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domenica 16 febbraio 2020

Il diadema, l'olio e il mantello





INTRODUZIONE

L'Unto profetizzato dall'oracolo della terza parte del libro del profeta Isaia (Is. 61) si distingue per molteplici compiti che sono stati compresi fin da subito in chiave cristologica dalla Chiesa primitiva.

Gesù stesso all'inizio del suo ministero terreno ha annunciato pubblicamente di adempiere in sé proprio quelle qualifiche e quelle missioni (cfr. Lc. 4) e, poco alla volta, i suoi discepoli sono riusciti a comprenderlo in modo sempre più completo. L'annuncio di una buona notizia, della guarigione, liberazione e dell'imminente arrivo del giorno del Signore (foriero contemporaneamente di grazia e vendetta) sono i primi aspetti descritti nell'esercizio di questo ufficio, ma in seguito ne troviamo anche altri legati a doni che, nell'ottica ecclesiale del Nuovo Patto, risultano decisamente significativi. La Grazia di Dio è la fonte della Salvezza in Cristo, ma sappiamo che questa grazia è multiforme, svariata (1 Pt. 4:10) e si manifesta tanto nella varietà di persone e servizi nella Chiesa quanto nella varietà e crescita nelle esperienze spirituali legate alla conoscenza – scritturale e esperienziale – del Signore. Ecco quindi che i doni del Messia agli afflitti vengono descritti nel seguente modo:

[…] per mettere, per dare agli afflitti di Sion
un diadema invece di cenere,
olio di gioia invece di dolore,
il mantello di lode invece di uno spirito abbattuto,
affinché siano chiamati querce di giustizia,
la piantagione del SIGNORE per mostrare la sua gloria.
Isaia 61:3

Siamo arrivati al momento di poterli considerare insieme.

1. UN DIADEMA, INVECE DI CENERE

I Giudei in esilio pensavano alla propria speranza religiosa come qualcosa di completamente distrutto, andato in cenere. Ed è a loro per primi che Dio promette di dare al posto di questa cenere, ossia della distruzione e annientamento che avevano vissuto, un diadema: termine questo che traduce l'ebraico peh-ayr' indicante un accessorio che abbellisce ma che comporta anche un grado di gloria. In questo senso dunque la traduzione italiana è felice: infatti il diadema è un ornamento utilizzato soprattutto in ambito greco-romano dagli imperatori come simbolo di regalità. Il senso di questo dono quindi è quello del restaurare la dignità perduta, e non solo quella, ma anche una autorità di governo che nel momento presente appare come pura fantasia. Il profilo originario è escatologico ma presenta nuove e essenziali sfumature nel Nuovo Testamento. Proprio qui infatti leggiamo le parole che il Cristo risorto e glorificato rivolge alla sua chiesa:

«All'angelo della chiesa di Smirne scrivi:
Queste cose dice il primo e l'ultimo, che fu morto e tornò in vita:
"Io conosco la tua tribolazione, la tua povertà (tuttavia sei ricco) e le calunnie lanciate da quelli che dicono di essere Giudei e non lo sono, ma sono una sinagoga di Satana. Non temere quello che avrai da soffrire; ecco, il diavolo sta per cacciare alcuni di voi in prigione, per mettervi alla prova, e avrete una tribolazione per dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e io ti darò la corona della vita.
Apocalisse 2:8-10

Come disse il martire e teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, la grazia a buon mercato è il pericolo più insidioso e mortale che si può trovare in Chiesa: la grazia del Signore infatti è a caro prezzo. E' gratuita, ma per essere coerente, la sua accoglienza costa tutta la vita. Accettare la buona notizia della salvezza di Dio in Cristo porta a un perdono totale, un perfetto ripristino della relazione con il Padre, ma anche la responsabilità con il sostegno dello Spirito Santo di ripercorrere i passi di Gesù. Crescere nella sua santità, nella sua ubbidienza, nella sua fedeltà fino alla morte. Questa è la condizione per ricevere la corona della vita, il premio di chi ha superato difficoltà, vituperio e tribolazione con e per l'amore restaurante di Dio nel proprio cuore. Proprio dove c'è prigionia, dolore, persecuzione, morte, cenere.....il Cristo glorificato promette una corona di vita e gloria eterna.

2. OLIO DI GIOIA, INVECE DI DOLORE

Il diadema, la corona, non è però l'unico dono che il Messia vuole dare. Come rafforzativo per questo concetto infatti troviamo in secondo luogo l'olio di gioia invece del dolore. L'olio è nel testo biblico da sempre un elemento di regalità (con l'olio venivano unti i re) e proprio l'olio profumato veniva utilizzato per esaltare la bellezza e il potere dei regnanti. L'elemento dell'olio appare con un duplice aspetto in particolare nel Vangelo secondo Giovanni, nel settimo segno miracoloso di Gesù in questo vangelo. A cavallo tra la prima e la seconda metà di questo testo abbiamo un po' di confusione cronologica (tra il cap. 11 e 12) ma quel che è rilevante è l'episodio di Maria che, preso dell'olio costoso e profumato, ne cosparge i piedi di Gesù asciugandoli con i propri capelli. Gesù stesso interpreterà per gli altri questo gesto come un'anticipazione della propria sepoltura (12:7). Nel capitolo precedente (c.11) però, che tuttavia non può che avvenire in un tempo successivo, troviamo la stessa Maria (v.2: quella che unse il Signore di olio profumato e gli asciugò i piedi con i suoi capelli) molto preoccupata per la malattia di suo fratello Lazzaro. Sappiamo tutti come procede la narrazione: Gesù tarda ad arrivare, Lazzaro peggiora fino a morire ma alla fine Cristo arriva e risuscita Lazzaro davanti ai presenti esterrefatti. Gesù ha aspettato consapevolmente quel tempo per mostrare la gloria di Dio, e la gloria di Dio è esattamente questa: convertire l'olio della sepoltura in olio di risurrezione e gioia. Un'anticipazione della sua risurrezione che, a sua volta, sarebbe stata una anticipazione della nostra.

Dove c'è cenere, Dio promette un diadema. Dove c'è dolore egli promette olio di gioia. Sempre guardando ai tempi di restaurazione, l'oracolo del profeta Ezechiele conferma:

Allora la vergine si rallegrerà nella danza,
i giovani gioiranno insieme ai vecchi;
io muterò il loro lutto in gioia, li consolerò,
li rallegrerò liberandoli del loro dolore.
Geremia 31:13

Questa è la promessa di Dio, ancora una volta realizzata dal Signore Gesù e attesa dai credenti di ogni epoca.

3. UN MANTELLO DI LODE INVECE DI UNO SPIRITO ABBATTUTO

Il terzo aspetto che stiamo considerando riguarda il mantello di lode al posto di uno spirito abbattuto. Nella sofferenza, nel dolore, nella morte è normale avere uno spirito abbattuto. Uno spirito che è a terra e solo a terra guarda. Parte integrante della missione di Gesù è stata quella di alzare il nostro sguardo verso di lui e verso il Padre. Non a caso nel Nuovo Testamento leggiamo:

Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra; poiché voi moriste e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio.
Lettera ai Colossesi 3:2-3

La morte di Cristo ha cancellato il documento a noi ostile, il corpo del peccato, e nella libertà dei figli di Dio ha permesso che potessimo alzare lo sguardo verso lassù. Identificati attraverso il battesimo nella sua morte e risurrezione (Rom. 6:4) siamo stati nascosti con Cristo in Dio ed è a Dio che dobbiamo guardare, non a noi stessi o alla caducità del mondo presente. Questo sguardo però non è fine a sé stesso ma permette il nostro rinnovamento in una serie di comportamenti che l'autore di questa lettera specifica in seguito, tra i quali troviamo:

La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, ammaestrandovi ed esortandovi gli uni gli altri con ogni sapienza, cantando di cuore a Dio, sotto l'impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali.
v.6

Aspirare alle cose di lassù significa aderire alla sequela di Cristo, essere consapevoli della nostra posizione spirituale in lui e, di conseguenza (!), essere rivestiti di un mantello di amore e di lode. In qualsiasi situazione ogni figlio di Dio può ricordarsi che la propria vita è nel Signore e rallegrarsi per questo esprimendo la lode spontanea che sorge sotto l'impulso della grazia. Come accadde agli apostoli persino in prigione, anche noi possiamo e dobbiamo fissare lo sguardo su Gesù e vivere per questo motivo ogni problema quotidiano immersi nella lode a Dio, sapendo sempre più per esperienza di quanto la lode possa cambiare le circostanze intorno a noi oltre al cuore dentro di noi. Una vita in comunione con il Padre, che esprime adorazione e amore, è il più grande miracolo che a cui possiamo assistere in quanto espressione di una vera rigenerazione spirituale e unione con Cristo.

CONCLUSIONE

Affinché siano chiamati querce di giustizia,
la piantagione del SIGNORE per mostrare la sua gloria.”

Dopo questo percorso nella consapevolezza biblica di alcuni doni di Cristo per noi, in quanto espressioni della grazia divina, possiamo giungere ora allo scopo ultimo di ogni cosa. Non possiamo esimerci infatti dal comprendere a fondo che ogni aspetto della creazione e della storia umana ha un destino solo: arrivare a mostrare la gloria di Dio. I grandi compositori di musica classica come Mozart o Hendel erano soliti concludere la scrittura degli spartiti con le loro creazioni appuntando le lettere S.D.G.: Soli Deo Gloria. E questa immagine, in fondo, è affine al capolavoro di restaurazione che il Padre sta compiendo in noi. Egli ha raccolto ognuno di noi in una posizione indegna, imperfetta, mortale e ha donato la vita del Figlio per poterci rivestire della sua Grazia, perfezione, immortalità. Non è una trasformazione “magica” ma un percorso spirituale che porta a comprendere l'ubbidienza dalla sofferenza: tuttavia in questa sofferenza non si sofferma, trasformandola infine in nobiltà, gioia, lode e riconoscenza. Il tutto, per diventare querce di giustizia. Il tutto, per la gloria di Dio.

domenica 19 gennaio 2020

Fasciare quelli che hanno il cuore spezzato




INTRODUZIONE


Tutto ha inizio con una cattiva notizia. Non c'è neanche bisogno che dica quale, perché basta guardarsi intorno ogni giorno o accendere la televisione e ascoltare un telegiornale per rendersene conto. La vita custodisce delle meraviglie, ma anche drammi, tragedie, sofferenze, morte. Tutti noi abbiamo quotidianamente a che fare con la ricerca della bellezza ma anche con la sofferenza della malattia – nostra o altrui – della malvagità – nostra o altrui – e delle ingiustizie relazionali, sociali e globali che purtroppo abbondano in ogni luogo. E' evidente che c'è qualcosa che non va. Se iniziamo a leggere la Bibbia dall'inizio apprendiamo dopo poche righe che Dio ha creato tutto molto buono. Perché allora tutta questa imperfezione? Perché esiste la morte se dentro di noi esiste una concezione, un desiderio di eternità? La risposta biblica non si attarda e come sappiamo presenta la prima trasgressione umana con la scelta di mangiare il frutto dell'albero proibito da parte di Eva e di Adamo come spiegazione teologica di questa frattura tra la volontà e creazione divina e la realtà dell'uomo. Definito il problema però, esiste una soluzione? In altre parole, dopo aver compreso il “perchè”, è possibile risolvere il “come” uscirne? Tutti i tentativi dell'Antico Israele sono falliti e la loro riflessione sul tema traspare anche dagli scritti biblici. La Legge, il Tempio, la monarchia, la Terra promessa....ogni cosa nel corso del tempo si è sbriciolata lasciando una speranza di pochi granelli di sabbia in mano. 
Ma su questi pochi granelli, come abbiamo considerato domenica scorsa, la terza parte del libro del profeta Isaia effonde un nuovo soffio vitale:
Lo Spirito del Signore, di DIO, è su di me,perché il SIGNORE mi ha unto per recare una buona notizia agli umili... 
Isaia 61:1
C'è una buona notizia. O, meglio, sta arrivando – dice l'oracolo profetico – qualcuno sul quale riposa lo Spirito di Dio, qualcuno con dignità regale (unto) e autorità divina (unto dal Signore), qualcuno con una buona notizia – finalmente! – da annunciare. Sta arrivando, e per noi è già arrivato, è Gesù Cristo il Signore. 

1. NELLA SINAGOGA IN GIORNO DI SABATO

L'opera letteraria di Luca, che comprende l'omonimo Vangelo e il libro degli Atti degli Apostoli, ha molte peculiarità tra le quali la suddivisione geografica della sua narrazione. Il racconto su Gesù inizia in Galilea, poi si sposta con il viaggio in Giudea e arriva a Gerusalemme dove avviene la sua morte e risurrezione. Gli Atti riprendono la narrazione con un opposto moto centrifugo: parte dal fulcro di Gerusalemme, per poi spostarsi in Giudea e infine nelle nazioni più lontane. All'inizio di tutto però incontriamo Giovanni Battista, poi la prova nel deserto di Gesù e, infine, un racconto avvenuto proprio nella sinagoga locale della città dove era lui era cresciuto fino a quel momento:
Si recò a Nazaret, dov'era stato allevato e, com'era solito, entrò in giorno di sabato nella sinagoga. Alzatosi per leggere, gli fu dato il libro del profeta Isaia. Aperto il libro, trovò quel passo dov'era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me, perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri... 
Vangelo secondo Luca 4:16-18a

Questo racconto si conclude con Gesù che afferma: «Oggi, si è adempiuta questa Scrittura, che voi udite». Ebbene, cosa si è adempiuto (da) quel giorno attraverso Gesù? Abbiamo già letto la prima parte dell'oracolo isaiano che riguarda il portare una buona notizia agli umili/poveri: la buona notizia è il Vangelo, il fatto che in Cristo ogni essere umano trova per fede la riconciliazione con il Padre, la giustificazione con il Signore Gesù e la comunione costante con lo Spirito Santo. Ma c'è dell'altro? In effetti il testo di Isaia che Gesù lesse a quel tempo continua, aggiungendo: “mi ha inviato per fasciare quelli che hanno il cuore spezzato”. 


2. NON SOLO SALVATI MA ANCHE GUARITI

Parte integrante del ministero di Cristo è stata ridare speranza e guarigione a folle di persone deluse, ferite e senza scopo. Al tempo l'economia languiva, la politica era in mano a un Impero straniero e coloro che dovevano fare gli interessi del popolo invece facevano gli interessi del proprio potere. Forse ci ricorda qualcosa? Da un certo punto di vista non è cambiato molto nella società umana. Tutto questo è frutto della natura di peccato dell'uomo, del peccato che – tanto a livello personale e relazionale quanto a livello nazionale e mondiale – porta ingiustizie e sofferenze. Ferite nel corpo e nel cuore di innumerevoli persone. In questo scenario, la buona notizia di Gesù porta salvezza spirituale ma anche guarigione. Il ministero di Cristo non interviene infatti solo sulla natura di peccato annullandola sulla Croce, ma porta anche guarigione sulle ferite derivate dalle conseguenze dei molti peccati. Il perdono che riceviamo in Cristo dal nostro Padre celeste nel momento della conversione è istantaneo, ma la guarigione dalle ferite interiori invece richiede del tempo, tempo da spendere alla presenza di Dio per percepire spiritualmente la fasciatura del suo amore. Quali furono le prime cose che videro i primi discepoli di Gesù una volta radunati?

Sceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante, dove si trovava una gran folla di suoi discepoli e un gran numero di persone di tutta la Giudea, di Gerusalemme e della costa di Tiro e di Sidone, i quali erano venuti per udirlo e per essere guariti dalle loro malattie. Quelli che erano tormentati da spiriti immondi erano guariti; e tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva un potere che guariva tutti. 
Vangelo secondo Luca 6:17-19


La prima cosa che videro fu una gran folla che aspettava Gesù per ascoltarlo e per essere guariti. Malattia fisiche, oppressioni demoniache sono solo alcune espressioni delle conseguenze del peccato che il Signore sana con il suo potere. Vediamo però che è necessario voler andare da Gesù, proprio come la gran folla descritta dal Vangelo, per poter ricevere da lui un tocco di guarigione nel corpo, nell'anima e nello spirito; e questa resta una condizione valida anche al giorno d'oggi.


3. DEI TEMPI DI RISTORO, DALLA PRESENZA DEL SIGNORE

Il ministero di guarigioni dei cuori, delle anime e delle infermità di Gesù non si è concluso con la sua ascensione, ma è continuato nella storia della Chiesa. Troviamo infatti negli Atti degli Apostoli, che come abbiamo già detto è il seguito del Vangelo secondo Luca, nuove occasioni di guarigioni attraverso gli apostoli in servizio per il Signore. In particolare, dopo la Pentecoste leggiamo della guarigione al Tempio di uno zoppo, e di un discorso di Pietro rivolto a tutti i presenti. In una parte di questo discorso egli dice:

Ravvedetevi dunque e convertitevi, perché i vostri peccati siano cancellati e affinché vengano dalla presenza del Signore dei tempi di ristoro e che egli mandi il Cristo che vi è stato predestinato, cioè Gesù, che il cielo deve tenere accolto fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose; di cui Dio ha parlato fin dall'antichità per bocca dei suoi santi profeti. 
Atti degli Apostoli 3:19-21


Il ravvedimento e l'adesione all'appello del Vangelo portano al perdono dei peccati e alla salvezza, ma in modo conseguente portano anche a qualcos'altro: a tempi di ristoro che vengono dalla presenza del Signore. Questo “ristoro” traduce il termine originale ἀνάψυξις / anapsyxis che significa appunto refrigerio, ristoro. La cosa interessante è che questo termine non è usato altrove nel Nuovo Testamento, ma lo troviamo invece nella antica traduzione greca LXX, dove è utilizzato nel libro dell'Esodo:
Ma quando il faraone vide che c'era un po' di respiro si ostinò in cuor suo e non diede ascolto a Mosè e ad Aaronne, come il SIGNORE aveva detto. 
Esodo 8:15

Come possiamo vedere, il termine è utilizzato per descrivere il momento in cui il faraone ha avuto “un po' di respiro” dall'oppressione delle piaghe d'Egitto. 


Senz'altro la lettura del discorso di Pietro ci esorta a guardare a Gesù, che il cielo deve tenere accolto fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose, e quindi agli ultimi tempi. Lo stesso Esodo viene utilizzato come trama degli avvenimenti dell'Apocalisse di Giovanni con i suoi giudizi divini e le calamità inviate sulla terra fino alla liberazione dei credenti dalla sofferenza e dalla morte. Ma questa realtà non è solo escatologica, non è solo ultima. Così come le guarigioni miracolose di Gesù e dei suoi discepoli sono avvenute in questi tempi e non alla fine del tempo, allo stesso modo anche i tempi di ristoro provengono dalla presenza del Signore anche oggi, sebbene non in modo eterno. Il ravvedimento porta alla conversione, al perdono dei propri peccati e alla propria salvezza. Ma il secondo passo è dimorare il più possibile alla presenza spirituale del Signore e vivere qui dei tempi di ristoro: tempi in cui riposare dalle nostre opere, dai sensi di colpa, dalle accuse. Tempi in cui lasciarci fasciare dallo Spirito Santo il cuore spezzato e ricevere l'amore che il Padre sparge per noi. Tempi di riposo, refrigerio, guarigione, in cui avere un po' di respiro dagli affanni di questo mondo: un anticipo di quel che sarà. 

CONCLUSIONE 

Rispondere all'appello di Gesù, accogliere in modo fecondo il messaggio del Vangelo, è solo il primo passo della vita cristiana. Una nuova vita che come secondo passo può riflettere sulla guarigione che è in Cristo e nella Chiesa attraverso lo Spirito Santo. Un secondo passo che deve portare in modo consapevole a comprendere questa ricchezza spirituale e viverla ricercando la presenza del Signore, da cui provengono tempi di ristoro e guarigione, nel cuore così come nell'interezza del nostro essere. Il Signore non vuole solo una salvezza escatologica per noi, ma anche una guarigione qui ed ora, per poter mostrare al mondo la sua potenza e renderci liberi di afferrare il nostro destino di uomini e donne nuovi.

domenica 20 ottobre 2019

Jahvè-Nissi: Il Signore è la mia bandiera



INTRODUZIONE


Nel grande progetto teologico e letterario del Pentateuco troviamo un percorso che fungerà da matrice non soltanto per l'Israele dei primordi, ma anche per quello sofferente al tempo delle deportazioni, lasciando un'eco delle sue tracce fino all'ultimo libro del Nuovo Testamento, ossia l'Apocalisse di Giovanni. 

Possiamo delineare con maggiore precisione questo movimento, rilevandolo dal libro biblico dell'Esodo:
  1. Uscita dall'Egitto (1:1-15:21)
  2. Marcia attraverso il deserto (15:22-18:27)
  3. Avvenimenti del Sinai (19-40)
Il punto di partenza dunque è la sofferenza dei discendenti di Giacobbe nella schiavitù egiziana, che provoca il diretto intervento di Jahvè mediante un uomo che egli sceglie per questo specifico scopo: Mosè. Con potenti e prodigiosi interventi divini, questo popolo riesce quindi a fuggire dall'Egitto per intraprendere il suo pellegrinaggio nel deserto avanzando verso il monte di Dio: luogo in cui potrà finalmente rispondere in modo ufficiale all'appello di Jahvè e stabilire con lui un patto corporativo.
Questo tempo di cammino e di attesa è travagliato, ma porta anche a nuove rivelazioni su Dio e sulla loro relazione. La prima difficoltà incontrata da Israele è quella della scarsità di acqua e cibo. In molti esprimeranno il rimpianto di essere fuggiti dall'Egitto dove, pur essendo schiavi, almeno avevano l'essenziale per vivere. Dio però ha voluto utilizzare questa distretta per rinnovare la rivelazione vissuta dal loro patriarca Abramo a riguardo della provvidenza (Gen. 22:14): egli infatti è il Dio che provvede. Dopo aver mangiato e bevuto, però, il popolo non ha tempo per riposarsi in quanto una nuova sfida lo aspetta, foriera però anche di una più profonda comprensione dello stesso Signore che li ha portati alla libertà.
LA GUERRA CONTRO AMALEC
Allora venne Amalec per combattere contro Israele a Refidim. E Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci a combattere contro Amalec; domani io starò sulla vetta del colle con il bastone di Dio in mano». Giosuè fece come Mosè gli aveva detto e combatté contro Amalec; e Mosè, Aaronne e Cur salirono sulla vetta del colle. E quando Mosè teneva le mani alzate, Israele vinceva; e quando le abbassava, vinceva Amalec. Ma le mani di Mosè si facevano pesanti. Allora essi presero una pietra, gliela posero sotto ed egli si sedette; Aaronne e Cur gli tenevano le mani alzate, uno da una parte e l'altro dall'altra. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. E Giosuè sconfisse Amalec e la sua gente passandoli a fil di spada. Il SIGNORE disse a Mosè: «Scrivi questo fatto in un libro, perché se ne conservi il ricordo, e fa' sapere a Giosuè che io cancellerò interamente sotto il cielo la memoria di Amalec». Allora Mosè costruì un altare che chiamò «il SIGNORE è la mia bandiera»; e disse: «Una mano s'è alzata contro il trono del SIGNORE, perciò il SIGNORE farà guerra ad Amalec di generazione in generazione».
Esodo 17:8-16
Possiamo notare il fatto che la narrazione di questo evento è concitata: Amalec e il suo esercito arrivarono semplicemente a fare guerra al popolo di Israele, senza che ne siano spiegati i motivi e il contesto. Del resto anche dall'altra parte non troviamo dettagli sullo stato d'animo di Mosè o del suo popolo, ma solo il veloce piano d'azione che prevedette la scelta da parte di Giosuè di alcuni uomini abili alla guerra e la scelta di Mosè di salire sulla vetta di un colle con Aaronne e Cur, ma soprattutto con il bastone di Dio. Lo stesso bastone che, per ordine divino, poco tempo prima aveva aperto il Mar Rosso e permesso che il popolo passasse in mezzo al mare camminando sul terreno asciutto, è adesso preso in causa come vero strumento di vittoria. E, infatti, nel breve racconto che abbiamo letto emerge come, sebbene la guerra fosse combattuta da Giosuè e dai suoi uomini, in realtà l'esito derivasse dai gesti di Mosè e da quanto egli tenesse le mani alzate.
Per Dio non c'è differenza tra le difficoltà che Israele mano a mano incontrava. Egli è colui che governa la natura, e lo ha dimostrato tanto aprendo il mare quanto intervenendo per provvedere cibo e acqua per il popolo. Ma egli è anche colui che ha stabilito per le nazioni delle epoche assegnate e dei confini alle loro abitazioni (Atti 17:26). Sia Mosè che Giosuè sono stati risoluti sia nel rispondere alla minaccia incalzante e presentarsi per combattere, sia nella consapevolezza che il risultato di quella battaglia sarebbe stato stabilito non tanto dalla loro effettiva forza o tecnica ma dal fatto che il Signore era con loro. Questa nuova esperienza tuttavia dimostra la fondatezza della loro fede anche al resto del popolo, e persino ai loro discendenti, in quanto è il Signore stesso a chiedere che se ne tenga memoria. In seguito alla vittoria, Mosè costruisce un altare, segno votivo della sua fede, chiamandolo “Il Signore è la mia bandiera”. La bandiera è da sempre simbolo di identità, di coesione, di appartenenza a determinati valori o gruppi sociali e Mosè tramite questa esperienza capisce bene che l'identità del popolo che ha portato su richiesta del Signore verso la libertà non è da ricercarsi in sé stesso ma in quello stesso Signore che ha procurato questa chiamata e liberazione. Lui è la bandiera di Israele e questo è il tratto distintivo di questo popolo rispetto a tutte le altre nazioni sulla terra.
Da questo racconto biblico, come sempre possiamo trarre poi delle considerazioni ermeneutiche valide anche per noi, cristiani del XXI secolo. Anche noi infatti, come l'Israele peregrino, camminiamo dal momento della nostra conversione in un deserto - che rappresenta il nostro mondo - verso il luogo del Monte di Dio, dove poter suggellare la nostra relazione con lui in modo definitivo ed eterno. Anche noi attraversiamo nella nostra vita sfide molto concrete, e possiamo imbatterci in difficoltà di carattere primario: cosa mangiare, e come vestirci. Ma Gesù, nella distretta finanziaria, ci rassicura sul fatto che il Padre provvede ai nostri bisogni (Mt. 6). Anche noi, dopo aver ricevuto la rivelazione per esperienza della provvidenza di Dio, possiamo rimanere sbigottiti da attacchi personali nei nostri confronti, da accuse spesso ingiuste. E in questo caso la nostra fede ci porta a conoscere Dio come colui che è la nostra bandiera. Colui che ci rappresenta e che determina la nostra vittoria. Sì, la nostra vittoria non è determinata dal vigore della nostra forza o dalla nostra difesa, ma dalla sua autorità e dalla sua presenza nella nostra vita. Amalec non ha chiesto permesso per muovere guerra, e in modo simile anche nella nostra vita molte persone ostili non ci chiederanno il permesso per attaccarci. Ma la nostra anima deve restare salda come quella di Mosè e Giosuè, confidando nel Dio che ci ha chiamati a libertà e a salvezza, e che questo stesso Dio ci porterà anche verso la vittoria in queste battaglie e guerre.
Ritengo opportuno concludere questa riflessione leggendo le seguenti importanti parole scritte secoli dopo gli eventi che abbiamo considerato, come promesse e eredità comuni ai cristiani di ogni epoca:
Che diremo dunque riguardo a queste cose? Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi. Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Com'è scritto: «Per amor di te siamo messi a morte tutto il giorno; siamo stati considerati come pecore da macello». Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun'altra creatura potranno separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.
Romani 8:31-39

CONCLUSIONE

Il Signore è la mia bandiera” è stato un nome che Mosè ha dato a un nuovo altare dopo l'esperienza di una vittoria militare ottenuta attraverso la fiducia nella presenza e autorità di Dio, simboleggiata dallo stesso bastone che in precedenza aveva aperto il Mar Rosso, permettendo a un intero popolo di camminare verso la salvezza.

Il Signore è la mia bandiera” è il nome che ogni cristiano può comprendere per esperienza crescendo nella propria vita di fede con il Signore e vedendo come egli prende la nostra difesa di fronte agli attacchi ingiustificati che talora riceviamo. Non c'è da avere paura nelle battaglie di ogni giorno, ma la fede che scaturisce dall'esperienza. Dio è con noi, e sebbene questo non ci esenta dalle nostre responsabilità, ci dà la certezza che egli è colui che ci rappresenta, e non le nostre capacità o alleanze. Di conseguenza la nostra vittoria è in lui e non in noi stessi: questo ci deve dare una grande serenità anche nei momenti più difficili.

Nell'epoca del rientro dall'esilio babilonese, al popolo di Giuda venne rivolta questa parola da parte del Signore: “Non per potenza, né per forza, ma per lo Spirito mio", dice il SIGNORE degli eserciti.” (Zac. 4:6). E allo stesso modo, anche per noi deve essere così, ancora oggi, giorno dopo giorno. 

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