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domenica 29 agosto 2021

Il ricco incontra Gesù


INTRODUZIONE

Come già condiviso ampiamente negli studi precedenti, la struttura letteraria del Vangelo secondo Marco è composta da due parti distinte. La seconda parte, che inizia al c. 8 v. 21, comincia con il riconoscimento di Gesù come “il Cristo” da parte di Pietro. Questo riconoscimento però era suscettibile di fraintendimenti ed è per questo che Gesù è dovuto intervenire per chiarire che la sua identità messianica si sovrapponeva in modo inaspettato per i suoi interlocutori con quella del Servo sofferente e non con quella del re vittorioso. Da questo momento in avanti, infatti, la direzione del suo percorso sarebbe stata verso il Golgota e la Croce anche se persino i suoi discepoli non lo capivano e non lo volevano ancora accettare. In questo contesto incontriamo il brano che vorrei esporre con il presente articolo.

1. LA LETTURA

Gesù e il ricco

Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. Tu sai i comandamenti: "Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre"». Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù». Gesù, guardatolo, l'amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va', vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni.

Gesù e i discepoli

Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!» I discepoli si stupirono di queste sue parole. E Gesù replicò loro: «Figlioli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio». Ed essi sempre più stupiti dicevano tra di loro: «Chi dunque può essere salvato?» Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio».

Gesù e Pietro

Pietro gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito». Gesù rispose: «In verità vi dico che non vi è nessuno che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi, per amor mio e per amor del vangelo, il quale ora, in questo tempo, non ne riceva cento volte tanto: case, fratelli, sorelle, madri, figli, campi, insieme a persecuzioni e, nel secolo a venire, la vita eterna. Ma molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi».

Marco 10:17-31

2. IL COMMENTO

Come ho suggerito nella suddivisione del brano, questo dialogo si divide in tre parti: la prima tra Gesù e il ricco, la seconda con i suoi discepoli e la terza con Pietro. 

La prima cosa da notare è proprio la sua posizione letteraria, in una fase della narrazione che ormai è diretta a Gerusalemme verso l’epilogo che conosciamo tutti. Questo cammino non ha soltanto una rilevanza letteraria ma anche teologica e spirituale. Si incastona in un momento che definisce con grandissima chiarezza il costo della sequela di Gesù, una salvezza che, per usare le parole del teologo Bonhoeffer, è contemporaneamente gratuita ma anche a caro prezzo. 

Questo racconto si apre con Gesù che esce per la via, come abbiamo visto la via per Gerusalemme. Accorre a lui una persona che teneva Gesù in altissima considerazione. Lo possiamo capire dai seguenti indizi: 

  • Si inginocchia davanti a lui
  • Lo chiama Maestro
  • Lo chiama buono

Da questi elementi risulta evidente quanto questo “giovane” (Mt. 19:22) e “notabile” (Lc. 18:18) riconosca in Gesù una grande autorevolezza. Accostandosi a lui chiede cosa deve fare per ereditare la vita eterna. Al di là delle tante “opere buone” questa domanda riguarda piuttosto l’opera specifica senza la quale si è automaticamente esclusi dalla possibilità di accedere alla vita eterna. Di fronte a questo esordio, e avendo in mente i brani precedenti di questo Vangelo, viene naturale pensare alla risposta di Gesù con un elogio, l’accoglienza nella cerchia dei propri discepoli e la rassicurazione di entrare nella vita eterna. Ma, inaspettatamente, Gesù risponde in modo diametralmente opposto. 

Egli rimprovera il giovane di averlo chiamato “buono”, appellandosi alla tradizione biblica secondo la quale “Dio è buono!”, e solo lui è fonte ultima di ogni bontà. Poi, per valutare il livello religioso del suo interlocutore, chiede - in forma negativa - se segue le Dieci Parole, ossia il Decalogo nelle specifiche relative al rapporto con il prossimo. La risposta è affermativa: questa persona sin dalla sua gioventù ha sempre osservato la Torah. Gesù a questo punto al posto di compiacerlo lo ama sinceramente e chiede l’unica cosa che gli manca: vendere tutte le sue ricchezze per darle ai poveri prima di seguirlo. Questa risposta stupisce e rattrista tanto il giovane quanto i discepoli attorno a lui. Lo stupore è condizionato prima di tutto dal fatto che nella mentalità dell’epoca la ricchezza era un riflesso della benedizione di Dio. Solo i profeti avevano osato mettere in discussione questo assioma per denunciare le ingiustizie dei ricchi a scapito dei poveri e, probabilmente, a questa tradizione Gesù decide di associarsi. Oltre a questo, neanche i discepoli avevano venduto le loro proprietà e per questo stavano iniziando a preoccuparsi.

Il secondo dialogo riguarda per questo proprio i discepoli. 
E, anche in questo caso, Gesù anziché essere accondiscendente rimarca il concetto della difficoltà per i ricchi di entrare nel regno dei cieli. Utilizza l’immagine dell’animale più grande conosciuto nel suo contesto affiancandolo all’apertura più piccola: come un cammello non può entrare nella cruna di un ago, così un ricco (non) può entrare nel regno dei cieli. I discepoli giungono alla conclusione che in pochissimi potranno allora essere salvati, se non addirittura nessuno. Ma Gesù chiude questa conversazione indicando alla potenza di Dio, una potenza che tuttavia può solo convincere a queste privazioni oppure trasformare il cuore in modo che non abbia più alcun attaccamento terreno. 

In seguito a questa laconica speranza, Pietro diviene portavoce dei Dodici e afferma che in realtà loro hanno lasciato ogni cosa per seguirlo. Hanno lasciato il loro lavoro, la loro casa. E Gesù risponde che non vi è nessuno che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi, per amor mio e per amor del vangelo, il quale ora, in questo tempo, non ne riceva cento volte tanto: case, fratelli, sorelle, madri, figli, campi, insieme a persecuzioni e, nel secolo a venire, la vita eterna.

Questo è il momento della rinuncia assoluta e i requisiti della sequela diventano più che mai radicali, ma a queste rinunce corrispondono la sovrabbondante provvidenza divina: cento volte superiore alle rinunce su questa terra e, nel tempo futuro, la vita eterna. 

3. L'ATTUALIZZAZIONE

Questo brano presenta indubbiamente delle difficoltà. Preso a sé stante, secondo questo episodio e queste parole di Gesù ogni persona che non vende i suoi averi e decide di seguirlo come discepolo itinerante non ha parte nel regno di Dio e non otterrà a vita eterna. Vengono quindi esclusi la maggior parte dei cristiani di ogni epoca e luogo. Leggendo il Vangelo secondo Marco nella sua interezza e tutto il Nuovo Testamento sappiamo però che non è così, e per questo ci viene richiesto lo sforzo di comprendere e armonizzare questi aspetti apparentemente contraddittori.

Sappiamo che i discepoli nel gruppo dei Dodici hanno abbandonato tutto per seguire Gesù nel suo ministero terreno, e probabilmente anche altri seguaci hanno imitato - come dice Pietro - questo comportamento. Gesù assicura un premio presente e futuro per queste rinunce. 

Le condizioni e il messaggio del gruppo pre Pasquale però non sono rimasti immutati, sono invece stati trasformati dall’evento della morte e risurrezione di Cristo. Come visto sin dalla “introduzione”, questo episodio si inserisce nella tensione di un cammino diretto alla Croce, in un’atmosfera sempre più drammatica. Il gruppo di discepoli però non si è fermato alla Croce ma in seguito alla Risurrezione si è trasformato in una comunità di discepoli e, in seguito, in un grande numero di comunità sparse ovunque nel mondo. Dobbiamo quindi comprendere una progressione e un cambiamento nell’approccio al discepolato. Questo processo, o perlomeno l’esistenza di diverse prospettive, ci appare evidente anche confrontando i vari Vangeli: laddove per Luca sono beati i poveri tout court (6:20), in Matteo lo sono i poveri in spirito (5:30): le parole di Gesù sono state attualizzate per la comunità.

Questa relativizzazione è obbligatoria proprio per attualizzare e armonizzare il messaggio evangelico ma non dobbiamo comunque neanche radicalizzarla: ci sono dei principi infatti che possiamo considerare ancora validi e degli aspetti di questo episodio che ci devono ancora oggi interpellare. Se infatti difficilmente possiamo diventare tutti dei predicatori itineranti senza fissa dimora, tutti i cristiani sono certamente chiamati comunque a rispondere all’appello a una sequela personale e completa. La salvezza è gratuita ma costa la nostra intera vita: l’incontro con Cristo non ci può lasciare come ci ha trovati ma - per essere un incontro genuino - deve essere un incontro trasformante. Ecco quindi che la trasformazione deve poter toccare i nostri pensieri, le nostre azioni quotidiane, le nostre priorità...in altre parole la gestione della nostra intera vita. Gesù ci invita ad affidare a lui la nostra vita e non alla nostra forza, alle nostre finanze, alla nostra intelligenza. Questo è un punto fermo, un principio del regno di Dio: Dio e Cristo sono al centro. L’esortazione di questo brano quindi, per noi oggi, quale può essere? Proprio questa: lasciare ogni peso e ogni presunta sicurezza per abbracciare Cristo. Lasciamo che si prenda cura lui di noi. Se non lo abbiamo mai fatto o se lo abbiamo fatto in passato ma siamo tornati in un secondo momento sui nostri passi...oggi è il momento opportuno. Torniamo a Gesù, torniamo a seguire le sue impronte, e la sua benedizione quotidiana non tarderà ad abbondare. 

CONCLUSIONE

Il brano del “giovane ricco” è per certi versi enigmatico: Gesù si comporta in modo apparentemente duro e ingiusto nei confronti di una persona che lo ammirava e seguiva. 

Nel contesto letterario e teologico del Vangelo secondo Marco possiamo rilevare una prima chiave di lettura: l’elevatissimo prezzo di questo discepolato è da correlare con l’imminente prezzo assoluto del sacrificio di Cristo.

Ogni cristiano, però, può prendere spunto da questo episodio per riflettere sulla serietà della proprio vita di fede: il proprio incontro con Cristo ha trasformato ogni aspetto della nostra vita? La nostra sicurezza è nelle finanze, nel lavoro, nella forza o nella provvidenza di Dio? Gesù esorta a non essere attaccati alla casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi (lavoro) ma in Dio. Lui ricompenserà questa adesione cento volte tanto in questo tempo (pur essendoci anche persecuzioni) e, in quello a venire, la vita eterna. 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli Sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia Editrice, Brescia, 1995.
  • Santi Grasso - nuova versione, introduzione e commento, Vangelo di Marco, Figlie di San Paolo, Milano, 2003.

domenica 4 luglio 2021

Le benedizioni in Cristo
















INTRODUZIONE

La Lettera agli Efesini secondo la tradizione cristiana è una delle lettere della prigionia, scritte dall'apostolo Paolo nel 62 d.C. forse a Roma. Buona parte della moderna critica biblica, invece, prende le distanze dalla paternità paolina, principalmente a causa del suo lessico peculiare e della sua dipendenza letteraria con la Lettera ai Colossesi.

Qualsiasi sia il suo autore, comunque, è indubbio che il contenuto di Efesini ha saputo entrare nel cuore dei cristiani di ogni epoca grazie alla sua straordinaria ricchezza teologica. 

In questa occasione desidero tracciare delle linee esegetiche fondamentali per avvicinarci alla lettura e alla comprensione del primo esordio di questa lettera, problematico a livello grammaticale (nel testo originale non troviamo segni di interpunzione ma solo un periodo unico di smisurata grandezza) ma anche di grande fascino a livello teologico. 

LA LETTURA


Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo. 
 
In lui ci ha eletti prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui, avendoci predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà, a lode della gloria della sua grazia, che ci ha concessa nel suo amato Figlio. 
 
In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia, che egli ha riversata abbondantemente su di noi dandoci ogni sorta di sapienza e d'intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo il disegno benevolo che aveva prestabilito dentro di sé, per realizzarlo quando i tempi fossero compiuti. Esso consiste nel raccogliere sotto un solo capo, in Cristo, tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra. 
 
In lui siamo anche stati fatti eredi, essendo stati predestinati secondo il proposito di colui che compie ogni cosa secondo la decisione della propria volontà, per essere a lode della sua gloria; noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. 
 
In lui voi pure, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, e avendo creduto in lui, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione di quelli che Dio si è acquistati a lode della sua gloria.

Lettera agli Efesini 1:3-14 

IL COMMENTO


L'apertura di questo esordio letterario avviene con una lode orante a Dio, nel solco veterotestamentario, dove troviamo formule simili:

Benedetto sia il SIGNORE, il Dio d'Abraamo mio signore, che non ha cessato di essere buono e fedele verso il mio signore!
Genesi 24:27a 

Ietro disse: «Benedetto sia il SIGNORE, che vi ha liberati dalla mano degli Egiziani e dalla mano del faraone; egli ha liberato il popolo dal giogo degli Egiziani!
Esodo 18:10

Allora Davide disse ad Abigail: «Sia benedetto il SIGNORE, il Dio d'Israele, che oggi ti ha mandata incontro a me!
1Sam 25:32


Possiamo rilevare che la lode a Dio si inserisce in una risposta per la bontà e fedeltà nella provvidenza ricevuta, nella salvezza e liberazione dagli Egiziani e nell'arrivo di una mediatrice in una situazione di tensione militare che avrebbe causato uno spargimento di sangue. Paragonando queste espressioni possiamo notare un parallelo tra la provvidenza salvifica ricevuta e ogni benedizione celeste ricevuta in Cristo


Queste benedizioni sono, appunto, nei luoghi celesti. Questo forse significa che non hanno a che vedere con le cose della terra? In realtà no, in quanto " i cieli" sono il luogo dal quale Cristo esercita la propria signoria universale (Ef. 3:10-12) e a cui noi stessi abbiamo accesso (Ef. 2:6-7). Se la benedizione ci raggiunge nei cieli, quindi, è perché noi vi siamo ormai entrati, ossia siamo divenuti definitivamente partecipi della signoria salvifica di Cristo. Essere "in" Cristo, perciò, indica che siamo associati al suo statuto.


Nel v.4 troviamo le azioni divine che rappresentano queste benedizioni, la prima delle quali è la scelta di noi credenti. Questa scelta è anteriore alla fondazione del mondo e dunque non derivata da vicende contingenti, dagli eventi storici. Poiché Cristo è il mediatore di queste benedizioni, ne risulta senza dubbio anche la sua stessa preesistenza alla creazione del mondo. Esiste quindi una predestinazione tuttavia, mentre la tradizione teologica successiva utilizzerà questa terminologia per identificare una predestinazione relativa al destino escatologico dei singoli, qui non troviamo indicazioni di questo tipo. Non vi è infatti qui alcun destino negativo e, soprattutto, non si ha in vista il destino individuale ma l'unico riferimento è al "noi" credente. Inoltre, l'oggetto di questa predestinazione divina è lo statuto attuale dei credenti, che nel resto della lettera troverà una realizzazione escatologica anche se non completa. Questa predestinazione divina, dunque, esprime una scelta di amore, una gratuità incondizionata che giunge sino al punto di considerarci (noi, credenti) come figli. 


Il piano eterno del Padre è reso conoscibile dall'esperienza presente della salvezza, espressa per mezzo di un parallelismo il cui secondo membro è in apposizione al primo e con una corrispondenza verbale in Colossesi 1:14. Possiamo descrivere nel seguente modo questo parallelismo:


a) redenzione

b) mediante il suo sangue

a') remissione dei peccati 

b') secondo le ricchezze della sua grazia


Il termine "redenzione" originariamente indica la liberazione di schiavi attraverso il pagamento di un prezzo. Nella traduzione LXX ricorre, per esempio, in:


Ho anche udito i gemiti dei figli d'Israele che gli Egiziani tengono in schiavitù e mi sono ricordato del mio patto. Perciò, di' ai figli d'Israele: "Io sono il SIGNORE; quindi vi sottrarrò ai duri lavori di cui vi gravano gli Egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi salverò con braccio steso e con grandi atti di giudizio.
Esodo 6:5-6

Mentre il sangue di Cristo indica la modalità attraverso cui è elargita la redenzione: ossia l'auto-donazione di Cristo sulla croce. Questa è in parallelo con la grazia di Dio, mentre la redenzione - questa liberazione ricevuta - è affiancata alla remissione dei peccati, qui designati dal sostantivo "caduta, colpa". 

La grazia dona anche l'intelligenza e la sapienza di conoscere il "mistero della sua volontà" che consiste nella riepilogazione, nella ricapitolazione universale in Cristo. 

Il termine tradotto con "raccogliere" o "ricapitolare" è reso in greco dal verbo anakephalaiomai, traducibile letteralmente con "per riassumere (di nuovo)", "ripetere sommariamente", "condensare in una sintesi." In effetti "raccogliere" è una traduzione riduttiva rispetto al significato originario. In senso più ampio, troviamo legato a questo concetto due significati molto importanti: "ridare un capo" e "fondare, instaurare". A monte deve essere avvertito il presupposto di un universo disgregato, di una realtà svuotata del suo senso causa del peccato. In Cristo tutto l'universo è (ri)fondato, restaurato, e contemporaneamente sottomesso alla sua autorità. Questa è sempre stata la volontà di Dio ma si è espressa nel tempo opportuno con il sacrificio, la morte e la resurrezione del Signore Gesù. Nella risurrezione Egli diventa il primogenito di una nuova creazione (Col 1:18), avendo però precedentemente riassunto in sé tutta la vecchia creazione nell'incarnazione (Gv 1:14). Oltrepassando la dimensione mortale, Cristo ha portato una tensione verso la piena manifestazione del regno di Dio. Egli è il nuovo Adamo (1 Cor 15:45), Colui che ha il compito di condurre non solo i credenti, ma anche l'intera creazione verso una piena redenzione.

La parola anakephalaiomai compare solo un'altra volta nel Nuovo Testamento, nel seguente testo:

Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. Infatti il «non commettere adulterio», «non uccidere», «non rubare», «non concupire» e qualsiasi altro comandamento si riassumono (anakephalaiomai)
in questa parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». L'amore non fa nessun male al prossimo; l'amore quindi è l'adempimento (plērōma) della legge.
Romani 13:8-10 

Potremmo parafrasare così: "qualsiasi comandamento si ricapitola, si rifonda in questa parola: ama il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa alcun male al prossimo; l'amore infatti è la pienezza della legge." A livello teologico può esserci un contatto interessante tra l'idea che l'amore riassume e rifonda la legge in modo analogo a come Cristo riassume e rifonda in sé tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra. 

Nel testo successivo, infine, troviamo i tre momenti logici che hanno scandito l'inserimento dei destinatari in queste benedizioni. Il primo è l'ascolto della parola di verità, ossia il Vangelo. Il secondo è l'adesione di fede. Il terzo è la ricezione del sigillo dello Spirito, ossia il dono dello Spirito come dono che convalidi l'essere inseriti nel piano salvifico di Dio che rende i destinatari sua "proprietà", fino alla piena manifestazione escatologica di questa redenzione.

CONCLUSIONE


La Lettera agli Efesini esordisce con una frase estremamente lunga, che nel greco originario non presenta nemmeno una punteggiatura. Come una colata di lava incandescente avanza sul terreno coprendo ogni cosa, così il suo autore ha voluto esprimere la ricchezza del suo pensiero teologico relativo alla benedizione che i credenti hanno in Cristo. Una benedizione che copre ogni cosa, che si sta già vivendo ma che si manifesterà pienamente nei tempi escatologici. 

Questa benedizione riguarda l'elezione della Chiesa, ossia dei credenti, per essere liberati dalla schiavitù del peccato ed essere resi liberi. Non solo liberi, però, ma anche adottati dal Padre per mezzo del sacrificio di Cristo e grazie al suo amore e alla sua volontà disinteressata. 

E' questa dunque la condizione dei credenti, la loro forza e il loro destino. 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE


- Lettera agli Efesini, nuova versione, introduzione e commento di Stefano Romanello, Ed. Figlie di San Paolo, 2003. 


domenica 27 giugno 2021

L'insegnamento di Gesù sul divorzio nel vangelo secondo Marco

INTRODUZIONE

Al centro di qualsiasi società umana, in qualsiasi cultura, ci sono sempre state delle tappe sociali universali: nascite, passaggi verso l'età adulta, matrimoni. Il contesto ebraico del I secolo non era senz'altro esente da questi appuntamenti che venivano vissuti secondo le prescrizioni della Torah e secondo le sue interpretazioni per i vari gruppi religiosi dell'epoca. 

In questo quadro complessivo le controversie che Gesù affronta con i farisei, così come raccontate nei Vangeli,  non sono da considerarsi come casuali ma rispecchiano in modo preciso le discussioni che questo gruppo giudaico promuoveva nel I secolo per interpretare e attualizzare al loro meglio il testo biblico. Le conversazioni tra i migliori maestri sarebbero in seguito confluite nei  nel Talmud. 

Tra le varie questioni prese in causa dai rabbini, e sottoposte a Gesù, troviamo anche quella del matrimonio e del divorzio. 

1. LA TORAH

Il punto di partenza del nostro percorso non può che essere il Pentateuco, ossia i primi cinque libri biblici normativi per ebrei e cristiani dove troviamo appunto le prescrizioni relative ad ogni aspetto della vita quotidiana secondo la volontà di Dio. 

Nel libro del Deuteronomio leggiamo che Mosè affronta il tema del matrimonio e del divorzio con le seguenti parole:

Quando un uomo sposa una donna che poi non vuole più, perché ha scoperto qualcosa di indecente a suo riguardo, le scriva un atto di ripudio, glielo metta in mano e la mandi via.

Deuteronomio 24:1 

Come possiamo notare a una semplice lettura, il divorzio viene previsto e consentito a condizione che il marito scopra qualcosa di indecente a riguardo della moglie. L'allusione a qualcosa di indecente, così come troviamo nella traduzione italiana, è probabile che guardi un'infedeltà, anche se in effetti non viene detto in modo esplicito. Esaminando il testo ebraico originale, troviamo che questo termine è reso con עֶרְוָה ʻervâh i cui significati letterari sono nudità, vergogna, indecenza. La stessa parola ricorre anche nel capitolo precedente, in relazione alla condizione della comunità:

Infatti il SIGNORE, il tuo Dio, cammina in mezzo al tuo accampamento per proteggerti e per sconfiggere i tuoi nemici davanti a te; perciò il tuo accampamento dovrà essere santo, affinché egli non veda in mezzo a te nulla d'indecente e non si ritiri da te.

Deuteronomio 23:14 

Appare chiaro dunque che questo concetto viene presentato nel libro biblico come opposto a quello di santo. Questo indizio può confermare la definizione delle condizioni nelle quali è legittimo divorziare, ossia a causa di infedeltà, condotta impura, anche se i contorni e il contesto appaiono ancora confusi e lasciati al giudizio dei singoli casi. 

A partire da questo versetto, dunque, verso quali direzione andavano le interpretazioni dei farisei del I secolo d.C?

2. IL TALMUD

Nella Mishnà Ghittin 9,10 - redatta alcuni secoli dopo mettendo per iscritto tradizioni orali dell'epoca che stiamo considerando - leggiamo che la scuola del maestro Shammai (50 a.C. - 30 d.C.) insegnava che "il marito non deve ripudiare la moglie fuorché nel caso in cui egli constati in lei un contegno immorale, conforme al testo che dice: “avendo egli trovato in lei qualche cosa di sconcio"

Questa esposizione appare rispettosa del testo biblico ma tra le scuole di pensiero teologico dell'epoca era addirittura la più morbida. 

La scuola di Hillel (60 a.C. - 7 d.C.) infatti, contraddistinta da un approccio più rigido, affermava: "[Egli può divorziare da lei] anche se essa ha recato offesa comunque (letteralmente: abbia rovinato una pietanza), come è scritto, “avendo egli trovato in lei qualche cosa di sconcio in qualsiasi cosa”.

Quest'ultima interpretazione ci appare più libera, prendendosi delle libertà che non sono strettamente legate al testo di partenza ma che erano comunque tenute in alta considerazione al tempo di Gesù e praticate dalle persone che ritenevano affidabile l'insegnamento del rabbi Hillel. Troviamo traccia di questa variante anche in Mt. 19:3.

Nella controversia già avviata, dunque, ad un certo punto del ministero pubblico di Gesù alcuni farisei chiesero il suo punto di vista sulla questione. 

3. GESU'

Poi Gesù partì di là e se ne andò nei territori della Giudea e oltre il Giordano. Di nuovo si radunarono presso di lui delle folle; e di nuovo egli insegnava loro come era solito fare. 

Dei farisei si avvicinarono a lui per metterlo alla prova, dicendo: «È lecito a un marito mandare via la moglie?» 

Egli rispose loro: «Che cosa vi ha comandato Mosè?» Essi dissero: «Mosè permise di scrivere un atto di ripudio e di mandarla via». Gesù disse loro: «È per la durezza del vostro cuore che Mosè scrisse per voi quella norma; ma al principio della creazione Dio li creò maschio e femmina. Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne. Così non sono più due, ma una sola carne. L'uomo, dunque, non separi quel che Dio ha unito». In casa i discepoli lo interrogarono di nuovo sullo stesso argomento.  Egli disse loro: «Chiunque manda via sua moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei;  e se la moglie ripudia suo marito e ne sposa un altro, commette adulterio».
Marco 10:1-12 

La domanda riportata da Marco, con l'intento di mettere alla prova Gesù e confutare la sua implicita messianicità, viene riportata in questo modo: «È lecito a un marito mandare via la moglie?». Il resoconto di Matteo aggiunge «per un qualsiasi motivo», confermando i termini della diatriba che abbiamo già delineato. La liceità del divorzio in realtà non è messa in discussione, quanto piuttosto la sua condizione: per motivi di sconvenienza sessuale o anche di altro tipo?

Gesù sceglie di non rispondere aderendo a una delle due soluzioni e chiede ai suoi interlocutori cosa ha comandato Mosè, ricevendo la risposta che tutti già conoscevano. 

La sua controrisposta viene articolata in due momenti. Nel primo egli si rifà al motivo per cui Mosè ha dato queste istruzioni: per la durezza dei loro cuori. La parola greca utilizzata qui nel testo originale è sklērokardia, e indica l'atteggiamento di colui che, venendo meno alla fede in Dio, si oppone al compimento della sua volontà. La concessione del divorzio viene considerata, quindi, come una concessione che non apparteneva alla volontà originaria di Dio ma che è stata data come compromesso in un secondo momento visto che il popolo non era in grado di seguire il volere divino. Gesù si appella a un principio anteriore alla Legge, il principio della volontà originaria di Dio. Nel secondo momento troviamo invece la citazione dei due seguenti passi biblici: 

1) Dio li creò maschio e femmina (Gn. 1:27)

Dio creò l'uomo a suo immagine maschio e femmina. Con questa citazione Gesù fa rilevare come l'unione sponsale sia in maniera costitutiva inscritta nella struttura umana, perché è il ricongiungimento delle due persone, che formano l'unico Adamo. 

2) Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne.  (Gn. 2:24)

Con questa seconda citazione Gesù richiama il valore prioritario della relazione di coppia, fondata sull'avvenuta unità della carne, in confronto a tutti gli altri rapporti familiari. 

Dopo tutto questo arriva la vera risposta ai farisei: "L'uomo, dunque, non separi quel che Dio ha unito".

CONSIDERAZIONI FINALI

Da un punto di vista legale i farisei avevano ragione: «Mosè permise di scrivere un atto di ripudio e di mandarla [la moglie] via». La Torah permette il divorzio, anche nella possibilità più limitata dell'immoralità sessuale. 

Gesù tuttavia non si attiene alla prescrizione della Legge ma presenta il principio precedente della Creazione: l'uomo è stato creato come uomo e donna e questa è la sua realtà esistenziale, che non può cambiare. L'uomo e la donna diventano una sola carne in un'unione voluta da Dio che l'uomo è chiamato a non dividere. La possibilità del divorzio è stata data come concessione in un secondo momento, per venire incontro alla debolezza umana nel seguire la volontà di Dio. 

Questa stessa linea è stata mantenuta dall'apostolo Paolo, come leggiamo in 1 Corinzi 7, difendendo prima di tutto l'unità del matrimonio. Paolo tuttavia, consapevole dei problemi all'interno delle comunità cristiane, estenderà questa riflessione verso un'attenzione particolare alle coppie composte da credenti e non credenti, riammettendo la possibilità di separazione nel caso in cui il partner non credente desideri farlo. 

Il tema è senz'altro complesso e bisogna adottare buon senso e attenzione alla salute e alla dignità dei singoli, essendo consapevoli comunque della volontà originaria di Dio. 

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