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domenica 13 maggio 2018

Da schiavo a fratello

Paolo, prigioniero di Cristo Gesù, e il fratello Timoteo, al caro Filemone, nostro collaboratore.
Filemone 1 



















INTRODUZIONE

La lettera a Filemone è la più breve lettera scritta dall'apostolo Paolo e la terza più breve di tutto il Nuovo Testamento in quanto composta da soli venticinque versetti. Paolo scrive a Filemone che considera "suo collaboratore" (v. 1), come dimostra il fatto che una chiesa si riunisce a casa sua (v. 2). Egli viene definito inoltre suo debitore (v. 19) indicando in questo modo con ogni probabilità che l'apostolo dei gentili lo aveva convertito personalmente.1 Di Filemone apprendiamo che possedeva uno schiavo di nome Onesimo (v. 10), il quale in passato si era rivelato inutile (v. 11), gli doveva del denaro e gli aveva recato qualche danno (v. 18). Dai saluti finali della Lettera ai Colossesi apprendiamo poi che Filemone e Onesimo erano di Colossi e che quest'ultimo deve essere tornato a casa dopo la redazione di entrambe queste lettere:

Tutto ciò che mi riguarda ve lo farà sapere Tichico, il caro fratello e fedele servitore, mio compagno di servizio nel Signore. Ve l'ho mandato appunto perché conosciate la nostra situazione ed egli consoli i vostri cuori; e con lui ho mandato il fedele e caro fratello Onesimo, che è dei vostri. Essi vi faranno sapere tutto ciò che accade qui.
Colossesi 4:7-9

Scrivendo questa missiva privata destinata a Filemone, Paolo afferma più volte di essere prigioniero. Si tratta di una prigionia sperimentata in condizioni che rendevano possibile leggere e scrivere, quindi con uno stato di semilibertà che l'apostolo aveva sperimentato a Cesarea (Atti 24:23) e a Roma (Atti 28:30). La tradizione cristiana ha collocato la redazione di questa lettera assieme alle altre della prigionia (Filippesi, Efesini, Colossesi e 2 Timoteo) nel contesto della prigionia romana, intorno al 62 d.C.2 Quanto all'occasione di scrittura della lettera, lasciamo che sia essa stessa a parlarne.   


NON PIù COME SCHIAVO MA COME UN FRATELLO CARO

Da un punto di vista letterario il corpo della lettera si sviluppa nei versetti 8-20 ed è costituito da due parti: la prima relativa a una esposizione dei fatti e la seconda relativa alla loro soluzione.3

ESPOSIZIONE
Perciò, pur avendo molta libertà in Cristo di comandarti quello che conviene fare, preferisco fare appello al tuo amore, semplicemente come Paolo, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù; ti prego per mio figlio che ho generato mentre ero in catene, per Onesimo, un tempo inutile a te, ma che ora è utile a te e a me. Te lo rimando, lui, che amo come il mio cuore. Avrei voluto tenerlo con me, perché in vece tua mi servisse nelle catene che porto a motivo del vangelo; ma non ho voluto fare nulla senza il tuo consenso, perché la tua buona azione non fosse forzata, ma volontaria.

SOLUZIONE Forse proprio per questo egli è stato lontano da te per un po' di tempo, perché tu lo riavessi per sempre; non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello caro specialmente a me, ma ora molto più a te, sia sul piano umano sia nel Signore! Se dunque tu mi consideri in comunione con te, accoglilo come me stesso. Se ti ha fatto qualche torto o ti deve qualcosa, addebitalo a me. Io, Paolo, lo scrivo di mia propria mano: pagherò io; per non dirti che tu mi sei debitore perfino di te stesso. Sì, fratello, io vorrei che tu mi fossi utile nel Signore; rasserena il mio cuore in Cristo. Ti scrivo fiducioso nella tua ubbidienza, sapendo che farai anche più di quel che ti chiedo.
Filemone 8-20

Onesimo era scappato dal suo padrone e in circostanze sconosciute era arrivato a incontrare Paolo, nel frattempo agli "arresti domiciliari". Da questo incontro è nato qualcosa di inaspettato: Onesimo si è convertito a Cristo. Passando del tempo insieme in seguito a questo evento, egli è diventato grandemente amato da Paolo, e di sicuro l'affetto veniva ricambiato visto che Onesimo nel frattempo era diventato molto utile all'apostolo, limitato dalla sua prigionia. In questa situazione però, sebbene Paolo avesse una autorità spirituale sopra Filemone egli non volle usufruirne, decidendo di rimandare Onesimo da Filemone raccomandandosi con quest'ultimo di accoglierlo come sé stesso, addebitandogli ogni danno economico che poteva aver ricevuto.

Nelle sue lettere, Paolo non rivoluziona mai l'istituzione sociale della schiavitù perché era ben consapevole che il vero cambiamento poteva avvenire solo dall'interno: solo dal cuore di ogni singolo padrone e di ogni singolo schiavo credente. Alla chiesa di Colossi dirà:


Servi, ubbidite in ogni cosa ai vostri padroni secondo la carne; non servendoli soltanto quando vi vedono, come per piacere agli uomini, ma con semplicità di cuore, temendo il Signore.

Padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone nel cielo.
Colossesi 3:22 e 4:1

E in modo simile troviamo nella Lettera agli Efesini: 

Servi, ubbidite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, nella semplicità del vostro cuore, come a Cristo, non servendo per essere visti, come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo. Fate la volontà di Dio di buon animo, servendo con benevolenza, come se serviste il Signore e non gli uomini; sapendo che ognuno, quando abbia fatto qualche bene, ne riceverà la ricompensa dal Signore, servo o libero che sia. Voi, padroni, agite allo stesso modo verso di loro astenendovi dalle minacce, sapendo che il Signore vostro e loro è nel cielo e che presso di lui non c'è favoritismo.
Efesini 6:5-9

 
Di fronte al Signore non vi sono favoritismi, ma c'è invece la libertà per tutti di servirlo. Non nella ribellione, ma nell'amore per Dio e per il prossimo. L'amore supera ogni distinzione sociale senza annullarla nella relativa istituzione ma trasformandola nella sostanza. Questa è la trasformazione che viene esemplificata, evidenziata e testimoniata proprio dalla vicenda di Onesimo.
 
NON PIù SCHIAVO DEL PECCATO MA SERVO DELLA GIUSTIZIA

Alzando lo sguardo da questa situazione specifica per guardare il cuore del messaggio dell'apostolo Paolo nelle sue lettere, non può passare inosservato il fatto che egli in molti brani egli utilizzi proprio la situazione di schiavitù (ben radicata nella società dei suoi lettori immediati) come esempio per descrivere una realtà spirituale ancora più ampia. La schiavitù e la liberazione da quest'ultima diviene infatti occasione per parlare del significato della grazia e di cosa significhi vivere in essa.

Che faremo dunque? Peccheremo forse perché non siamo sotto la legge ma sotto la grazia? No di certo! Non sapete voi che se vi offrite a qualcuno come schiavi per ubbidirgli, siete schiavi di colui a cui ubbidite: o del peccato che conduce alla morte o dell'ubbidienza che conduce alla giustizia? Ma sia ringraziato Dio perché eravate schiavi del peccato ma avete ubbidito di cuore a quella forma d'insegnamento che vi è stata trasmessa; e, liberati dal peccato, siete diventati servi della giustizia. Parlo alla maniera degli uomini, a causa della debolezza della vostra carne; poiché, come già prestaste le vostre membra a servizio dell'impurità e dell'iniquità per commettere l'iniquità, così prestate ora le vostre membra a servizio della giustizia per la santificazione. Perché quando eravate schiavi del peccato, eravate liberi riguardo alla giustizia. Quale frutto dunque avevate allora? Di queste cose ora vi vergognate, poiché la loro fine è la morte. Ma ora, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, avete per frutto la vostra santificazione e per fine la vita eterna; perché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore.
Romani 6:15-23

Prima di conoscere Cristo, ogni persona era schiava del peccato. Ma dopo questo incontro è avvenuta una liberazione da questo vincolo (resa possibile dalla morte sostitutiva del Signore) con lo scopo di creare un nuovo vincolo non più con il peccato ma questa volta con l'ubbidienza (a Dio) che porta alla giustizia. Anche volendo, prima non vi era alcuna possibilità legale per poter scegliere un altro padrone: il legame con il peccato era sancito e inviolabile. La grandezza dell'opera di Cristo sta quindi proprio in questo: nell'aver distrutto questo legame e ripristinato una nuova libertà che ha per frutto la santificazione e per fine la vita eterna. 

Ecco quindi che come uno schiavo cristiano aveva la possibilità di servire il proprio padrone e la famiglia che serviva con fedeltà proprio in quanto servo di Cristo, in modo simile ogni credente socialmente libero ha la stessa libertà di non peccare ma ubbidire al Signore in ogni cosa, perseguendo la giustizia in sottomissione alle autorità stabilite da Dio. Il tratto comune è proprio la libertà di ubbidire a servizio della giustizia. Questo è ciò che caratterizza ogni credente, il modo in cui può fare la differenza nel mondo. 

CONCLUSIONE

L'apostolo Paolo proprio mentre era nello stato di maggiore necessità e indigenza ha incontrato uno schiavo ribelle e, predicando il Vangelo, ha reso possibile la sua conversione stringendo un forte legame di amicizia reso possibile dalla nuova condizione di fratellanza nel Signore. Per essere un esempio fino all'ultimo, nonostante la sua autorità apostolica, ha scelto di far tornare Onesimo dal suo padrone accompagnato da alcune lettere, nonostante ne avesse un gran bisogno.

Questa vicenda testimoniata dalla Lettera a Filemone è inserita nella cornice della schiavitù nell'antichità e di come questa poteva essere tollerata all'interno delle comunità cristiane del I secolo. 


Ma a sua volta anche questa cornice è usata altrove proprio dall'apostolo Paolo per descrivere lo stato di libertà del cristiano di fronte al peccato e alla morte: liberato del peccato il credente rigenerato dallo Spirito Santo infatti ha la libertà di vivere perseguendo la santificazione per servire non più il peccato ma ora la giustizia. Schiavi e liberi, genitori e figli, uomini e donne, tutti coloro che abbracciano Cristo diventano in lui fratelli e sorelle; sono accomunati da una stessa condizione per un medesimo fine: la vita eterna.

 

Note:

[1] Jordi Sanchez Bosh, Scritti Paolini, Paideia editrice, Brescia, 2001, p. 303.
[2] Su questo tema tuttavia è ancora in corso un dibattito, essendoci anche altre possibilità ugualmente se non maggiormente probabili. Per approfondire il tema consiglio di consultare: J. S. Bosh, Scritti Paolini, Paideia editrice, Brescia, 2001, pp. 314-317. 
[3] Id. Ibid. p. 309.

domenica 1 aprile 2018

Cristo è risorto! È davvero risorto!



















Nota: questi sono gli appunti del sermone che ho predicato il 16 aprile 2017 nella Missione Oikos di Como.

Nel secondo viaggio missionario (Atti 18, c.a. 50 d.C.) Paolo arriva a Corinto, evangelizza i giudei della sinagoga locale e poi anche i gentili, costituendo con i primi convertiti una comunità cristiana. Dopo la sua partenza continua ad intrattenere una conversazione epistolare con questa realtà locale e, apprendendo di alcune difficoltà, scrive loro una prima lettera e poi questa missiva conosciuta come la Prima Lettera di Paolo ai Corinti. La scrive da Efeso, circa nel 52 d.C. All'inizio della lettera afferma l'importanza della predicazione di Cristo crocifisso rispetto a quella di discorsi persuasivi di sapienza umana, perché è piaciuto a Dio portare la salvezza attraverso l'annuncio della morte di
Cristo (e quindi attraverso la fede) e non con la logica e la sapienza umana.

Tra le tante questioni che Paolo deve affrontare, ce n'è una molto importante: la veridicità della risurrezione del Signore. Alcuni avevano iniziato ad affermare che Cristo non era davvero risorto e che non vi è risurrezione dei morti. Ai credenti di Corinto (tra cui stavano questi negazionisti), l'apostolo risponde in modo risoluto, prima affermando che la fede cristiana sta o cade proprio sulla dottrina della risurrezione, e poi ribadendo con forza la realtà storica e spirituale della risurrezione del Signore. Ma vediamo ora nel dettaglio le sue argomentazioni.

1. Se Cristo non è risorto, vana è la fede cristiana

Ora se si predica che Cristo è stato risuscitato dai morti, come mai alcuni tra voi dicono che non c'è risurrezione dei morti? Ma se non vi è risurrezione dei morti, neppure Cristo è stato risuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede. Noi siamo anche trovati falsi testimoni di Dio, poiché abbiamo testimoniato di Dio, che egli ha risuscitato il Cristo; il quale egli non ha risuscitato, se è vero che i morti non risuscitano. Difatti, se i morti non risuscitano, neppure Cristo è stato risuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati. Anche quelli che sono morti in Cristo sono dunque periti. Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini.
1Corinzi 15:12-19

La confutazione/argomentazione di Paolo si svolge principalmente in due momenti. In questo primo momento egli con enorme onestà evidenzia fino in fondo le conseguenze della tesi di alcuni circa la mancata risurrezione. La risurrezione del Signore è la predicazione apostolica, ed essa è la fede di tutti i cristiani. Se la risurrezione non è avvenuta, la predicazione apostolica si dovrebbe considerare falsa, e la stessa fede cristiana si dovrebbe considerare nello stesso modo. Poco prima però, l'apostolo Paolo aveva portato a dimostrazione dell'avvenuta risurrezione una testimonianza speciale:

Poi apparve a più di cinquecento fratelli in una volta, dei quali la maggior parte rimane ancora in vita e alcuni sono morti.
1Corinzi 15:6

Il Signore risorto non è stato visto solo dai dodici apostoli e da Paolo in visione, ma da più di cinquecento fratelli in una volta sola. Cinquecento testimoni oculari che hanno riconosciuto questo evento come storico e che hanno portato ovunque la testimonianza della fede pasquale.
Dalla risurrezione del Signore scaturisce la disponibilità della giustizia acquistata, lo Spirito della vita che vivifica i cristiani e la piena speranza della loro risurrezione futura. Al contrario, se Cristo non è stato risuscitato, i credenti sono ancora nei loro peccati (non c'è giustificazione presso il Padre, né libertà di non peccare), e la loro morte è definitiva e inutile. Non vi sarebbe alcun senso.

Se speriamo per questa vita soltanto, noi cristiani siamo i più miseri fra tutti gli uomini.
È così, e questo ci deve far riflettere sulla nostra fede e sulla nostra necessità di chiedere a Dio di accrescere la nostra fede. Personalmente, non mi piace tanto la parola “dogma”, perché allude ad una sorta di costrizione, all'obbligo di accettare anche in modo irrazionale qualsiasi affermazione che viene data in tema religioso. Nella Bibbia non troviamo in effetti questo termine, ma troviamo invece molto frequentemente il termine pìstis, ossia fede. La fede è qualcosa di personale e comunitario allo stesso tempo, è qualcosa che nasce dalla propria interiorità e dalla propria esperienza spirituale prima di tutto (e quindi non nasce dall'esterno). La fede nasce da una chiamata che Dio rivolge personalmente ai singoli credenti. E dopo – SOLO DOPO – la risposta a questa chiamata, i credenti possono finalmente prendere coscienza delle chiamate di chi hanno a fianco e mettere in comune la propria fede per viverla appunto anche a livello comunitario. Essa non deve essere qualcosa di imposto ma qualcosa che nasce spiritualmente e spontaneamente e che solo poi viene vissuta anche nell'orizzonte sociale. Nella nostra comunità locale, siamo qui perché abbiamo vissuto ciascuno la propria esperienza di conversione personale e in seguito a questa possiamo testimoniare dell'amore di Dio in Cristo e invitare (implorare!) altre persone a rispondere all'appello che reca il Vangelo. Qual è, però, questo appello? Qual è il vangelo?

2. Cristo è stato risuscitato, e in lui tutti sono riempiti di vita

Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta; poi verrà la fine, quando consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre, dopo che avrà ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza. Poiché bisogna ch'egli regni finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi. L'ultimo nemico che sarà distrutto sarà la morte. Difatti, Dio ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi; ma quando dice che ogni cosa gli è sottoposta, è chiaro che colui che gli ha sottoposto ogni cosa, ne è eccettuato. Quando ogni cosa gli sarà stata sottoposta, allora anche il Figlio stesso sarà sottoposto a colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti.
1Corinzi 15:20-28

Cristo è morto per i nostri peccati, secondo le Scritture, ed è stato risuscitato dai morti come primizia di coloro che sono morti. Questo è il nucleo dell'annuncio del Vangelo. E da qui Paolo parte con la dimostrazione della stretta relazione tra la risurrezione del Signore e quella di tutti i credenti. Questa dimostrazione viene argomentata attraverso il confronto tipologico tra Adamo e Cristo. Infatti, la morte comune a tutti gli esseri umani esiste a causa della trasgressione di Adamo. E proprio con un simile rapporto di causa-effetto, tutti coloro che saranno risuscitati lo faranno attraverso l'evento della risurrezione di Cristo. Egli è il primo dei risorti ed è garante della risurrezione per tutti coloro che credono. Il nemico più terribile, l'ultimo, è la morte, ed essa per quanto sia già stata vinta da Cristo non è però ancora stata distrutta: la sua distruzione è riservata proprio per il momento del ritorno del Signore e della risurrezione di tutti i morti. A questo punto, Paolo evidenzia il fatto che il Figlio renderà il regno (completamente stabilito) nelle mani del Padre, affinché Dio sia tutto in tutti.

Cristo dunque, è veramente stato risuscitato dai morti! Egli è veramente la primizia di coloro che sono morti! Questo è il cuore della fede cristiana, il cuore del Vangelo, ossia della buona notizia. Questo è il motivo dell'appello all'adesione e alla scelta di vivere nella fede in Cristo, in novità di vita.

Terminiamo con questo estratto del Catechismo di Heidelberg:
D. 45 A che ci giova la risurrezione di Cristo?
R. In primo luogo, mediante la Sua risurrezione Egli ha vinto la morte affinchè ci potesse rendere partecipi della giustizia che ci ha acquistata mediante la Sua morte.1 In secondo luogo, anche noi veniamo ora risuscitati per la Sua potenza a nuova vita.2 In terzo luogo, la risurrezione di Cristo è per noi un pegno sicuro della nostra beata risurrezione.3
________________________
1) I Corinzi 15:16
2) Romani 6:4; Colossesi 3:1
3) I Corinzi 15; Romani 8:11

domenica 25 marzo 2018

L'ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme nel Vangelo secondo Marco

















1. LA LETTURA

Il Vangelo secondo Marco è più breve di quello secondo Luca e Matteo, e denota un ritmo serrato e una narrazione avvincente. Secondo i moderni esegeti è il primo Vangelo ad essere stato scritto, probabilmente intorno all'anno 70 d.C.1 

Marco raccoglie prima di altri una preesistente raccolta di detti di Gesù2 inserendola però in una accurata cornice narrativa, che racconta dall'inizio alla fine le circorstanze che portarono Gesù alla morte di croce e alla sua successiva risurrezione. Lo schema letterario dell'opera risulta composto nel seguente modo:3
- Introduzione (1:1-13)
tesi: vangelo di Gesù, messia, figlio di Dio (1:1)
trittico introduttivo (1:2-13)

- Parte prima: vangelo di Gesù come messia che proclama il regno di Dio (1:14-8:30)
a) azione di Gesù e risposta dei farisei;
b) azione di Gesù e risposta del popolo;
c) azione di Gesù e risposta dei discepoli.

- Parte seconda: vangelo di Gesù come figlio di Dio che muore e risuscita (8:31-16:8)
a) mentre attraversa a piedi la Galilea e la Giudea Gesù si dirige a Gerusalemme, annunciando la sua morte e risurrezione;
b) attività di Gesù a Gerusalemme prima della passione;
c) passione, morte e proclamazione della risurrezione a Gerusalemme.
In questo quadro generale, l'intenzione di questo approfondimento è di avvicinarsi alla comprensione dei primi undici versetti dell'undicesimo capitolo: il brano che apre l'attività di Gesù a Gerusalemme e che anticipa la sua passione nella capitale (Parte seconda, b). 

Leggiamo ora direttamente dal nostro testo:

Quando furono giunti vicino a Gerusalemme, a Betfage e Betania, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio che è di fronte a voi; appena entrati, troverete legato un puledra d'asino, sopra il quale non è montato ancora nessuno; scioglietelo e conducetelo qui da me. Se qualcuno vi dice: "Perché fate questo?" rispondete: "Il Signore ne ha bisogno, e lo rimanderà subito qua"». Essi andarono e trovarono un puledro legato a una porta, fuori, sulla strada, e lo sciolsero. Alcuni tra quelli che erano lì presenti dissero loro: «Che fate? Perché sciogliete il puledro?» Essi risposero come Gesù aveva detto. E quelli li lasciarono fare. Essi condussero il puledro a Gesù, gettarono su quello i loro mantelli ed egli vi montò sopra. 

Molti stendevano sulla via i loro mantelli; e altri, delle fronde che avevano tagliate nei campi. Coloro che andavano avanti e coloro che venivano dietro gridavano: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, il regno di Davide, nostro padre! Osanna nei luoghi altissimi!» Gesù entrò a Gerusalemme nel tempio; e dopo aver osservato ogni cosa intorno, essendo già l'ora tarda, uscì per andare a Betania con i dodici.
Marco 11:1-11 

2. L'ESEGESI

Seguendo la narrazione del brano, possiamo distinguere due momenti distinti: il primo che riguarda la preparazione dell'entrata nella città santa e il secondo che descrive l'ingresso vero e proprio. L'azione parte a Betfage e Betania, presso monte degli Ulivi.  Questa indicazione non è certamente casuale, in quanto leggiamo nel libro del profeta Zaccaria:

Poi il SIGNORE si farà avanti e combatterà contro quelle nazioni,
come egli combatté tante volte nel giorno della battaglia.
In quel giorno i suoi piedi si poseranno sul monte degli Ulivi,
che sta di fronte a Gerusalemme, a oriente,
e il monte degli Ulivi si spaccherà a metà, da oriente a occidente,
tanto da formare una grande valle;
metà del monte si ritirerà verso settentrione
e l'altra metà verso il meridione.
Zaccaria 14:3,4

Proprio nel monte degli Ulivi, dove era stato profetizzato l'intervento salvifico di Jahvè, Gesù dà istruzione a due discepoli di predisporre quel che era necessario per il momento che stava per arrivare. Egli chiede di prendere una puledra d'asino su cui non era ancora salito nessuno, secondo un altro oracolo dello stesso profeta:

Esulta grandemente, o figlia di Sion,
manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme;
ecco, il tuo re viene a te;
egli è giusto e vittorioso,
umile, in groppa a un asino,
sopra un puledro, il piccolo dell'asina. 

Zaccaria 9:9

Anticipando la possibile obiezione istruisce i discepoli su come rispondere, facendo rilevare come il vero proprietario dell'animale sia in realtà Gesù, riconosciuto tale proprio in virtù dell'ingresso messianico nella sua identità di Signore. I discepoli ubbidiscono, rispondono all'obiezione in quel modo, e conducono il puledro a Gesù. Egli non entra in Gerusalemme con il cavallo da guerra così come fanno i sovrani conquistatori, ma con un puledro, che auspica l'arrivo del principe della pace, richiamando alla mente anche la descrizione del cerimoniale di incoronazione di Salomone:

Poi il re Davide disse: «Chiamatemi il sacerdote Sadoc, il profeta Natan e Benaia, figlio di Ieoiada». Essi vennero alla sua presenza e il re disse loro: «Prendete con voi i servitori del vostro signore, fate salire Salomone mio figlio sulla mia mula, e conducetelo a Ghion. In quel luogo il sacerdote Sadoc e il profeta Natan lo ungeranno re d'Israele. Poi suonate la tromba e gridate: "Viva il re Salomone!" Voi risalirete al suo seguito, ed egli verrà, si metterà seduto sul mio trono, e regnerà al mio posto. Io nomino lui come principe d'Israele e di Giuda».
1 Re 1:32-35

A questo punto inizia la descrizione dell'entrata vera e propria.
Il gruppo di Gesù dovette essere uno dei tanti costituiti dai pellegrini che in quel momento stavano entrando a Gerusalemme in occasione della festa liturgica più importante del calendario giudaico, ma i presenti stendono sulla loro via dei mantelli e delle fronde tagliate dai campi come segno di gloria e onore, ricordando in questo caso il rituale di intronizzazione di Jeu:

Allora ognuno di essi si affrettò a togliersi il mantello e a stenderlo sotto Ieu su per i nudi gradini; poi suonarono la tromba, e dissero: «Ieu è re!»   

2 Re 9:13 

La folla a questo punto acclama Gesù con una serie di brevi frasi per lo più riprese dal Salmo 118. Questo Salmo in origine era recitato nell'anniversario dell'intronizzazione del re, ed era proclamato dal pio giudeo nel momento dell'ingresso nel tempio durante le feste di pellegrinaggio.4 L'ovazione "Osanna!" significa in particolare "dona salvezza", e mette in risalto come la speranza messianica del popolo abbia ora il suo compimento proprio in Gesù.5 Il significato teologico dell'episodio riguarda quindi Gesù che entra a Gerusalemme come re di Israele, come principe della pace, come donatore della salvezza di Jahvè: e tutto questo in accordo con la sua consapevolezza, con il seguito dei suoi discepoli e con il riconoscimento degli altri pellegrini giudei. In questa veste egli si dirige subito nel tempio, il luogo al centro di ogni liturgia religiosa. Arrivando il tramonto non risiede a dormire in Gerusalemme ma torna a Betania, situata comunque entro i confini religiosi della città e luogo di appoggio per il suo ministero. Qui passerà la notte con i dodici. 

3. L'ATTUALIZZAZIONE 

Da un punto di vista di fede questo brano - presentando Gesù in un modo ben specifico - solleva inevitabilmente diverse domande che richiedono risposte intime e personali. Nel Vangelo secondo Marco se fino al c.8 v.30 egli è presentato prima di tutto come messia e nei testi successivi egli si rivela negli insegnamenti come Figlio di Dio, proprio nel nostro brano viene invece pubblicamente riconosciuto come messia regale e come il Figlio di Dio che sta per entrare nella città santa per portare la salvezza tanto attesa. Che tipo di salvezza? La salvezza da una vuota religiosità, dalla sofferenza che contraddistingue l'esistenza umana, dall'assenza della speranza e dall'oppressione di ogni tipo. Laddove Gesù prima di questo momento ha predicato e operato miracoli nelle campagne periferiche, ora si dirige regalmente verso il tempio, mostrando in questo modo come la presenza di Dio stia tornando nel centro spirituale di Giuda/Israele per un momento unico nella dinamica della salvezza divina. Il secondo tempio che non ha mai avuto al suo interno l'arca dell'alleanza come segno visibile della presenza di Dio ora accoglie Gesù, abitazione del Logos di Dio (Gv. 1:14), mostrando in questo modo un intervento divino che in parte adempie gli oracoli degli antichi profeti ed in parte sta per realizzare qualcosa di radicalmente nuovo e inatteso, ma ugualmente salvifico ed eterno: la morte del Figlio di Dio per la vita di tutti i figli di Dio. 

In questo quadro però il riconoscimento dato a Gesù si scontra con un appello rivolto direttamente a noi stessi. Se loro hanno riconosciuto Gesù come messia regale e Figlio di Dio infatti, noi lo abbiamo già fatto? Non è una domanda scontata. Riconoscere Gesù come re - come proprio re - significa riconoscere in lui e nei suoi insegnamenti l'autorità ultima per la propria vita e per le scelte grandi e piccole della propria quotidianità. Si tratta di riconoscere in lui un potere di governo su di noi e non solo a parole, ma anche e soprattutto con i fatti. Se riconosciamo Gesù come il nostro re, come il messia e il Figlio di Dio, allora la Pasqua avrà significato per noi: un significato di salvezza eterna. Ma se non lo facciamo, saremo solo osservatori e non protagonisti della salvezza divina.  In chi ci possiamo riconoscere: in coloro che osservavano gli eventi o in coloro che erano parte di quei "molti" che stendevano i loro mantelli sulla via di Gesù invocando la salvezza di Dio? Questo può essere il momento giusto per far chiarezza dentro di noi, per capire qual è l'attitudine del nostro cuore e la risposta che vogliamo dare. La buona notizia èche Gesù è arrivato, e ha portato la salvezza tanto attesa. La buona notizia è che noi oggi possiamo riconoscerlo in questo modo così come è stato durante l'evento che abbiamo considerato. La buona notizia è che lui tornerà per finire quello che ha iniziato e portare a compimento il suo regno, dove non ci sarà più alcun pianto, alcun dolore e alcuna ingiustizia e dove tutti i figli di Dio potranno finalmente vedere il suo volto faccia a faccia. 

4. CONCLUSIONE  

Il brano dell'ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme riveste un significato importante tanto a livello letterario quanto a livello teologico e spirituale. Da una parte infatti esso è collocato nel periodo che anticipa gli eventi della passione del Signore, dando il via a un conto alla rovescia che troverà il suo culmine proprio nella croce. Dall'altra parte invece costituisce uno snodo cruciale nel riconoscimento dell'identità di Gesù e nel significato della sua missione, assumendo su di sé in questa circostanza l'eredità profetica propria dell'intervento escatologico del Signore e dell'incoronazione regale in Israele. 

Gesù entra a Gerusalemme come portatore della salvezza di Jahvè, come re di Israele/Giuda rispettando l'attesa dei tanti secoli passati. Tuttavia negli eventi successivi egli non instaurerà in questa occasione il suo regno - come ci si potrebbe attendere - ma soffrirà e morirà a causa delle nostre iniquità (Is. 53:5) per poi risorgere il terzo giorno dopo la sua morte e chiamare all'esistenza la Chiesa, in attesa del suo ritorno. A livello teologico ci troviamo anche noi proprio in questo momento alla fine dei tempi, ed è in questo momento che anche noi dobbiamo prendere una posizione per decidere se seguire o meno Gesù, il messia e il Figlio di Dio. Se stendere il nostro mantello ai suoi piedi, se acclamarlo come re della nostra vita.



Note:

[1] Rafael Aguirre Monasterio e Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Brescia, Paideia, 1995, p. 147. 
[2] Ibid. p. 30. 
[3] Ibid. p. 98. 
[4] Santi Grasso, Vangelo di Marco - nuova versione, introduzione e commento, Milano, Paoline, 2003, p. 281.  
[5] Id. Ibid.  
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