gli uni agli altri: 

Ef. 5:18 Non ubriacatevi! Il vino porta alla dissolutezza. Ma siate ricolmi di Spirito, 19 parlandovi con salmi, inni e cantici spirituali, cantando e salmeggiando con il vostro cuore al Signore; 20 ringraziando continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo; 21 sottomettendovi gli uni agli altri nel timore di Cristo.

Dal nostro cuore ricolmo di Spirito Santo nascono in noi salmi, inni e cantici spirituali. Dal nostro cuore ricolmo di Spirito Santo nasce il nostro culto comunitario! Dal nostro cuore ricolmo di Spirito Santo nasce la possibilità di superare il nostro orgoglio e per amore sottometterci gli uni agli altri nel timore di Cristo. Sottometterci a vicenda è l'opposto di ergerci sopra gli altri. Significa riconoscere le chiamate specifiche dei fratelli e sorelle, incoraggiarli nel loro cammino, non essere invidiosi né maldicenti ma considerare chi ci sta a destra e sinistra figli preziosi di Dio così come lo siamo noi. Certo, per vivere in questa dimensione serve essere ricolmi di Spirito, non di vino. Ma anche se non lo siamo, c'è una bella notizia: possiamo accostarci con libertà al trono di Dio in qualsiasi momento per ricevere grazia al momento opportuno (Eb. 4:16) e la sua presenza mediante il suo Spirito.

E che dire della sottomissione alle autorità stabilite nella Chiesa? Se siamo chiamati a sottometterci a Dio, alle autorità statali e a chiunque nella chiesa, naturalmente a maggior ragione dobbiamo essere sottomessi a chi Dio ha preposto per la nostra crescita spirituale. Ma anche questo non è un obbligo forzato: è la conseguenza dello Spirito di Dio in  noi e l'immagine del carattere di Cristo che non può che specchiarsi sempre di più nel nostro.

Eb 13:17 Ubbidite ai vostri conduttori e sottomettetevi a loro, perché essi vegliano per le vostre anime come chi deve renderne conto, affinché facciano questo con gioia e non sospirando; perché ciò non vi sarebbe di alcuna utilità.

Abbiamo tutti pari dignità, ma sappiamo di avere doni diversi nel corpo di Cristo. Doni che siamo chiamati a mettere a disposizione degli altri per il bene comune. Doni e ministeri che siamo chiamati a riconoscere nelle persone che hanno un incarico specifico nella Chiesa. Questo infatti è quello che Dio ha previsto per la crescita senza limiti della Chiesa: un ordine che, rispecchiando l'ordine fisiologico del nostro corpo, è in sé meraviglioso. Una meraviglia che rispecchia la gloria di Dio.   

   CONCLUSIONE

In questo breve escursus abbiamo visto qual è il consiglio di Dio per il nostro bene: la via della sottomissione. Di per sé questa parola ci è antipatica perché presuppone la negazione della nostra volontà favorendo quella di qualcun altro, ma è solo in questo modo che possiamo veramente essere liberi del nostro accecante e auto-distruggente egoismo. La nostra piena esistenza passa infatti dall'etimologia di questo termine, passa da ex (fuori da..) e sìstere (stare). Abraamo è stato chiamato fuori dal suo parentado e noi siamo chiamati fuori da noi stessi per abbracciare Cristo riconoscendo la sua autorità e sottomettendoci a lui. Solo così “esistiamo” nel senso più pieno ed eterno di questo termine.

La conseguenza a questo passo è quella di sottometterci anche alle autorità statali. La mansuetudine infatti è una importante caratteristica del carattere di Cristo che si deve formare in noi. Questa sottomissione deve comunque essere per fare il bene e se c'è una evidente contrapposizione tra la volontà di Dio e quella delle autorità noi siamo chiamati da coscienza a ubbidire prima di tutto a Dio e a quello che egli rivela nella sua parola.

Infine, seguendo la legge dell'amore, abbiamo la possibilità di vivere nella benedizione dell'amore reciproco nelle nostre comunità. Riconoscendo le autorità spirituali costituite per il nostro ammaestramento e per la nostra crescita. In modo che tutta la chiesa possa edificarsi secondo il proposito glorioso di Dio. 

domenica 30 settembre 2018

La parabola del fattore infedele (ma astuto)

Le ricchezze non servono a nulla nel giorno dell'ira,
ma la giustizia salva dalla morte.

 Proverbi 11:4 

Nel sedicesimo capitolo del Vangelo secondo Luca troviamo due importanti e ampie parabole che hanno come tema le ricchezze. Come considerazione di carattere generale, Leland Ryken osserva che:
"La parabola è un racconto breve e semplice, solitamente allegorico, che serve principalmente a insegnare e in seconda istanza a intrattenere."1
Questo era uno dei principali metodi di Gesù di insegnare, e spesso il significato e l'insegnamento delle parabole lo troviamo esplicitato in un secondo momento dai vangeli affinché il significato potesse essere compreso dai lettori nel modo migliore. 

In questo contesto vorrei condividere alcune riflessioni sulla prima parabola di questo capitolo. Ben lontano da una esaustiva esegesi critica, il mio desiderio è qui quello di poter definire almeno il senso principale della parabola in esame e le sue conseguenze nella vita quotidiana di ogni cristiano. 

Veniamo dunque ora alla lettura del testo:
Gesù diceva ancora ai suoi discepoli: «Un uomo ricco aveva un fattore, il quale fu accusato davanti a lui di sperperare i suoi beni. Egli lo chiamò e gli disse: "Che cos'è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore". Il fattore disse fra sé: "Che farò, ora che il padrone mi toglie l'amministrazione? Di zappare non sono capace; di mendicare mi vergogno. So quello che farò, perché qualcuno mi riceva in casa sua quando dovrò lasciare l'amministrazione". Fece venire uno per uno i debitori del suo padrone, e disse al primo: "Quanto devi al mio padrone?" Quello rispose: "Cento bati d'olio". Egli disse: "Prendi la tua scritta, siedi, e scrivi presto: cinquanta". Poi disse a un altro: "E tu, quanto devi?" Quello rispose: "Cento cori di grano". Egli disse: "Prendi la tua scritta, e scrivi: ottanta". E il padrone lodò il fattore disonesto perché aveva agito con avvedutezza; poiché i figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce. 

E io vi dico: fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste; perché quando esse verranno a mancare, quelli vi ricevano nelle dimore eterne. 

Chi è fedele nelle cose minime, è fedele anche nelle grandi; e chi è ingiusto nelle cose minime, è ingiusto anche nelle grandi. Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà quelle vere? E, se non siete stati fedeli nei beni altrui, chi vi darà i vostri? 

Nessun domestico può servire due padroni; perché o odierà l'uno e amerà l'altro, o avrà riguardo per l'uno e disprezzo per l'altro. Voi non potete servire Dio e Mammona».
Luca 16:1-13.
Come possiamo notare dalla lettura del brano, quest'ultimo si divide in due parti: la prima è composta dalla parabola in sé e la seconda da tre diversi detti di Gesù riguardanti proprio il tema delle ricchezze. 

Partendo dalla parabola possiamo rilevare già da una veloce lettura preliminare come ci siano due particolari eventi di specifico rilievo nel suo racconto: il primo è iniziale e riguarda l'infedeltà nella gestione amministrativa del fattore, mentre il secondo - e questo è il vero e proprio punto di svolta - riguarda la sua astuzia per evitare il peggio in seguito a un suo probabile licenziamento. Al termine della storia questo fattore viene lodato dal padrone non certo per la sua infedeltà ma piuttosto per la sua avvedutezza. È quest'ultima dunque il perno attorno al quale ruota tutta la storia e la chiave attraverso la quale poterne comprendere il senso. Il termine tradotto in questo modo è reso nell'originale greco con l'avverbio phronimōs, il cui significato è appunto: prudentemente, con saggezza.2 I discepoli di Gesù sono esortati quindi ad essere scaltri e agili nel volgere l'attuale situazione a proprio vantaggio proprio come questo fattore e, come chiarisce il primo detto successivo alla parabola, a farsi degli amici con le ricchezze ingiuste. A questo riguardo un primo significato può essere quello di investire dei soldi in modo saggio facendo delle elemosine a favore di coloro che, essendo nella distretta, sono amici di Dio; in modo che quando arriverà il Regno essi possano dare accoglienza nelle tende (come riporta l'originale termine skēnē) eterne. 

La parola skēnē evoca gli avvenimenti dell'esodo e del tabernacolo di Mosè, la cui associazione testuale del resto è evidente proprio nel secondo libro di Luca, nel contesto del discorso di Stefano. Leggiamo infatti:
I nostri padri avevano nel deserto la tenda della testimonianza, come aveva ordinato colui che aveva detto a Mosè di farla secondo il modello da lui veduto.
Atti 7:44
Ecco perciò che queste tende eterne della parabola possono essere comprese come il luogo della presenza di Dio, al pari del tabernacolo di Mosè. È da questo luogo che gli amici possono accogliere coloro che ascoltano Gesù e ubbidiscono a questo suo insegnamento. È in questo luogo che i poveri (in spirito) e i mansueti hanno la loro ricompensa (cfr. Mt. 5).

Il secondo detto di Gesù invece riprende il tema della fedeltà, e mette in guardia - al contrario - dal praticare una amministrazione infedele anche se in piccole cose. Una applicazione concreta poteva essere al tempo di Luca relativa ai credenti che nelle comunità avevano lo scopo di amministrarne i beni economici. Vediamo che l'assistenza alle vedove e ai bisognosi è un tema molto caro agli scritti lucani (cfr. Lc. 20:47, Atti 6:1) come al Nuovo Testamento nel suo insieme e non è inverosimile ipotizzare un accento particolare 1) sul dovere delle chiese di venire incontro bisogni degli indigenti e 2) al fatto che i soldi accumulati non venissero sperperati in opere inutili o fossero appropriati in modo indebito ma appunto utilizzati per questo scopo.

L'ultimo detto, infine, riguarda il fatto che così come non si possono avere due padroni, allo stesso modo non si può amare il denaro e servire Dio perché sono due realtà inconciliabili. L'amore per il denaro porta all'egoismo, all'ingiustizia sociale, alla perdita di qualsiasi scrupolo pur di accumulare nuovi patrimoni. Dio invece conduce alla considerazione dei bisogni del prossimo, alla giustizia e alla privazione di qualche bene personale pur di aiutare chi è in maggior difficoltà. Va da sé che questi due tipi di attitudini e comportamenti sono contrari l'uno all'altra e non possono in nessun modo coesistere. A noi dunque la scelta.

CONSIDERAZIONI FINALI

La parabola del fattore infedele o come sarebbe più opportuno chiamarla, del fattore astuto, ha come tema principale la gestione delle ricchezze.

Con questa parabola Gesù ci esorta principalmente a:


1) Essere saggi nell'amministrazione economica personale e, quando è il caso, in quella della comunità senza approfittarsi di nessuno per il proprio tornaconto ma al contrario aiutando economicamente coloro che sono in difficoltà. Questo comportamente viene lodato dal padrone della parabola anche se motivato da intenti egoistici. Questa è una "astuzia" positiva perché risulta un investimento in quello che nel Regno di Dio ha una durata eterna.

2) Evitare di amministrare le proprie risorse in modo infedele. Infatti la ricchezza di quaggiù è ben poca cosa rispetto a quella "vera" ossia a quella spirituale, che viene e verrà affidata da Dio solo a coloro che si dimostrano fedeli nelle piccole cose. 

3) Nella teoria così come nella pratica è impossibile essere affettivamente e avidamente coinvolti nella propria ricchezza e al contempo essere servi di Dio perché si può essere sottomessi solo all'uno o all'altro, in modo esclusivo.


Note:

[1] Leland Ryken, Le forme letterarie nella Bibbia, Edizioni GBU, Chieti, 2004, cit. p. 111.
[2] https://www.blueletterbible.org/lang/lexicon/lexicon.cfm?Strongs=G5430&t=KJV
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