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domenica 20 ottobre 2019

Jahvè-Nissi: Il Signore è la mia bandiera



INTRODUZIONE


Nel grande progetto teologico e letterario del Pentateuco troviamo un percorso che fungerà da matrice non soltanto per l'Israele dei primordi, ma anche per quello sofferente al tempo delle deportazioni, lasciando un'eco delle sue tracce fino all'ultimo libro del Nuovo Testamento, ossia l'Apocalisse di Giovanni. 

Possiamo delineare con maggiore precisione questo movimento, rilevandolo dal libro biblico dell'Esodo:
  1. Uscita dall'Egitto (1:1-15:21)
  2. Marcia attraverso il deserto (15:22-18:27)
  3. Avvenimenti del Sinai (19-40)
Il punto di partenza dunque è la sofferenza dei discendenti di Giacobbe nella schiavitù egiziana, che provoca il diretto intervento di Jahvè mediante un uomo che egli sceglie per questo specifico scopo: Mosè. Con potenti e prodigiosi interventi divini, questo popolo riesce quindi a fuggire dall'Egitto per intraprendere il suo pellegrinaggio nel deserto avanzando verso il monte di Dio: luogo in cui potrà finalmente rispondere in modo ufficiale all'appello di Jahvè e stabilire con lui un patto corporativo.
Questo tempo di cammino e di attesa è travagliato, ma porta anche a nuove rivelazioni su Dio e sulla loro relazione. La prima difficoltà incontrata da Israele è quella della scarsità di acqua e cibo. In molti esprimeranno il rimpianto di essere fuggiti dall'Egitto dove, pur essendo schiavi, almeno avevano l'essenziale per vivere. Dio però ha voluto utilizzare questa distretta per rinnovare la rivelazione vissuta dal loro patriarca Abramo a riguardo della provvidenza (Gen. 22:14): egli infatti è il Dio che provvede. Dopo aver mangiato e bevuto, però, il popolo non ha tempo per riposarsi in quanto una nuova sfida lo aspetta, foriera però anche di una più profonda comprensione dello stesso Signore che li ha portati alla libertà.
LA GUERRA CONTRO AMALEC
Allora venne Amalec per combattere contro Israele a Refidim. E Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci a combattere contro Amalec; domani io starò sulla vetta del colle con il bastone di Dio in mano». Giosuè fece come Mosè gli aveva detto e combatté contro Amalec; e Mosè, Aaronne e Cur salirono sulla vetta del colle. E quando Mosè teneva le mani alzate, Israele vinceva; e quando le abbassava, vinceva Amalec. Ma le mani di Mosè si facevano pesanti. Allora essi presero una pietra, gliela posero sotto ed egli si sedette; Aaronne e Cur gli tenevano le mani alzate, uno da una parte e l'altro dall'altra. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. E Giosuè sconfisse Amalec e la sua gente passandoli a fil di spada. Il SIGNORE disse a Mosè: «Scrivi questo fatto in un libro, perché se ne conservi il ricordo, e fa' sapere a Giosuè che io cancellerò interamente sotto il cielo la memoria di Amalec». Allora Mosè costruì un altare che chiamò «il SIGNORE è la mia bandiera»; e disse: «Una mano s'è alzata contro il trono del SIGNORE, perciò il SIGNORE farà guerra ad Amalec di generazione in generazione».
Esodo 17:8-16
Possiamo notare il fatto che la narrazione di questo evento è concitata: Amalec e il suo esercito arrivarono semplicemente a fare guerra al popolo di Israele, senza che ne siano spiegati i motivi e il contesto. Del resto anche dall'altra parte non troviamo dettagli sullo stato d'animo di Mosè o del suo popolo, ma solo il veloce piano d'azione che prevedette la scelta da parte di Giosuè di alcuni uomini abili alla guerra e la scelta di Mosè di salire sulla vetta di un colle con Aaronne e Cur, ma soprattutto con il bastone di Dio. Lo stesso bastone che, per ordine divino, poco tempo prima aveva aperto il Mar Rosso e permesso che il popolo passasse in mezzo al mare camminando sul terreno asciutto, è adesso preso in causa come vero strumento di vittoria. E, infatti, nel breve racconto che abbiamo letto emerge come, sebbene la guerra fosse combattuta da Giosuè e dai suoi uomini, in realtà l'esito derivasse dai gesti di Mosè e da quanto egli tenesse le mani alzate.
Per Dio non c'è differenza tra le difficoltà che Israele mano a mano incontrava. Egli è colui che governa la natura, e lo ha dimostrato tanto aprendo il mare quanto intervenendo per provvedere cibo e acqua per il popolo. Ma egli è anche colui che ha stabilito per le nazioni delle epoche assegnate e dei confini alle loro abitazioni (Atti 17:26). Sia Mosè che Giosuè sono stati risoluti sia nel rispondere alla minaccia incalzante e presentarsi per combattere, sia nella consapevolezza che il risultato di quella battaglia sarebbe stato stabilito non tanto dalla loro effettiva forza o tecnica ma dal fatto che il Signore era con loro. Questa nuova esperienza tuttavia dimostra la fondatezza della loro fede anche al resto del popolo, e persino ai loro discendenti, in quanto è il Signore stesso a chiedere che se ne tenga memoria. In seguito alla vittoria, Mosè costruisce un altare, segno votivo della sua fede, chiamandolo “Il Signore è la mia bandiera”. La bandiera è da sempre simbolo di identità, di coesione, di appartenenza a determinati valori o gruppi sociali e Mosè tramite questa esperienza capisce bene che l'identità del popolo che ha portato su richiesta del Signore verso la libertà non è da ricercarsi in sé stesso ma in quello stesso Signore che ha procurato questa chiamata e liberazione. Lui è la bandiera di Israele e questo è il tratto distintivo di questo popolo rispetto a tutte le altre nazioni sulla terra.
Da questo racconto biblico, come sempre possiamo trarre poi delle considerazioni ermeneutiche valide anche per noi, cristiani del XXI secolo. Anche noi infatti, come l'Israele peregrino, camminiamo dal momento della nostra conversione in un deserto - che rappresenta il nostro mondo - verso il luogo del Monte di Dio, dove poter suggellare la nostra relazione con lui in modo definitivo ed eterno. Anche noi attraversiamo nella nostra vita sfide molto concrete, e possiamo imbatterci in difficoltà di carattere primario: cosa mangiare, e come vestirci. Ma Gesù, nella distretta finanziaria, ci rassicura sul fatto che il Padre provvede ai nostri bisogni (Mt. 6). Anche noi, dopo aver ricevuto la rivelazione per esperienza della provvidenza di Dio, possiamo rimanere sbigottiti da attacchi personali nei nostri confronti, da accuse spesso ingiuste. E in questo caso la nostra fede ci porta a conoscere Dio come colui che è la nostra bandiera. Colui che ci rappresenta e che determina la nostra vittoria. Sì, la nostra vittoria non è determinata dal vigore della nostra forza o dalla nostra difesa, ma dalla sua autorità e dalla sua presenza nella nostra vita. Amalec non ha chiesto permesso per muovere guerra, e in modo simile anche nella nostra vita molte persone ostili non ci chiederanno il permesso per attaccarci. Ma la nostra anima deve restare salda come quella di Mosè e Giosuè, confidando nel Dio che ci ha chiamati a libertà e a salvezza, e che questo stesso Dio ci porterà anche verso la vittoria in queste battaglie e guerre.
Ritengo opportuno concludere questa riflessione leggendo le seguenti importanti parole scritte secoli dopo gli eventi che abbiamo considerato, come promesse e eredità comuni ai cristiani di ogni epoca:
Che diremo dunque riguardo a queste cose? Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi. Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Com'è scritto: «Per amor di te siamo messi a morte tutto il giorno; siamo stati considerati come pecore da macello». Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun'altra creatura potranno separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.
Romani 8:31-39

CONCLUSIONE

Il Signore è la mia bandiera” è stato un nome che Mosè ha dato a un nuovo altare dopo l'esperienza di una vittoria militare ottenuta attraverso la fiducia nella presenza e autorità di Dio, simboleggiata dallo stesso bastone che in precedenza aveva aperto il Mar Rosso, permettendo a un intero popolo di camminare verso la salvezza.

Il Signore è la mia bandiera” è il nome che ogni cristiano può comprendere per esperienza crescendo nella propria vita di fede con il Signore e vedendo come egli prende la nostra difesa di fronte agli attacchi ingiustificati che talora riceviamo. Non c'è da avere paura nelle battaglie di ogni giorno, ma la fede che scaturisce dall'esperienza. Dio è con noi, e sebbene questo non ci esenta dalle nostre responsabilità, ci dà la certezza che egli è colui che ci rappresenta, e non le nostre capacità o alleanze. Di conseguenza la nostra vittoria è in lui e non in noi stessi: questo ci deve dare una grande serenità anche nei momenti più difficili.

Nell'epoca del rientro dall'esilio babilonese, al popolo di Giuda venne rivolta questa parola da parte del Signore: “Non per potenza, né per forza, ma per lo Spirito mio", dice il SIGNORE degli eserciti.” (Zac. 4:6). E allo stesso modo, anche per noi deve essere così, ancora oggi, giorno dopo giorno. 

domenica 8 settembre 2019

Se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli



INTRODUZIONE


Il Vangelo secondo Matteo viene riconosciuto come il “Vangelo ecclesiale” perché proprio la chiesa risulta essere uno dei principali argomenti trattati, e in modo unico rispetto agli altri Vangeli Sinottici, ossia Marco e Luca. Basti pensare che la parola “chiesa” ricorre qui 3 volte e negli altri vangeli nessuna. La parola “fratello” ricorre invece addirittura 39 volte contro le sole 20 di Marco e 24 di Luca. Gia questi due piccoli flash statistici sul lessico manifestano indizi importanti proprio in questo senso.

Da un punto di vista dottrinale, invece, questo vangelo possiede altre peculiarità da segnalare, tra le quali la più importante riguarda la suddivisione degli insegnamenti in cinque grandi e famosi discorsi di Gesù. Appare evidente che il redattore, pur essendo in polemica contro la sinagoga, è familiare con l'ebraismo del tempo e per questo motivo utilizza una divisione in cinque unità dal grande impatto simbolico (cinque sono i libri di Mosè, la Torah, e cinque sono i libri dei Salmi, i Tehillim), per consegnare ai discepoli di Cristo un nuovo e definitivo insegnamento che si inserisce in continuità con le precedenti Scritture, pur andando al di là di esse portandole a compimento. Ecco quindi che troviamo il discorso della montagna (5:1-7:29), il discorso di missione (9:35-10:42), il discorso in parabole (c.13), il discorso ecclesiale (18:3-34) e infine il discorso escatologico (23:1-25:46). Il versetto che stiamo considerando oggi si inserisce quindi chiaramente nel discorso ecclesiale, ed è in quest'ottica che dobbiamo considerarlo.

DIVENTARE COME BAMBINI


La prima considerazione che dobbiamo fare a riguardo di questo insegnamento è il fatto che sia rivolto ai discepoli (18:1). È direttamente a loro – e a noi – che Gesù si rivolge: non agli scribi o farisei, non alle moltitudini. Diverse frasi vengono qui raccolte con delle specifiche “parole di aggancio”: ossia “bambino “ (vv. 2.3.4.5.) e “piccoli” (vv. 6.10.14.), che risultano quindi parole chiave per la comprensione del brano e per ogni comunità che accoglie il regno dei cieli. Nel suo complesso, è possibile ravvisare in questo discorso la preoccupazione per le divisioni all'interno delle comunità, il peccato e la condizione dei fratelli deboli. Sempre qui troviamo una procedura per risolvere i conflitti (18:15-20), pur affidandosi tutti alla misericordia del Padre.

Iniziando la lettura del diciottesimo capitolo, troviamo che i discepoli chiedono al Signore chi sia il più grande del regno dei cieli – eufemismo nato per rendere “regno di Dio” senza nominarlo invano – una discussione probabilmente affrontata più volte, come riportano i vangeli (p. es. Lc. 22:24). Al che, Gesù prende un παιδίον – paidion – bambino/fanciullo, lo pone in mezzo ai discepoli e dice:

In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.

La prima cosa che salta all'occhio, e non c'è bisogno di studi particolari per notarlo, è il paradosso di questa affermazione che fa degli elementi sociali più ignorati addirittura un modello per poter entrare nel regno dei cieli. I discepoli discutono su chi sia più grande, e Gesù risponde prendendo il più piccolo tra i presenti. Come fa presente R.T. France, la caratteristica che viene presa in considerazione non è tanto di carattere personale dei bambini (innocenza, umiltà, sensibilità o fiducia) quanto la loro posizione sociale. Restando aderenti al libro in considerazione, è possibile riscontrare che il termine tradotto con “bambini” compare 15 volte nel Vangelo secondo Matteo e principalmente identificando Gesù stesso da piccolo (2:8-9; 2:11,13-14 e 20-21), coloro che erano tra i presenti alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, i protagonisti del 18mo capitolo che stiamo considerando e, infine, i presenti in un'ultima considerazione simile che sarà ripetuta nel diciannovesimo capitolo. Trovo significativo quindi che questo termine ha in sé in questo libro biblico una connotazione marcatamente positiva: non è mai usato con accezione anche solo parzialmente negativa, come ad esempio da Paolo in 1 Corinzi 14:20. I bambini di cui parla Matteo sono coloro che per la loro giovane età vengono disprezzati dalla società. Sono tra gli ultimi. Sono poveri in spirito, semplici, senza alcuna proprietà. Sono proprio come Gesù, un ebreo della periferica Galilea che cresce senza alcun riconoscimento umano ma con una salda fede in Dio. E tale doveva essere anche per questi fanciulli che nel vangelo hanno sempre una cosa in comune: sono presenti alla predicazione di Gesù.

Ecco quindi che abbiamo tratteggiato un sommario – ma forse sufficiente – identikit di questi bambini a cui dobbiamo conformarci in quanto discepoli di Cristo. Persone che stanno davanti alla presenza di Gesù e lo ascoltano. Che non meditano su chi sia il più importante (come stavano facendo i discepoli) ma che vivono la propria fede nell'intimo, con una devozione personale che non è ostentata ma comunque profondamente radicata. Persone che non impongono la loro influenza e il loro potere politico e sociale ma che vivono in mansuetudine, senza sentirsi superiori a nessuno. Questa identificazione trova una sua conferma proprio in un'altra volta che Gesù dovette entrare sul tema e rispondere – questa volta in modo ancor più chiaro – ai discepoli che riflettevano sempre sulla medesima questione:

Fra di loro nacque anche una contesa: chi di essi fosse considerato il più grande. Ma egli disse loro: «I re delle nazioni le signoreggiano, e quelli che le sottomettono al loro dominio sono chiamati benefattori. Ma per voi non dev'essere così; anzi il più grande tra di voi sia come il più piccolo, e chi governa come colui che serve. Perché, chi è più grande, colui che è a tavola oppure colui che serve? Non è forse colui che è a tavola? Ma io sono in mezzo a voi come colui che serve. Or voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io dispongo che vi sia dato un regno, come il Padre mio ha disposto che fosse dato a me, affinché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno, e sediate su troni per giudicare le dodici tribù d'Israele.
Luca 22:24-30

Ecco la chiave di comprensione che possiamo ricavare dal confronto con questo ulteriore brano: chi governa deve essere come chi serve. Chi è grande tra i discepoli di Cristo deve essere come i più piccoli, ossia come i bambini. Risulta interessante a questo riguardo notare che l'immagine usata da Gesù per farsi capire meglio riguarda la tavola: tra chi è seduto a mangiare e chi serve. In continuità con questo insegnamento è impossibile non accorgersi che il primo (in senso cronologico) ministero istituzionale stabilito nella Chiesa di Gerusalemme è proprio quello del servizio alla mensa, ossia del diaconato (cfr. Atti c.6). Esiste una diaconìa di tutti i credenti (Ef. 4,12) ed è proprio quella del servizio amorevole, ma concreto, verso il prossimo in difficoltà. Chi serve in questo modo, è grande nel regno dei cieli, vive secondo l'esempio di Cristo per grazia di Dio, e un giorno potrà accostarsi alla tavola nel regno del nostro Signore.

CONCLUSIONE


Dai vangeli possiamo vedere che diverse volte i discepoli discutevano tra di loro pensando chi fosse il più grande nel regno di Dio, questa attitudine tuttavia non è solo loro ma ci appartiene: è parte della nostra carnalità. Quante volte abbiamo noi stessi formulato pensieri simili? Anche senza guardare alle statue o alla gerarchia Cattolica romana, ma rimanendo nel nostro contesto evangelico, quante volte abbiamo riflettuto sui pastori e predicatori più in vista pensando a chi sia il più grande? Quante “classifiche” abbiamo fatto o competizioni abbiamo corso nel ministero?

Proprio in questi ragionamenti si inserisce oggi la risposta di Gesù, che ci distoglie dall'attenzione verso tutto questo, alleggerendo di molto nello stesso tempo i pesi inutili che spesso portiamo. La logica del regno di Dio per molti aspetti e contraria a quella della nostra società, e diviene imperativo per noi prendere del tempo ogni volta che ne abbiamo bisogno per conformare meglio la nostra mente alla Parola di Dio e distaccarci dalla mentalità del presente secolo. In questo modo, grazie all'aiuto dello Spirito Santo, potremo avvicinarci sempre di più allo stile di vita di Gesù, che per primo è venuto a noi non per essere servito ma per servire.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia Editrice, Brescia, 1995.
  • R. T. France, Il Vangelo secondo Matteo, Edizioni GBU, Chieti-Roma, 2004.

venerdì 19 aprile 2019

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Poiché tu non abbandonerai l'anima mia in potere della morte,
né permetterai che il tuo santo subisca la decomposizione.
Salmo 16:10 

 INTRODUZIONE

Senza ombra di dubbio, il fulcro di tutti e quattro i Vangeli sinottici risiede nel racconto finale della passione, morte e risurrezione di Gesù. È infatti attraverso questo evento che il gruppo di discepoli costituito prima di questa Pasqua rilegge tutti gli eventi vissuti in precedenza, comprendendo in modo più profondo ogni intervento e insegnamento di Gesù e costituendo sulla base di tutto questo finalmente una vera e propria comunità attraverso la quale il Signore può continuare a operare mediante il dono dello Spirito Santo. 

Tuttavia nella dinamica evangelica non vi è risurrezione senza morte, né esaltazione senza una precedente umiliazione. Per questo motivo gli evangelisti si impegnano a descrivere le circostanze che hanno portato alla morte Gesù. Non una morte comune, né una morte in eroica battaglia, ma una morte la cui caratteristica principale è quella di essere in perfetto accordo con le parole profetiche delle Scritture e in totale sottomissione alla volontà di Dio Padre. Una morte dunque carica di significati teologici, ossia relativi a una maggiore comprensione di Dio. 

In questa ricorrenza del Venerdì Santo perciò, giorno in cui il mondo cristiano commemora la morte del Signore, vorrei approfondire il racconto della passione di Cristo attraverso la narrazione che troviamo nel più antico Vangelo secondo Marco, evidenziando soprattutto i collegamenti di quest'ultimo con le Scritture dell'Antico Testamento. 

1. NEL LUOGO DETTO GOLGOTA

La prima cosa da fare è leggere in modo esteso il brano in questione. L'ideale sarebbe leggere con interezza i capitoli 14 e 15 del Vangelo, ma per esigenze di analisi ci soffermeremo in questo contesto su una selezione del quindicesimo capitolo. Avendone la possibilità, consiglio comunque di interrompere adesso la lettura dell'articolo per riprenderla dopo aver letto nella loro totalità i due capitoli indicati. In alternativa, di seguito riporto l'estratto più rilevante.
Costrinsero a portare la croce di lui un certo Simone di Cirene, padre di Alessandro e di Rufo, che passava di là, tornando dai campi. E condussero Gesù al luogo detto Golgota che, tradotto, vuol dire «luogo del teschio». Gli diedero da bere del vino mescolato con mirra; ma non ne prese. Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirandole a sorte per sapere quello che ciascuno dovesse prendere. Era l'ora terza quando lo crocifissero. L'iscrizione indicante il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei. Con lui crocifissero due ladroni, uno alla sua destra e l'altro alla sua sinistra. [E si adempì la Scrittura che dice: «Egli è stato contato fra i malfattori».] Quelli che passavano lì vicino lo insultavano, scotendo il capo e dicendo: «Eh, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso e scendi giù dalla croce!» Allo stesso modo anche i capi dei sacerdoti con gli scribi, beffandosi, dicevano l'uno all'altro: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso. Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, affinché vediamo e crediamo!» Anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano. Venuta l'ora sesta, si fecero tenebre su tutto il paese, fino all'ora nona. All'ora nona, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì lamà sabactàni?» che, tradotto, vuol dire: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: «Chiama Elia!» Uno di loro corse e, dopo aver inzuppato d'aceto una spugna, la pose in cima a una canna e gli diede da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se Elia viene a farlo scendere». Gesù, emesso un gran grido, rese lo spirito. E la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. E il centurione che era lì presente di fronte a Gesù, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Veramente, quest'uomo era Figlio di Dio!» Vi erano pure delle donne che guardavano da lontano. Tra di loro vi erano anche Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo il minore e di Iose, e Salome, che lo seguivano e lo servivano da quando egli era in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.
Marco 15:21-40 
La cosa che appare evidente sin da una prima lettura, è che questo racconto non comprende molte descrizioni generali del contesto, del luogo o delle persone coinvolte ma, al contrario, è ricco di singoli dettagli riportati proprio perché carichi di un particolare significato teologico. Non abbiamo idea di come sia il luogo detto Golgota, ma sappiamo che il suo nome significa "luogo del teschio", e questo è importante perché è qui che sta per avvenire la morte del Signore, lasciando intendere come questo luogo fosse predestinato a tal scopo da Dio. Non sappiamo a questo punto quante persone fossero presenti, cosa dicevano, come erano vestite, quanto tempo richiese la crocifissione, ma sappiamo il dettaglio che appena questa fu compiuta i soldati romani si divisero le vesti di Gesù tirando a sorte. Perché? Perché questo dettaglio era presente nelle Scritture, e questa testimonianza non fa altro che avvalorare che tutto quello che sta accadendo è nella piena volontà di Dio, una volontà così perfetta e immutabile da essere stata descritta secoli prima in un Salmo composto dal più grande monarca di Israele: il Salmo 22. Questo adempimento è il primo ma non l'ultimo, infatti tutto il resto della descrizione si incrocia più volte con questo Salmo particolare che merita una lettura dedicata per poter infine tornare al nostro brano originario con una maggiore capacità di comprensione. Al di là delle singole citazioni e allusioni infatti, tutto il Salmo 22 e il suo significato teologico all'epoca del Vangelo di Marco sono fondamentali per rilevare come sia stato ri-compreso negli eventi della Passione, costituendone non solamente una realtà tangente ma una vera e propria matrice teologica lungo l'intera narrazione. Leggiamo dunque con attenzione il Salmo 22, parte del primo dei cinque libri dei Salmi e per questo attribuito al prode re Davide.

2. DIO MIO, PERCHÈ MI HAI ABBANDONATO?
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito!
Dio mio, io grido di giorno, ma tu non rispondi,
e anche di notte, senza interruzione.
Eppure tu sei il Santo,
siedi circondato dalle lodi d'Israele.
I nostri padri confidarono in te;
confidarono e tu li liberasti.
Gridarono a te, e furon salvati;
confidarono in te, e non furono delusi.
Ma io sono un verme e non un uomo,
l'infamia degli uomini, e il disprezzato dal popolo.
Chiunque mi vede si fa beffe di me;
allunga il labbro, scuote il capo,
dicendo:
«Egli si affida al SIGNORE;
lo liberi dunque;
lo salvi, poiché lo gradisce!»
Sì, tu m'hai tratto dal grembo materno;
m'hai fatto riposare fiducioso sulle mammelle di mia madre.
A te fui affidato fin dalla mia nascita,
tu sei il mio Dio fin dal grembo di mia madre.
Non allontanarti da me, perché l'angoscia è vicina,
e non c'è alcuno che m'aiuti.
Grossi tori mi hanno circondato;
potenti tori di Basan m'hanno attorniato;
aprono la loro gola contro di me,
come un leone rapace e ruggente.
Io sono come acqua che si sparge,
e tutte le mie ossa sono slogate;
il mio cuore è come la cera,
si scioglie in mezzo alle mie viscere.
Il mio vigore s'inaridisce come terra cotta,
e la lingua mi si attacca al palato;
tu m'hai posto nella polvere della morte.
Poiché cani mi hanno circondato;
una folla di malfattori m'ha attorniato;
m'hanno forato le mani e i piedi.
Posso contare tutte le mie ossa.
Essi mi guardano e mi osservano:
spartiscono fra loro le mie vesti
e tirano a sorte la mia tunica.
Ma tu, SIGNORE, non allontanarti,
tu che sei la mia forza, affrèttati a soccorrermi.
Libera la mia vita dalla spada,
e salva l'unica vita mia dall'assalto del cane;
salvami dalla gola del leone.
Tu mi risponderai liberandomi dalle corna dei bufali.
Io annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all'assemblea.
O voi che temete il SIGNORE,
lodatelo!
Voi tutti, discendenti di Giacobbe,
glorificatelo,
temetelo voi tutti, stirpe d'Israele!
Poiché non ha disprezzato né sdegnato l'afflizione del sofferente,
non gli ha nascosto il suo volto;
ma quando quello ha gridato a lui, egli l'ha esaudito.
Tu sei l'argomento della mia lode nella grande assemblea;
io adempirò i miei voti in presenza di quelli che ti temono.
Gli umili mangeranno e saranno saziati;
quelli che cercano il SIGNORE lo loderanno;
il loro cuore vivrà in eterno.
Tutte le estremità della terra si ricorderanno del SIGNORE e si convertiranno a lui;
tutte le famiglie delle nazioni adoreranno in tua presenza.
Poiché al SIGNORE appartiene il regno,
egli domina sulle nazioni.
Tutti i potenti della terra mangeranno e adoreranno;
tutti quelli che scendon nella polvere
e non possono mantenersi in vita
s'inchineranno davanti a lui.
La discendenza lo servirà;
si parlerà del Signore alla generazione futura.
Essi verranno e proclameranno la sua giustizia,
e al popolo che nascerà diranno com'egli ha agito.
Salmo 22 Al direttore del coro. Su «Cerva dell'aurora». Salmo di Davide.
Questa composizione vive di una forte tensione e contrapposizione tra la sensazione opprimente dell'abbandono di Dio (vv. 1-3) e la visione della sua santità e intronizzazione in Sion (v. 4). A mediare tra questi due opposti, troviamo i ricordi degli interventi salvifici del passato (vv. 5-6). Lungo queste coordinate dunque si dipanano i versi. Davide è ridotto a oggetto di scherno e ridicolizzato dai suoi nemici, senza possibilità di fuga. La sua sofferenza disumana lo porta a pensare di essere stato completamente abbandonato da Dio, e gli avversari se ne approfittano dividendosi le vesti come se fosse già morto. In tutta questa situazione però, egli non smette di invocare il Signore, e infatti la sua speranza viene radicata nel suo intervento.

Nel giudaismo del I secolo questo Salmo rivestiva un ruolo importante per la comunità di Qumran, che lo comprendeva come la descrizione della propria rivalsa escatologica su Belial e i suoi agenti: una Sion vittoriosa i cui nemici sono soffocati e la cui lode è udita in tutto il mondo, una terra nuovamente generosa in cui "gli umili saranno saziati", la tribù di Giuda gioiosa ed esultante per la distruzione dei suoi nemici, e tutto ciò per la gloria di Jahvè1. L'attenzione posta su questo Salmo dunque ancor più che sulla descrizione del servo sofferente veniva posta sulla successiva reintegrazione escatologica della comunità alla gloria di Dio. I nemici, da re gentili ostili a Davide vengono nel corso del tempo sempre più spesso compresi come forze spirituali della malvagità, spesso legate ai popoli oppressori di Giuda, ma che alla fine non potranno fare a meno di sottomettersi e adorare Dio in questa definitiva vittoria finale. 

3. DALLA MORTE DEL SERVO DI DIO AL POPOLO CHE NASCERA'

Questi elementi di vittoria e speranza escatologica possono forse essere estranei al racconto di Marco? Sicuramente il suo intreccio si realizza in questo contesto quasi esclusivamente con la prima parte del Salmo, relativa alla sofferenza di Davide in quanto servo di Dio e - per estensione teologica e ricomprensione cristocentrica - a quella di Cristo, descritta minuziosamente. Sulla croce Cristo grida in modo esplicito proprio il primo verso di questo Salmo, evidenziando il senso di abbandono in un momento di sofferenza assoluta e straziante. Il disprezzo del popolo inoltre appartiene senz'altro a una condanna a morte per mezzo dell'infamante croce, così come il cuore che come cera di scioglie nelle viscere può esprimere in modo calzante l'atroce esperienza di questa tortura. La foratura delle mani e dei piedi divene espressione quasi esclusiva della croce e la spartizione delle vesti e della tunica da parte dei nemici conclude una serie di ricorrenze che, anche solo statisticamente, non può che combaciare in modo esatto e perfetto con lo specifico evento della crocifissione del Signore.

Ma i significati non possono fermarsi qui, a maggior ragione conoscendo gli avvenimenti raccontati successivamente. Ecco quindi che, in modo implicito, l'aspettativa giudaica tutta focalizzata nella seconda metà del Salmo non può evitare di essere inclusa e coinvolta proprio in questo momento di estremo dolore, come punto di partenza per una rinascita - anzi - per una risurrezione. La risurrezione che arriverà a Pasqua ma anche e soprattutto l'effetto che questa avrà per il popolo che nascerà e che dirà com'egli ha agito. Ecco, se è per la gioia che aveva dinanzi che Gesù sopportò la croce (Eb. 12:2), per lo stesso motivo l'evangelista si impegna a descrivere la crocifissione, consapevole che è verso questo momento che è necessario guardare per trovare la vera origine della sua comunità. Se la prima parte del Salmo 22 profetizza la morte in croce del Signore, infatti, gli ultimi versi profetizzano invece le relative conseguenze: la nascita di una comunità formata dalla discendenza del servo sofferente: la primitiva comunità cristiana.
La discendenza lo servirà;
si parlerà del Signore alla generazione futura.
Essi verranno e proclameranno la sua giustizia,
e al popolo che nascerà diranno com'egli ha agito.
Questo è "l'identikit" della comunità di Marco, e non solo della sua: di ogni comunità cristiana che legge questo Vangelo con piena fede nel fatto che Gesù è il Signore. A loro - e a noi - l'incarico di dire come egli (Gesù) ha agito, come e perché egli è morto, ossia in che modo questo eventi hanno portato alla loro (nostra!) nascita come popolo. Questa è l'origine dell'evangelizzazione, il momento del concepimento della Chiesa. Il luogo di morte per eccellenza dunque (il Teschio), anche mentre viene descritto con questo scopo trascende nella volontà di Dio assumendo il significato di luogo di origine per nuova vita, e questo non solo per l'imminente risurrezione del Signore ma anche per l'imminente nascita della Chiesa. Ecco quindi come la passione di Cristo che abbiamo appena letto, il momento in cui ogni speranza sembra dissolversi, può diventare in modo paradossale il fulcro per la certezza di un nuovo trionfo. Un trionfo che inizierà a rendersi manifesto soltanto dopo tre giorni.

CONCLUSIONE      

In questo approfondimento abbiamo potuto prendere in considerazione la parte centrale del racconto di Marco relativo alla crocifissione del Signore. Abbiamo visto come questo racconto compenetra il Salmo 22, che rappresenta nella sua prima parte una perfetta previsione profetica degli eventi che l'evangelista sta descrivendo. Questo Salmo, tuttavia, continua con la descrizione nell'intervento e nell'intronizzazione in Sion di Jahvè e nella reintegrazione del suo popolo in sua presenza. Tale parte era quella maggiormente elaborata dalla riflessione teologica giudaica nel I secolo ed è decisamente improbabile che l'evangelista - anche se non la cita direttamente - non la tenga in considerazione come parimenti calzante con la situazione che sta riportando. I versi finali di questo Salmo infatti dipingono con straordinaria lucidità l'immagine della nascente comunità cristiana, una comunità nata grazie al sacrificio del servo di Dio e la cui missione è quella di dire come ha agito, ossia predicare a sé stessa e al mondo il suo Vangelo.


Note:

[1] Cfr. G.K. Beale, D. A. Carson, L'Antico Testamento nel Nuovo - vol. 1, Paideia Editrice, Torino, 2017, p. 426.   
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