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domenica 19 gennaio 2020

Fasciare quelli che hanno il cuore spezzato




INTRODUZIONE

Tutto ha inizio con una cattiva notizia. Non c'è neanche bisogno che dica quale, perché basta guardarsi intorno ogni giorno o accendere la televisione e ascoltare un telegiornale per rendersene conto. La vita custodisce delle meraviglie, ma anche drammi, tragedie, sofferenze, morte. Tutti noi abbiamo quotidianamente a che fare con la ricerca della bellezza ma anche con la sofferenza della malattia – nostra o altrui – della malvagità – nostra o altrui – e delle ingiustizie relazionali, sociali e globali che purtroppo abbondano in ogni luogo. E' evidente che c'è qualcosa che non va. Se iniziamo a leggere la Bibbia dall'inizio apprendiamo dopo poche righe che Dio ha creato tutto molto buono. Perché allora tutta questa imperfezione? Perché esiste la morte se dentro di noi esiste una concezione, un desiderio di eternità? La risposta biblica non si attarda e come sappiamo presenta la prima trasgressione umana con la scelta di mangiare il frutto dell'albero proibito da parte di Eva e di Adamo come spiegazione teologica di questa frattura tra la volontà e creazione divina e la realtà dell'uomo. Definito il problema però, esiste una soluzione? In altre parole, dopo aver compreso il “perchè”, è possibile risolvere il “come” uscirne? Tutti i tentativi dell'Antico Israele sono falliti e la loro riflessione sul tema traspare anche dagli scritti biblici. La Legge, il Tempio, la monarchia, la Terra promessa....ogni cosa nel corso del tempo si è sbriciolata lasciando una speranza di pochi granelli di sabbia in mano.

Ma su questi pochi granelli, come abbiamo considerato domenica scorsa, la terza parte del libro del profeta Isaia effonde un nuovo soffio vitale:

Lo Spirito del Signore, di DIO, è su di me,
perché il SIGNORE mi ha unto per recare una buona notizia agli umili...
Isaia 61:1

C'è una buona notizia. O, meglio, sta arrivando – dice l'oracolo profetico – qualcuno sul quale riposa lo Spirito di Dio, qualcuno con dignità regale (unto) e autorità divina (unto dal Signore), qualcuno con una buona notizia – finalmente! – da annunciare. Sta arrivando, e per noi è già arrivato, è Gesù Cristo il Signore.

1. NELLA SINAGOGA IN GIORNO DI SABATO

L'opera letteraria di Luca, che comprende l'omonimo Vangelo e il libro degli Atti degli Apostoli, ha molte peculiarità tra le quali la suddivisione geografica della sua narrazione. Il racconto su Gesù inizia in Galilea, poi si sposta con il viaggio in Giudea e arriva a Gerusalemme dove avviene la sua morte e risurrezione. Gli Atti riprendono la narrazione con un opposto moto centrifugo: parte dal fulcro di Gerusalemme, per poi spostarsi in Giudea e infine nelle nazioni più lontane. All'inizio di tutto però incontriamo Giovanni Battista, poi la prova nel deserto di Gesù e, infine, un racconto avvenuto proprio nella sinagoga locale della città dove era lui era cresciuto fino a quel momento:

Si recò a Nazaret, dov'era stato allevato e, com'era solito, entrò in giorno di sabato nella sinagoga. Alzatosi per leggere, gli fu dato il libro del profeta Isaia. Aperto il libro, trovò quel passo dov'era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me, perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri...
Vangelo secondo Luca 4:16-18a

Questo racconto si conclude con Gesù che afferma: «Oggi, si è adempiuta questa Scrittura, che voi udite». Ebbene, cosa si è adempiuto (da) quel giorno attraverso Gesù? Abbiamo già letto la prima parte dell'oracolo isaiano che riguarda il portare una buona notizia agli umili/poveri: la buona notizia è il Vangelo, il fatto che in Cristo ogni essere umano trova per fede la riconciliazione con il Padre, la giustificazione con il Signore Gesù e la comunione costante con lo Spirito Santo. Ma c'è dell'altro? In effetti il testo di Isaia che Gesù lesse a quel tempo continua, aggiungendo: “mi ha inviato per fasciare quelli che hanno il cuore spezzato”.

2. NON SOLO SALVATI MA ANCHE GUARITI

Parte integrante del ministero di Cristo è stata ridare speranza e guarigione a folle di persone deluse, ferite e senza scopo. Al tempo l'economia languiva, la politica era in mano a un Impero straniero e coloro che dovevano fare gli interessi del popolo invece facevano gli interessi del proprio potere. Forse ci ricorda qualcosa? Da un certo punto di vista non è cambiato molto nella società umana. Tutto questo è frutto della natura di peccato dell'uomo, del peccato che – tanto a livello personale e relazionale quanto a livello nazionale e mondiale – porta ingiustizie e sofferenze. Ferite nel corpo e nel cuore di innumerevoli persone. In questo scenario, la buona notizia di Gesù porta salvezza spirituale ma anche guarigione. Il ministero di Cristo non interviene infatti solo sulla natura di peccato annullandola sulla Croce, ma porta anche guarigione sulle ferite derivate dalle conseguenze dei molti peccati. Il perdono che riceviamo in Cristo dal nostro Padre celeste nel momento della conversione è istantaneo, ma la guarigione dalle ferite interiori invece richiede del tempo, tempo da spendere alla presenza di Dio per percepire spiritualmente la fasciatura del suo amore. Quali furono le prime cose che videro i primi discepoli di Gesù una volta radunati?

Sceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante, dove si trovava una gran folla di suoi discepoli e un gran numero di persone di tutta la Giudea, di Gerusalemme e della costa di Tiro e di Sidone, i quali erano venuti per udirlo e per essere guariti dalle loro malattie. Quelli che erano tormentati da spiriti immondi erano guariti; e tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva un potere che guariva tutti.
Vangelo secondo Luca 6:17-19

La prima cosa che videro fu una gran folla che aspettava Gesù per ascoltarlo e per essere guariti. Malattia fisiche, oppressioni demoniache sono solo alcune espressioni delle conseguenze del peccato che il Signore sana con il suo potere. Vediamo però che è necessario voler andare da Gesù, proprio come la gran folla descritta dal Vangelo, per poter ricevere da lui un tocco di guarigione nel corpo, nell'anima e nello spirito; e questa resta una condizione valida anche al giorno d'oggi.

3. DEI TEMPI DI RISTORO, DALLA PRESENZA DEL SIGNORE

Il ministero di guarigioni dei cuori, delle anime e delle infermità di Gesù non si è concluso con la sua ascensione, ma è continuato nella storia della Chiesa. Troviamo infatti negli Atti degli Apostoli, che come abbiamo già detto è il seguito del Vangelo secondo Luca, nuove occasioni di guarigioni attraverso gli apostoli in servizio per il Signore. In particolare, dopo la Pentecoste leggiamo della guarigione al Tempio di uno zoppo, e di un discorso di Pietro rivolto a tutti i presenti. In una parte di questo discorso egli dice:

Ravvedetevi dunque e convertitevi, perché i vostri peccati siano cancellati e affinché vengano dalla presenza del Signore dei tempi di ristoro e che egli mandi il Cristo che vi è stato predestinato, cioè Gesù, che il cielo deve tenere accolto fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose; di cui Dio ha parlato fin dall'antichità per bocca dei suoi santi profeti.
Atti degli Apostoli 3:19-21

Il ravvedimento e l'adesione all'appello del Vangelo portano al perdono dei peccati e alla salvezza, ma in modo conseguente portano anche a qualcos'altro: a tempi di ristoro che vengono dalla presenza del Signore. Questo “ristoro” traduce il termine originale νάψυξις / anapsyxis che significa appunto refrigerio, ristoro. La cosa interessante è che questo termine non è usato altrove nel Nuovo Testamento, ma lo troviamo invece nella antica traduzione greca LXX, dove è utilizzato nel libro dell'Esodo:

Ma quando il faraone vide che c'era un po' di respiro si ostinò in cuor suo e non diede ascolto a Mosè e ad Aaronne, come il SIGNORE aveva detto.
Esodo 8:15

Come possiamo vedere, il termine è utilizzato per descrivere il momento in cui il faraone ha avuto “un po' di respiro” dall'oppressione delle piaghe d'Egitto.

Senz'altro la lettura del discorso di Pietro ci esorta a guardare a Gesù, che il cielo deve tenere accolto fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose, e quindi agli ultimi tempi. Lo stesso Esodo viene utilizzato come trama degli avvenimenti dell'Apocalisse di Giovanni con i suoi giudizi divini e le calamità inviate sulla terra fino alla liberazione dei credenti dalla sofferenza e dalla morte. Ma questa realtà non è solo escatologica, non è solo ultima. Così come le guarigioni miracolose di Gesù e dei suoi discepoli sono avvenute in questi tempi e non alla fine del tempo, allo stesso modo anche i tempi di ristoro provengono dalla presenza del Signore anche oggi, sebbene non in modo eterno. Il ravvedimento porta alla conversione, al perdono dei propri peccati e alla propria salvezza. Ma il secondo passo è dimorare il più possibile alla presenza spirituale del Signore e vivere qui dei tempi di ristoro: tempi in cui riposare dalle nostre opere, dai sensi di colpa, dalle accuse. Tempi in cui lasciarci fasciare dallo Spirito Santo il cuore spezzato e ricevere l'amore che il Padre sparge per noi. Tempi di riposo, refrigerio, guarigione, in cui avere un po' di respiro dagli affanni di questo mondo: un anticipo di quel che sarà.

CONCLUSIONE

Rispondere all'appello di Gesù, accogliere in modo fecondo il messaggio del Vangelo, è solo il primo passo della vita cristiana. Una nuova vita che come secondo passo può riflettere sulla guarigione che è in Cristo e nella Chiesa attraverso lo Spirito Santo. Un secondo passo che deve portare in modo consapevole a comprendere questa ricchezza spirituale e viverla ricercando la presenza del Signore, da cui provengono tempi di ristoro e guarigione, nel cuore così come nell'interezza del nostro essere. Il Signore non vuole solo una salvezza escatologica per noi, ma anche una guarigione qui ed ora, per poter mostrare al mondo la sua potenza e renderci liberi di afferrare il nostro destino di uomini e donne nuovi.

domenica 20 ottobre 2019

Jahvè-Nissi: Il Signore è la mia bandiera



INTRODUZIONE


Nel grande progetto teologico e letterario del Pentateuco troviamo un percorso che fungerà da matrice non soltanto per l'Israele dei primordi, ma anche per quello sofferente al tempo delle deportazioni, lasciando un'eco delle sue tracce fino all'ultimo libro del Nuovo Testamento, ossia l'Apocalisse di Giovanni. 

Possiamo delineare con maggiore precisione questo movimento, rilevandolo dal libro biblico dell'Esodo:
  1. Uscita dall'Egitto (1:1-15:21)
  2. Marcia attraverso il deserto (15:22-18:27)
  3. Avvenimenti del Sinai (19-40)
Il punto di partenza dunque è la sofferenza dei discendenti di Giacobbe nella schiavitù egiziana, che provoca il diretto intervento di Jahvè mediante un uomo che egli sceglie per questo specifico scopo: Mosè. Con potenti e prodigiosi interventi divini, questo popolo riesce quindi a fuggire dall'Egitto per intraprendere il suo pellegrinaggio nel deserto avanzando verso il monte di Dio: luogo in cui potrà finalmente rispondere in modo ufficiale all'appello di Jahvè e stabilire con lui un patto corporativo.
Questo tempo di cammino e di attesa è travagliato, ma porta anche a nuove rivelazioni su Dio e sulla loro relazione. La prima difficoltà incontrata da Israele è quella della scarsità di acqua e cibo. In molti esprimeranno il rimpianto di essere fuggiti dall'Egitto dove, pur essendo schiavi, almeno avevano l'essenziale per vivere. Dio però ha voluto utilizzare questa distretta per rinnovare la rivelazione vissuta dal loro patriarca Abramo a riguardo della provvidenza (Gen. 22:14): egli infatti è il Dio che provvede. Dopo aver mangiato e bevuto, però, il popolo non ha tempo per riposarsi in quanto una nuova sfida lo aspetta, foriera però anche di una più profonda comprensione dello stesso Signore che li ha portati alla libertà.
LA GUERRA CONTRO AMALEC
Allora venne Amalec per combattere contro Israele a Refidim. E Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci a combattere contro Amalec; domani io starò sulla vetta del colle con il bastone di Dio in mano». Giosuè fece come Mosè gli aveva detto e combatté contro Amalec; e Mosè, Aaronne e Cur salirono sulla vetta del colle. E quando Mosè teneva le mani alzate, Israele vinceva; e quando le abbassava, vinceva Amalec. Ma le mani di Mosè si facevano pesanti. Allora essi presero una pietra, gliela posero sotto ed egli si sedette; Aaronne e Cur gli tenevano le mani alzate, uno da una parte e l'altro dall'altra. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. E Giosuè sconfisse Amalec e la sua gente passandoli a fil di spada. Il SIGNORE disse a Mosè: «Scrivi questo fatto in un libro, perché se ne conservi il ricordo, e fa' sapere a Giosuè che io cancellerò interamente sotto il cielo la memoria di Amalec». Allora Mosè costruì un altare che chiamò «il SIGNORE è la mia bandiera»; e disse: «Una mano s'è alzata contro il trono del SIGNORE, perciò il SIGNORE farà guerra ad Amalec di generazione in generazione».
Esodo 17:8-16
Possiamo notare il fatto che la narrazione di questo evento è concitata: Amalec e il suo esercito arrivarono semplicemente a fare guerra al popolo di Israele, senza che ne siano spiegati i motivi e il contesto. Del resto anche dall'altra parte non troviamo dettagli sullo stato d'animo di Mosè o del suo popolo, ma solo il veloce piano d'azione che prevedette la scelta da parte di Giosuè di alcuni uomini abili alla guerra e la scelta di Mosè di salire sulla vetta di un colle con Aaronne e Cur, ma soprattutto con il bastone di Dio. Lo stesso bastone che, per ordine divino, poco tempo prima aveva aperto il Mar Rosso e permesso che il popolo passasse in mezzo al mare camminando sul terreno asciutto, è adesso preso in causa come vero strumento di vittoria. E, infatti, nel breve racconto che abbiamo letto emerge come, sebbene la guerra fosse combattuta da Giosuè e dai suoi uomini, in realtà l'esito derivasse dai gesti di Mosè e da quanto egli tenesse le mani alzate.
Per Dio non c'è differenza tra le difficoltà che Israele mano a mano incontrava. Egli è colui che governa la natura, e lo ha dimostrato tanto aprendo il mare quanto intervenendo per provvedere cibo e acqua per il popolo. Ma egli è anche colui che ha stabilito per le nazioni delle epoche assegnate e dei confini alle loro abitazioni (Atti 17:26). Sia Mosè che Giosuè sono stati risoluti sia nel rispondere alla minaccia incalzante e presentarsi per combattere, sia nella consapevolezza che il risultato di quella battaglia sarebbe stato stabilito non tanto dalla loro effettiva forza o tecnica ma dal fatto che il Signore era con loro. Questa nuova esperienza tuttavia dimostra la fondatezza della loro fede anche al resto del popolo, e persino ai loro discendenti, in quanto è il Signore stesso a chiedere che se ne tenga memoria. In seguito alla vittoria, Mosè costruisce un altare, segno votivo della sua fede, chiamandolo “Il Signore è la mia bandiera”. La bandiera è da sempre simbolo di identità, di coesione, di appartenenza a determinati valori o gruppi sociali e Mosè tramite questa esperienza capisce bene che l'identità del popolo che ha portato su richiesta del Signore verso la libertà non è da ricercarsi in sé stesso ma in quello stesso Signore che ha procurato questa chiamata e liberazione. Lui è la bandiera di Israele e questo è il tratto distintivo di questo popolo rispetto a tutte le altre nazioni sulla terra.
Da questo racconto biblico, come sempre possiamo trarre poi delle considerazioni ermeneutiche valide anche per noi, cristiani del XXI secolo. Anche noi infatti, come l'Israele peregrino, camminiamo dal momento della nostra conversione in un deserto - che rappresenta il nostro mondo - verso il luogo del Monte di Dio, dove poter suggellare la nostra relazione con lui in modo definitivo ed eterno. Anche noi attraversiamo nella nostra vita sfide molto concrete, e possiamo imbatterci in difficoltà di carattere primario: cosa mangiare, e come vestirci. Ma Gesù, nella distretta finanziaria, ci rassicura sul fatto che il Padre provvede ai nostri bisogni (Mt. 6). Anche noi, dopo aver ricevuto la rivelazione per esperienza della provvidenza di Dio, possiamo rimanere sbigottiti da attacchi personali nei nostri confronti, da accuse spesso ingiuste. E in questo caso la nostra fede ci porta a conoscere Dio come colui che è la nostra bandiera. Colui che ci rappresenta e che determina la nostra vittoria. Sì, la nostra vittoria non è determinata dal vigore della nostra forza o dalla nostra difesa, ma dalla sua autorità e dalla sua presenza nella nostra vita. Amalec non ha chiesto permesso per muovere guerra, e in modo simile anche nella nostra vita molte persone ostili non ci chiederanno il permesso per attaccarci. Ma la nostra anima deve restare salda come quella di Mosè e Giosuè, confidando nel Dio che ci ha chiamati a libertà e a salvezza, e che questo stesso Dio ci porterà anche verso la vittoria in queste battaglie e guerre.
Ritengo opportuno concludere questa riflessione leggendo le seguenti importanti parole scritte secoli dopo gli eventi che abbiamo considerato, come promesse e eredità comuni ai cristiani di ogni epoca:
Che diremo dunque riguardo a queste cose? Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi. Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Com'è scritto: «Per amor di te siamo messi a morte tutto il giorno; siamo stati considerati come pecore da macello». Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun'altra creatura potranno separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.
Romani 8:31-39

CONCLUSIONE

Il Signore è la mia bandiera” è stato un nome che Mosè ha dato a un nuovo altare dopo l'esperienza di una vittoria militare ottenuta attraverso la fiducia nella presenza e autorità di Dio, simboleggiata dallo stesso bastone che in precedenza aveva aperto il Mar Rosso, permettendo a un intero popolo di camminare verso la salvezza.

Il Signore è la mia bandiera” è il nome che ogni cristiano può comprendere per esperienza crescendo nella propria vita di fede con il Signore e vedendo come egli prende la nostra difesa di fronte agli attacchi ingiustificati che talora riceviamo. Non c'è da avere paura nelle battaglie di ogni giorno, ma la fede che scaturisce dall'esperienza. Dio è con noi, e sebbene questo non ci esenta dalle nostre responsabilità, ci dà la certezza che egli è colui che ci rappresenta, e non le nostre capacità o alleanze. Di conseguenza la nostra vittoria è in lui e non in noi stessi: questo ci deve dare una grande serenità anche nei momenti più difficili.

Nell'epoca del rientro dall'esilio babilonese, al popolo di Giuda venne rivolta questa parola da parte del Signore: “Non per potenza, né per forza, ma per lo Spirito mio", dice il SIGNORE degli eserciti.” (Zac. 4:6). E allo stesso modo, anche per noi deve essere così, ancora oggi, giorno dopo giorno. 

domenica 8 settembre 2019

Se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli



INTRODUZIONE


Il Vangelo secondo Matteo viene riconosciuto come il “Vangelo ecclesiale” perché proprio la chiesa risulta essere uno dei principali argomenti trattati, e in modo unico rispetto agli altri Vangeli Sinottici, ossia Marco e Luca. Basti pensare che la parola “chiesa” ricorre qui 3 volte e negli altri vangeli nessuna. La parola “fratello” ricorre invece addirittura 39 volte contro le sole 20 di Marco e 24 di Luca. Gia questi due piccoli flash statistici sul lessico manifestano indizi importanti proprio in questo senso.

Da un punto di vista dottrinale, invece, questo vangelo possiede altre peculiarità da segnalare, tra le quali la più importante riguarda la suddivisione degli insegnamenti in cinque grandi e famosi discorsi di Gesù. Appare evidente che il redattore, pur essendo in polemica contro la sinagoga, è familiare con l'ebraismo del tempo e per questo motivo utilizza una divisione in cinque unità dal grande impatto simbolico (cinque sono i libri di Mosè, la Torah, e cinque sono i libri dei Salmi, i Tehillim), per consegnare ai discepoli di Cristo un nuovo e definitivo insegnamento che si inserisce in continuità con le precedenti Scritture, pur andando al di là di esse portandole a compimento. Ecco quindi che troviamo il discorso della montagna (5:1-7:29), il discorso di missione (9:35-10:42), il discorso in parabole (c.13), il discorso ecclesiale (18:3-34) e infine il discorso escatologico (23:1-25:46). Il versetto che stiamo considerando oggi si inserisce quindi chiaramente nel discorso ecclesiale, ed è in quest'ottica che dobbiamo considerarlo.

DIVENTARE COME BAMBINI


La prima considerazione che dobbiamo fare a riguardo di questo insegnamento è il fatto che sia rivolto ai discepoli (18:1). È direttamente a loro – e a noi – che Gesù si rivolge: non agli scribi o farisei, non alle moltitudini. Diverse frasi vengono qui raccolte con delle specifiche “parole di aggancio”: ossia “bambino “ (vv. 2.3.4.5.) e “piccoli” (vv. 6.10.14.), che risultano quindi parole chiave per la comprensione del brano e per ogni comunità che accoglie il regno dei cieli. Nel suo complesso, è possibile ravvisare in questo discorso la preoccupazione per le divisioni all'interno delle comunità, il peccato e la condizione dei fratelli deboli. Sempre qui troviamo una procedura per risolvere i conflitti (18:15-20), pur affidandosi tutti alla misericordia del Padre.

Iniziando la lettura del diciottesimo capitolo, troviamo che i discepoli chiedono al Signore chi sia il più grande del regno dei cieli – eufemismo nato per rendere “regno di Dio” senza nominarlo invano – una discussione probabilmente affrontata più volte, come riportano i vangeli (p. es. Lc. 22:24). Al che, Gesù prende un παιδίον – paidion – bambino/fanciullo, lo pone in mezzo ai discepoli e dice:

In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.

La prima cosa che salta all'occhio, e non c'è bisogno di studi particolari per notarlo, è il paradosso di questa affermazione che fa degli elementi sociali più ignorati addirittura un modello per poter entrare nel regno dei cieli. I discepoli discutono su chi sia più grande, e Gesù risponde prendendo il più piccolo tra i presenti. Come fa presente R.T. France, la caratteristica che viene presa in considerazione non è tanto di carattere personale dei bambini (innocenza, umiltà, sensibilità o fiducia) quanto la loro posizione sociale. Restando aderenti al libro in considerazione, è possibile riscontrare che il termine tradotto con “bambini” compare 15 volte nel Vangelo secondo Matteo e principalmente identificando Gesù stesso da piccolo (2:8-9; 2:11,13-14 e 20-21), coloro che erano tra i presenti alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, i protagonisti del 18mo capitolo che stiamo considerando e, infine, i presenti in un'ultima considerazione simile che sarà ripetuta nel diciannovesimo capitolo. Trovo significativo quindi che questo termine ha in sé in questo libro biblico una connotazione marcatamente positiva: non è mai usato con accezione anche solo parzialmente negativa, come ad esempio da Paolo in 1 Corinzi 14:20. I bambini di cui parla Matteo sono coloro che per la loro giovane età vengono disprezzati dalla società. Sono tra gli ultimi. Sono poveri in spirito, semplici, senza alcuna proprietà. Sono proprio come Gesù, un ebreo della periferica Galilea che cresce senza alcun riconoscimento umano ma con una salda fede in Dio. E tale doveva essere anche per questi fanciulli che nel vangelo hanno sempre una cosa in comune: sono presenti alla predicazione di Gesù.

Ecco quindi che abbiamo tratteggiato un sommario – ma forse sufficiente – identikit di questi bambini a cui dobbiamo conformarci in quanto discepoli di Cristo. Persone che stanno davanti alla presenza di Gesù e lo ascoltano. Che non meditano su chi sia il più importante (come stavano facendo i discepoli) ma che vivono la propria fede nell'intimo, con una devozione personale che non è ostentata ma comunque profondamente radicata. Persone che non impongono la loro influenza e il loro potere politico e sociale ma che vivono in mansuetudine, senza sentirsi superiori a nessuno. Questa identificazione trova una sua conferma proprio in un'altra volta che Gesù dovette entrare sul tema e rispondere – questa volta in modo ancor più chiaro – ai discepoli che riflettevano sempre sulla medesima questione:

Fra di loro nacque anche una contesa: chi di essi fosse considerato il più grande. Ma egli disse loro: «I re delle nazioni le signoreggiano, e quelli che le sottomettono al loro dominio sono chiamati benefattori. Ma per voi non dev'essere così; anzi il più grande tra di voi sia come il più piccolo, e chi governa come colui che serve. Perché, chi è più grande, colui che è a tavola oppure colui che serve? Non è forse colui che è a tavola? Ma io sono in mezzo a voi come colui che serve. Or voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io dispongo che vi sia dato un regno, come il Padre mio ha disposto che fosse dato a me, affinché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno, e sediate su troni per giudicare le dodici tribù d'Israele.
Luca 22:24-30

Ecco la chiave di comprensione che possiamo ricavare dal confronto con questo ulteriore brano: chi governa deve essere come chi serve. Chi è grande tra i discepoli di Cristo deve essere come i più piccoli, ossia come i bambini. Risulta interessante a questo riguardo notare che l'immagine usata da Gesù per farsi capire meglio riguarda la tavola: tra chi è seduto a mangiare e chi serve. In continuità con questo insegnamento è impossibile non accorgersi che il primo (in senso cronologico) ministero istituzionale stabilito nella Chiesa di Gerusalemme è proprio quello del servizio alla mensa, ossia del diaconato (cfr. Atti c.6). Esiste una diaconìa di tutti i credenti (Ef. 4,12) ed è proprio quella del servizio amorevole, ma concreto, verso il prossimo in difficoltà. Chi serve in questo modo, è grande nel regno dei cieli, vive secondo l'esempio di Cristo per grazia di Dio, e un giorno potrà accostarsi alla tavola nel regno del nostro Signore.

CONCLUSIONE


Dai vangeli possiamo vedere che diverse volte i discepoli discutevano tra di loro pensando chi fosse il più grande nel regno di Dio, questa attitudine tuttavia non è solo loro ma ci appartiene: è parte della nostra carnalità. Quante volte abbiamo noi stessi formulato pensieri simili? Anche senza guardare alle statue o alla gerarchia Cattolica romana, ma rimanendo nel nostro contesto evangelico, quante volte abbiamo riflettuto sui pastori e predicatori più in vista pensando a chi sia il più grande? Quante “classifiche” abbiamo fatto o competizioni abbiamo corso nel ministero?

Proprio in questi ragionamenti si inserisce oggi la risposta di Gesù, che ci distoglie dall'attenzione verso tutto questo, alleggerendo di molto nello stesso tempo i pesi inutili che spesso portiamo. La logica del regno di Dio per molti aspetti e contraria a quella della nostra società, e diviene imperativo per noi prendere del tempo ogni volta che ne abbiamo bisogno per conformare meglio la nostra mente alla Parola di Dio e distaccarci dalla mentalità del presente secolo. In questo modo, grazie all'aiuto dello Spirito Santo, potremo avvicinarci sempre di più allo stile di vita di Gesù, che per primo è venuto a noi non per essere servito ma per servire.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia Editrice, Brescia, 1995.
  • R. T. France, Il Vangelo secondo Matteo, Edizioni GBU, Chieti-Roma, 2004.

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