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venerdì 19 aprile 2019

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Poiché tu non abbandonerai l'anima mia in potere della morte,
né permetterai che il tuo santo subisca la decomposizione.
Salmo 16:10 

 INTRODUZIONE

Senza ombra di dubbio, il fulcro di tutti e quattro i Vangeli sinottici risiede nel racconto finale della passione, morte e risurrezione di Gesù. È infatti attraverso questo evento che il gruppo di discepoli costituito prima di questa Pasqua rilegge tutti gli eventi vissuti in precedenza, comprendendo in modo più profondo ogni intervento e insegnamento di Gesù e costituendo sulla base di tutto questo finalmente una vera e propria comunità attraverso la quale il Signore può continuare a operare mediante il dono dello Spirito Santo. 

Tuttavia nella dinamica evangelica non vi è risurrezione senza morte, né esaltazione senza una precedente umiliazione. Per questo motivo gli evangelisti si impegnano a descrivere le circostanze che hanno portato alla morte Gesù. Non una morte comune, né una morte in eroica battaglia, ma una morte la cui caratteristica principale è quella di essere in perfetto accordo con le parole profetiche delle Scritture e in totale sottomissione alla volontà di Dio Padre. Una morte dunque carica di significati teologici, ossia relativi a una maggiore comprensione di Dio. 

In questa ricorrenza del Venerdì Santo perciò, giorno in cui il mondo cristiano commemora la morte del Signore, vorrei approfondire il racconto della passione di Cristo attraverso la narrazione che troviamo nel più antico Vangelo secondo Marco, evidenziando soprattutto i collegamenti di quest'ultimo con le Scritture dell'Antico Testamento. 

1. NEL LUOGO DETTO GOLGOTA

La prima cosa da fare è leggere in modo esteso il brano in questione. L'ideale sarebbe leggere con interezza i capitoli 14 e 15 del Vangelo, ma per esigenze di analisi ci soffermeremo in questo contesto su una selezione del quindicesimo capitolo. Avendone la possibilità, consiglio comunque di interrompere adesso la lettura dell'articolo per riprenderla dopo aver letto nella loro totalità i due capitoli indicati. In alternativa, di seguito riporto l'estratto più rilevante.
Costrinsero a portare la croce di lui un certo Simone di Cirene, padre di Alessandro e di Rufo, che passava di là, tornando dai campi. E condussero Gesù al luogo detto Golgota che, tradotto, vuol dire «luogo del teschio». Gli diedero da bere del vino mescolato con mirra; ma non ne prese. Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirandole a sorte per sapere quello che ciascuno dovesse prendere. Era l'ora terza quando lo crocifissero. L'iscrizione indicante il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei. Con lui crocifissero due ladroni, uno alla sua destra e l'altro alla sua sinistra. [E si adempì la Scrittura che dice: «Egli è stato contato fra i malfattori».] Quelli che passavano lì vicino lo insultavano, scotendo il capo e dicendo: «Eh, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso e scendi giù dalla croce!» Allo stesso modo anche i capi dei sacerdoti con gli scribi, beffandosi, dicevano l'uno all'altro: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso. Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, affinché vediamo e crediamo!» Anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano. Venuta l'ora sesta, si fecero tenebre su tutto il paese, fino all'ora nona. All'ora nona, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì lamà sabactàni?» che, tradotto, vuol dire: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: «Chiama Elia!» Uno di loro corse e, dopo aver inzuppato d'aceto una spugna, la pose in cima a una canna e gli diede da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se Elia viene a farlo scendere». Gesù, emesso un gran grido, rese lo spirito. E la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. E il centurione che era lì presente di fronte a Gesù, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Veramente, quest'uomo era Figlio di Dio!» Vi erano pure delle donne che guardavano da lontano. Tra di loro vi erano anche Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo il minore e di Iose, e Salome, che lo seguivano e lo servivano da quando egli era in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.
Marco 15:21-40 
La cosa che appare evidente sin da una prima lettura, è che questo racconto non comprende molte descrizioni generali del contesto, del luogo o delle persone coinvolte ma, al contrario, è ricco di singoli dettagli riportati proprio perché carichi di un particolare significato teologico. Non abbiamo idea di come sia il luogo detto Golgota, ma sappiamo che il suo nome significa "luogo del teschio", e questo è importante perché è qui che sta per avvenire la morte del Signore, lasciando intendere come questo luogo fosse predestinato a tal scopo da Dio. Non sappiamo a questo punto quante persone fossero presenti, cosa dicevano, come erano vestite, quanto tempo richiese la crocifissione, ma sappiamo il dettaglio che appena questa fu compiuta i soldati romani si divisero le vesti di Gesù tirando a sorte. Perché? Perché questo dettaglio era presente nelle Scritture, e questa testimonianza non fa altro che avvalorare che tutto quello che sta accadendo è nella piena volontà di Dio, una volontà così perfetta e immutabile da essere stata descritta secoli prima in un Salmo composto dal più grande monarca di Israele: il Salmo 22. Questo adempimento è il primo ma non l'ultimo, infatti tutto il resto della descrizione si incrocia più volte con questo Salmo particolare che merita una lettura dedicata per poter infine tornare al nostro brano originario con una maggiore capacità di comprensione. Al di là delle singole citazioni e allusioni infatti, tutto il Salmo 22 e il suo significato teologico all'epoca del Vangelo di Marco sono fondamentali per rilevare come sia stato ri-compreso negli eventi della Passione, costituendone non solamente una realtà tangente ma una vera e propria matrice teologica lungo l'intera narrazione. Leggiamo dunque con attenzione il Salmo 22, parte del primo dei cinque libri dei Salmi e per questo attribuito al prode re Davide.

2. DIO MIO, PERCHÈ MI HAI ABBANDONATO?
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito!
Dio mio, io grido di giorno, ma tu non rispondi,
e anche di notte, senza interruzione.
Eppure tu sei il Santo,
siedi circondato dalle lodi d'Israele.
I nostri padri confidarono in te;
confidarono e tu li liberasti.
Gridarono a te, e furon salvati;
confidarono in te, e non furono delusi.
Ma io sono un verme e non un uomo,
l'infamia degli uomini, e il disprezzato dal popolo.
Chiunque mi vede si fa beffe di me;
allunga il labbro, scuote il capo,
dicendo:
«Egli si affida al SIGNORE;
lo liberi dunque;
lo salvi, poiché lo gradisce!»
Sì, tu m'hai tratto dal grembo materno;
m'hai fatto riposare fiducioso sulle mammelle di mia madre.
A te fui affidato fin dalla mia nascita,
tu sei il mio Dio fin dal grembo di mia madre.
Non allontanarti da me, perché l'angoscia è vicina,
e non c'è alcuno che m'aiuti.
Grossi tori mi hanno circondato;
potenti tori di Basan m'hanno attorniato;
aprono la loro gola contro di me,
come un leone rapace e ruggente.
Io sono come acqua che si sparge,
e tutte le mie ossa sono slogate;
il mio cuore è come la cera,
si scioglie in mezzo alle mie viscere.
Il mio vigore s'inaridisce come terra cotta,
e la lingua mi si attacca al palato;
tu m'hai posto nella polvere della morte.
Poiché cani mi hanno circondato;
una folla di malfattori m'ha attorniato;
m'hanno forato le mani e i piedi.
Posso contare tutte le mie ossa.
Essi mi guardano e mi osservano:
spartiscono fra loro le mie vesti
e tirano a sorte la mia tunica.
Ma tu, SIGNORE, non allontanarti,
tu che sei la mia forza, affrèttati a soccorrermi.
Libera la mia vita dalla spada,
e salva l'unica vita mia dall'assalto del cane;
salvami dalla gola del leone.
Tu mi risponderai liberandomi dalle corna dei bufali.
Io annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all'assemblea.
O voi che temete il SIGNORE,
lodatelo!
Voi tutti, discendenti di Giacobbe,
glorificatelo,
temetelo voi tutti, stirpe d'Israele!
Poiché non ha disprezzato né sdegnato l'afflizione del sofferente,
non gli ha nascosto il suo volto;
ma quando quello ha gridato a lui, egli l'ha esaudito.
Tu sei l'argomento della mia lode nella grande assemblea;
io adempirò i miei voti in presenza di quelli che ti temono.
Gli umili mangeranno e saranno saziati;
quelli che cercano il SIGNORE lo loderanno;
il loro cuore vivrà in eterno.
Tutte le estremità della terra si ricorderanno del SIGNORE e si convertiranno a lui;
tutte le famiglie delle nazioni adoreranno in tua presenza.
Poiché al SIGNORE appartiene il regno,
egli domina sulle nazioni.
Tutti i potenti della terra mangeranno e adoreranno;
tutti quelli che scendon nella polvere
e non possono mantenersi in vita
s'inchineranno davanti a lui.
La discendenza lo servirà;
si parlerà del Signore alla generazione futura.
Essi verranno e proclameranno la sua giustizia,
e al popolo che nascerà diranno com'egli ha agito.
Salmo 22 Al direttore del coro. Su «Cerva dell'aurora». Salmo di Davide.
Questa composizione vive di una forte tensione e contrapposizione tra la sensazione opprimente dell'abbandono di Dio (vv. 1-3) e la visione della sua santità e intronizzazione in Sion (v. 4). A mediare tra questi due opposti, troviamo i ricordi degli interventi salvifici del passato (vv. 5-6). Lungo queste coordinate dunque si dipanano i versi. Davide è ridotto a oggetto di scherno e ridicolizzato dai suoi nemici, senza possibilità di fuga. La sua sofferenza disumana lo porta a pensare di essere stato completamente abbandonato da Dio, e gli avversari se ne approfittano dividendosi le vesti come se fosse già morto. In tutta questa situazione però, egli non smette di invocare il Signore, e infatti la sua speranza viene radicata nel suo intervento.

Nel giudaismo del I secolo questo Salmo rivestiva un ruolo importante per la comunità di Qumran, che lo comprendeva come la descrizione della propria rivalsa escatologica su Belial e i suoi agenti: una Sion vittoriosa i cui nemici sono soffocati e la cui lode è udita in tutto il mondo, una terra nuovamente generosa in cui "gli umili saranno saziati", la tribù di Giuda gioiosa ed esultante per la distruzione dei suoi nemici, e tutto ciò per la gloria di Jahvè1. L'attenzione posta su questo Salmo dunque ancor più che sulla descrizione del servo sofferente veniva posta sulla successiva reintegrazione escatologica della comunità alla gloria di Dio. I nemici, da re gentili ostili a Davide vengono nel corso del tempo sempre più spesso compresi come forze spirituali della malvagità, spesso legate ai popoli oppressori di Giuda, ma che alla fine non potranno fare a meno di sottomettersi e adorare Dio in questa definitiva vittoria finale. 

3. DALLA MORTE DEL SERVO DI DIO AL POPOLO CHE NASCERA'

Questi elementi di vittoria e speranza escatologica possono forse essere estranei al racconto di Marco? Sicuramente il suo intreccio si realizza in questo contesto quasi esclusivamente con la prima parte del Salmo, relativa alla sofferenza di Davide in quanto servo di Dio e - per estensione teologica e ricomprensione cristocentrica - a quella di Cristo, descritta minuziosamente. Sulla croce Cristo grida in modo esplicito proprio il primo verso di questo Salmo, evidenziando il senso di abbandono in un momento di sofferenza assoluta e straziante. Il disprezzo del popolo inoltre appartiene senz'altro a una condanna a morte per mezzo dell'infamante croce, così come il cuore che come cera di scioglie nelle viscere può esprimere in modo calzante l'atroce esperienza di questa tortura. La foratura delle mani e dei piedi divene espressione quasi esclusiva della croce e la spartizione delle vesti e della tunica da parte dei nemici conclude una serie di ricorrenze che, anche solo statisticamente, non può che combaciare in modo esatto e perfetto con lo specifico evento della crocifissione del Signore.

Ma i significati non possono fermarsi qui, a maggior ragione conoscendo gli avvenimenti raccontati successivamente. Ecco quindi che, in modo implicito, l'aspettativa giudaica tutta focalizzata nella seconda metà del Salmo non può evitare di essere inclusa e coinvolta proprio in questo momento di estremo dolore, come punto di partenza per una rinascita - anzi - per una risurrezione. La risurrezione che arriverà a Pasqua ma anche e soprattutto l'effetto che questa avrà per il popolo che nascerà e che dirà com'egli ha agito. Ecco, se è per la gioia che aveva dinanzi che Gesù sopportò la croce (Eb. 12:2), per lo stesso motivo l'evangelista si impegna a descrivere la crocifissione, consapevole che è verso questo momento che è necessario guardare per trovare la vera origine della sua comunità. Se la prima parte del Salmo 22 profetizza la morte in croce del Signore, infatti, gli ultimi versi profetizzano invece le relative conseguenze: la nascita di una comunità formata dalla discendenza del servo sofferente: la primitiva comunità cristiana.
La discendenza lo servirà;
si parlerà del Signore alla generazione futura.
Essi verranno e proclameranno la sua giustizia,
e al popolo che nascerà diranno com'egli ha agito.
Questo è "l'identikit" della comunità di Marco, e non solo della sua: di ogni comunità cristiana che legge questo Vangelo con piena fede nel fatto che Gesù è il Signore. A loro - e a noi - l'incarico di dire come egli (Gesù) ha agito, come e perché egli è morto, ossia in che modo questo eventi hanno portato alla loro (nostra!) nascita come popolo. Questa è l'origine dell'evangelizzazione, il momento del concepimento della Chiesa. Il luogo di morte per eccellenza dunque (il Teschio), anche mentre viene descritto con questo scopo trascende nella volontà di Dio assumendo il significato di luogo di origine per nuova vita, e questo non solo per l'imminente risurrezione del Signore ma anche per l'imminente nascita della Chiesa. Ecco quindi come la passione di Cristo che abbiamo appena letto, il momento in cui ogni speranza sembra dissolversi, può diventare in modo paradossale il fulcro per la certezza di un nuovo trionfo. Un trionfo che inizierà a rendersi manifesto soltanto dopo tre giorni.

CONCLUSIONE      

In questo approfondimento abbiamo potuto prendere in considerazione la parte centrale del racconto di Marco relativo alla crocifissione del Signore. Abbiamo visto come questo racconto compenetra il Salmo 22, che rappresenta nella sua prima parte una perfetta previsione profetica degli eventi che l'evangelista sta descrivendo. Questo Salmo, tuttavia, continua con la descrizione nell'intervento e nell'intronizzazione in Sion di Jahvè e nella reintegrazione del suo popolo in sua presenza. Tale parte era quella maggiormente elaborata dalla riflessione teologica giudaica nel I secolo ed è decisamente improbabile che l'evangelista - anche se non la cita direttamente - non la tenga in considerazione come parimenti calzante con la situazione che sta riportando. I versi finali di questo Salmo infatti dipingono con straordinaria lucidità l'immagine della nascente comunità cristiana, una comunità nata grazie al sacrificio del servo di Dio e la cui missione è quella di dire come ha agito, ossia predicare a sé stessa e al mondo il suo Vangelo.


Note:

[1] Cfr. G.K. Beale, D. A. Carson, L'Antico Testamento nel Nuovo - vol. 1, Paideia Editrice, Torino, 2017, p. 426.   

domenica 24 marzo 2019

La parola di Cristo















INTRODUZIONE

Se consideriamo la totalità del messaggio biblico, approfondendone la teologia, una delle prime cose che noteremo è la continua comunicazione e interazione tra Dio e l'uomo. Dio crea (e lo fa parlando!), ordina, dà uno scopo a ogni aspetto del creato, parla intimamente con l'uomo e, nonostante la sua disobbedienza, non cessa mai di avere un'influenza su coloro che lo cercano personalmente e di intervenire nella storia per promuovere attivamente la sua volontà. Certo, ci sono momenti di silenzio e apparente assenza, ma anche in queste situazioni c'è sempre qualche protagonista biblico che vive in una feconda relazione con il proprio creatore e che, nel momento della necessità, interviene in favore della sua famiglia, tribù, popolo, nazione. Un comune denominatore teologico di queste migliaia di anni, decine di autori e svariate storie bibliche dunque, non può che essere la comunicazione di Dio. Dio ha comunicato con la creazione (il fatto che quel che è attorno a noi esiste, è già di per sé comunicazione!), ha comunicato con la Torah (stabilendo un patto e delle indicazioni di vita per il suo popolo Israele), ha comunicato attraverso i profeti veterotestamentari (quando l'interpretazione della Torah diventava vuota, slegata da un coinvolgimento personale e sociale attivo) ha comunicato in modo definitivo con la vita, la morte e risurrezione di suo Figlio Gesù (riportando la comunicazione a tutti i popoli e tutte le nazioni) e ha comunicato attraverso la Bibbia: una raccolta di testi ispirati dallo Spirito Santo e raccolti nell'Antico Patto, precedente a Cristo, e nel Nuovo Patto. La malattia e la sofferenza maggiore per l'uomo è, ed è sempre stata, la solitudine. Sapendolo molto bene, il nostro creatore si è quindi premurato da sempre di dire a noi, sue creature: non siete soli!

In questa cornice complessiva, oggi considereremo un'importante frase che l'Apostolo Paolo scrisse ai credenti di Roma in un momento particolare della sua vita e del suo ministero. Dobbiamo considerare infatti che la Lettera ai Romani costituisce l'opera massima dell'apostolo Paolo: una lettera scritta ad una comunità non fondata da lui, alla fine di una fase cruciale della sua opera missionaria (probabilmente nell'inverno tra il 57 e il 58), con il chiaro intento di esporre e difendere la propria matura comprensione dell'evangelo così come lo aveva proclamato fino a quel momento e come sperava di poterlo presentare fino alle estremità della terra, in Spagna. Questa lettera è la meno condizionata dal fluire del discorso e del colloquio di Paolo con le sue chiese, e per questo è considerata la più adatta per una comprensione completa del suo insegnamento slegato da incombenze e problemi comunitari specifici. Da questa lettera trarremo l'insegnamento da comprendere quest'oggi, per realizzare quanto Dio non solo comunichi ma quanto voglia comunicare con ciascuno di noi.

IL CUORE DEL MESSAGGIO

Dopo l'introduzione, la Lettera ai Romani procede affrontando una serie di argomenti che possiamo considerare come la sistematizzazione del messaggio evangelico e apostolico. Troviamo un primo discorso dottrinale sulla giustificazione (1:18-4:25), un secondo discorso sulla vita cristiana (5:1-8:39) e un terzo discorso sul rapporto tra i giudei e il vangelo (9:1-11:36). Sappiamo infatti che vi era una certa tensione tra coloro che avevano riconosciuto Gesù come Messia e coloro invece che, pur appartenendo al popolo ebraico, non lo avevano fatto. Nello specifico, l'editto di Claudio che espulse i giudei da Roma divise le chiese della capitale, vedendo esiliati i credenti di origine ebraica. Quando l'ordinanza cessò e i giudeocristiani tornarono le loro cariche erano state ricoperte da nuovi fratelli di origine gentile: come accoglierli e come trovare un nuovo equilibrio sociale ed ecclesiale in queste comunità? Paolo scrive anche per questo, ma lo fa considerando la tensione nel suo insieme, in modo globale e approfondito al tempo stesso.

Da questo spunto Paolo esprime il suo desiderio per tutti i connazionali, ossia che riconoscano il Cristo, e la sua preoccupazione per ogni situazione in cui questo non avviene. Egli riconosce che i giudei hanno zelo per Dio, ma senza conoscenza della necessità di una giustizia che non può essere la propria: ogni giustizia umana infatti è imperfetta e inadatta davanti a Dio. Per questo motivo Cristo è morto e risorto, per adempiere la giustizia divina e poter essere invocato per fede da tutti: tanto dai giudei quanto dai greci (tutti coloro che non sono di origine ebraica). Dopo questa considerazione, l'Apostolo sottolinea la necessità di predicare il messaggio di Dio in Cristo ma conferma anche che questo compito si stava adempiendo regolarmente. E in questa situazione, proprio come profetizzato da Isaia (cfr. 53:1), non tutti avevano ascoltato attivamente e ubbidito alla buona notizia.


Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.” 
Romani 10:17


Ecco quindi che la parola, la comunicazione di Dio, era stata data – così come è data anche al giorno d'oggi – e aveva raggiunto nel corso del tempo persone di ogni estrazione. Ma alcuni avevano udito senza ascoltare, avevano rinnegato la potenza del messaggio, erano stati incapaci di riconoscere la pienezza del suo contenuto.


Da tutto questo possiamo comprendere molto della dinamica comunicativa tra Dio e l'uomo (ciascuno di noi!) e scoprire come Dio sta parlando a noi, ma se non lo stiamo sentendo....è perché ascoltiamo altrove, con altre priorità e con scarsa concentrazione. Al fulcro di tutto questo, poi, troviamo la fede: l'asse attorno al quale ruota la nostra relazione personale con Dio.


Per prima cosa dobbiamo considerare la direzione dell'ascolto. I giudei sapevano quello che Gesù aveva detto e fatto e quello che gli apostoli proclamavano, ma molti non lo (ri)conoscevano. Avevano udito, ma senza ascoltare. C'è una grande differenza tra questi due verbi. Tutti noi siamo bombardati ogni giorno da migliaia di informazioni e migliaia di scelte – piccole e grandi – che dobbiamo fare. Naturalmente non possiamo prestare la giusta attenzione a ogni situazione, e in automatico il nostro cervello fa una selezione di quelle che inconsciamente ritiene essere degne della nostra attenzione consapevole. A volte però qualcosa ci sfugge, e lo trattiamo con superficialità. Ecco: la comunicazione di Dio è degna di tutta la nostra attenzione. Non dobbiamo solo udire: dobbiamo ascoltare. Ascoltare cosa? Ascoltare il Vangelo e la sua predicazione: il motivo per cui ci sentiamo soli e separati da Dio e il modo che egli ha trovato per ristabilire invece una nuova relazione, comunione e comunicazione nella croce di Cristo. Dobbiamo scegliere di ascoltare il messaggio di Dio e per farlo dobbiamo distogliere la nostra attenzione da altri messaggi.


In secondo luogo è necessario comprendere la potenza della comunicazione di Dio (il Vangelo). Quel che riceviamo dalla parola di Dio infatti non è solo un messaggio di servizio, ma è il mezzo attraverso cui la sua potenza viene liberata. Attraverso la parola di Dio sono stati creati i mondi (cfr. Gn 1; Eb 11) e attraverso la stessa parola possiamo ricevere la sua potenza per la nostra salvezza. Per fede. La stessa potenza che ha creato ogni cosa attorno a noi è disponibile per risanare le nostre ferite, colmare le nostre debolezze e superare le nostre limitatezze. Ascoltarlo, comprenderlo e viverlo è però nostra responsabilità. Se non si prova a mettere in pratica una determinata azione non si può mai sapere quale può essere il suo risultato. Ecco, guardando attorno a noi possiamo vedere la potenza di Dio nella salvezza e pienezza di vita presente nella sua Chiesa, e unirci nel vivere questo stesso messaggio credendo ad esso con la nostra mente, con la nostra confessione e con la nostra adesione quotidiana.


Naturalmente, come accennato in precedenza, questi aspetti coinvolgono una concentrazione e un ascolto attivo. Questo non deve sembrare qualcosa di troppo difficile: non stiamo parlando di una lezione universitaria! Riguarda invece soprattutto un'attitudine del nostro cuore. Noi siamo naturalmente inclini a essere concentrati nei riguardi di ciò che riteniamo importante o di ciò che ci piace molto. Ecco, questa è la chiave di tutto. Basta considerare inizialmente quello che sono le parole di Gesù e il senso del suo sacrificio per esserne affascinati. Come si può non esserlo?! Lasciamoci affascinare da Gesù e, senza che neanche ce ne rendiamo conto, la nostra attenzione aumenterà nei suoi confronti (distogliendosi dalle altre voci), comprenderà il peso delle sue parole (crescendo la fede dentro di noi) e ci porterà con una naturalezza sovrannaturale a seguire le sue orme. Per la sua gloria.

CONCLUSIONE

La tesi di fondo della Lettera ai Romani è presentata sin dal suo inizio (1:16) e riguarda il fatto che il giusto per la sua fede vivrà. Ma questa fede ha un'origine e la sua origine è l'ascolto della parola di Cristo. Questo ascolto nasce a volte in modo inconsapevole, ma il fascino delle parole del Signore genera interesse, attenzione e potenza. Sì, possiamo rigettare tutto questo come fecero i giudei del I secolo che si distanziarono da Cristo, ma la volontà di Dio è invece che troviamo in lui una comunione che ci allontani dalla nostra solitudine. Una vita che ci allontani dalla nostra morte. Un messaggio che ci allontani dalla cacofonia che ci circonda e che in ultima analisi non è altro che un assordante silenzio. L'esortazione che Dio ci rivolge oggi, dunque, è di tornare a Cristo. Tornare al suo ascolto. Tornare alla sua vita. Tornare alla potenza della sua parola.

domenica 10 febbraio 2019

Insieme per (ri)costruire






















Nota:  questi sono gli appunti del messaggio predicato al centro REHOBOTH Saronno il 10/02/2019

Raccontai loro come la benefica mano del mio Dio era stata su di me, e riferii le parole che il re mi aveva dette. Quelli dissero: "Sbrighiamoci e mettiamoci a costruire!" E si fecero coraggio con questo buon proposito.
Nehemia 2:18

INTRODUZIONE 

I libri di Esdra e Nehemia testimoniano di un miracolo. Un risveglio, una rinascita, anzi: una vera e propria risurrezione dai morti. Non di una singola persona ma, in modo ancora più incredibile, di un intero popolo e di una intera nazione. Ricordiamo la visione del profeta dell’esilio Ezechiele nella valle delle ossa secche (Ez. c. 37): il profeta viene trasportato in una valle piena di ossa secche e, alla parola del Signore che infonde lo Spirito, queste ossa si ricongiungono con muscoli, carne e pelle. La spiegazione di questa immagine è la seguente:

Egli mi disse: «Figlio d'uomo, queste ossa sono tutta la casa d'Israele. Ecco, essi dicono: "Le nostre ossa sono secche, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti!" Perciò, profetizza e di' loro: Così parla il Signore, DIO: "Ecco, io aprirò le vostre tombe, vi tirerò fuori dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi ricondurrò nel paese d'Israele. Voi conoscerete che io sono il SIGNORE, quando aprirò le vostre tombe e vi tirerò fuori dalle vostre tombe, o popolo mio! E metterò in voi il mio Spirito, e voi tornerete in vita; vi porrò sul vostro suolo, e conoscerete che io, il SIGNORE, ho parlato e ho messo la cosa in atto", dice il SIGNORE»
Ezechiele 37:11-14

I sacerdoti, i nobili, gli artigiani di Giuda erano deportati a Babilonia, la nazione settentrionale di Israele era stata deportata in Assiria più di un secolo prima, il tempio di Gerusalemme - luogo della presenza di Dio sulla terra - era stato distrutto. Le promesse di benedizione e prosperità per il popolo sembravano definitivamente sepolte in terra straniera e all’orizzonte non appariva più alcun futuro per il popolo nella sua identità e integrità. Ma da questa desolazione, da questa tragedia, l’oracolo profetico promuove una parola di speranza. La speranza di una vera e propria risurrezione nazionale. Qual è la prima cosa che il Signore chiede di fare? Crederci. E dalla tomba arriverà a sorgere una nuova vita. 

Ecco, il versetto che stiamo per considerare (Ne. 2:18) si inserisce nel tempo di realizzazione di questa promessa, nel tempo di realizzazione di questo miracolo. 

UNITI DAL PROPOSITO DI DIO

Zorobabele e Giosuè avevano già guidato il primo rimpatrio e ricostruito il tempio a Gerusalemme. Era stato un vero e proprio pellegrinaggio religioso, con l’obiettivo di ricostruire il luogo più santo del giudaismo (Ed. 1-6). Successivamente Esdra aveva capeggiato un secondo rimpatrio (458 a.C., Ed. 7-10). Una parte del popolo di Giuda era dunque già tornato nella sua terra, il tempio si stava ricostruendo, ma naturalmente mancava ancora molto per poter dire di essere al sicuro. In questo tempo infatti in Persia Nehemia apprende che "i superstiti della deportazione sono là, nella provincia, in gran miseria e nell'umiliazione; le mura di Gerusalemme restano in rovina e le sue porte sono consumate dal fuoco"Egli dunque si sente profondamente coinvolto da questa situazione, prega il Signore e con convinzione sottopone il problema al re Artaserse che lo lascia andare per offrire il proprio contributo. Nehemia fa un sopralluogo per vedere di persona l’entità della devastazione delle mura e delle porte delle città e poi, nel versetto che stiamo considerando, si rivela al popolo, ai sacerdoti e ai Giudei raccontando l’approvazione che aveva ricevuto da Artaserse e il piano di ricostruzione che Dio gli aveva messo in cuore. 

Questo libro biblico e questa vicenda resta di grande edificazione spirituale anche oggi, a migliaia di anni di distanza. Esattamente come nella parabola di Gesù sui lavoratori nella vigna (Mt. 20), Nehemia non è il primo uomo a iniziare un lavoro, ma si inserisce nel lavoro iniziato da altri (partendo appunto dal tempio, ossia dal cuore della fede giudaica) per promuovere l’indispensabile opera di costruzione delle mura a protezione della città, e contribuire in modo determinante. Ecco quindi che un racconto storico-teologico può trascendere il suo contesto più immediato per avere un impatto anche su noi oggi, credenti del XXI secolo, in una forma di attualizzazione ermeneutica. Riflettendoci infatti possiamo rilevare molti punti in comune con la nostra fede quotidiana e molti princìpi spirituali che possono essere di utilità anche per noi oggi. Vediamone alcuni. 

Il primo può riguardare l’esigenza di ripristinare il luogo di adorazione nella nostra vita e, in seguito a questo, proteggere la fiamma della fede che il Signore ci ha affidato. Il tempio infatti può rappresentare la nostra devozione personale per Dio, che in Cristo deve avere il primo posto nella nostra vita. Ma questo non basta: bisogna anche difendere e coltivare questa intimità con nuove abitudini quotidiane, e questa esigenza può venir paragonata all’urgenza di costruzione delle mura. Così come le mura non sono costruite da un solo uomo, tuttavia, allo stesso modo anche la nostra fede non può essere conservata e coltivata esclusivamente in solitudine davanti al Signore, ma è promossa e rafforzata nella frequentazione della nostra comunità: il luogo dove Dio si usa di altri fratelli e sorelle per farci crescere nel carattere, nella formazione e nella maturità. Proseguendo nella lettura del successivo capitolo di Nehemia infatti vediamo come tutto il popolo risponde volenteroso all’appello dell’uomo di Dio e ciascuno prende il proprio posto di lavoro per la ricostruzione complessiva delle mura. Il lavoro di tutti per l’edificazione comune. Proprio come accade nel corpo di Cristo, dove ogni membro è chiamato a intervenire in base al vigore della propria forza per trarre il proprio sviluppo complessivo (Ef. 4:16). Non importa dunque quale incarico possiamo avere in chiesa: tutti siamo tempio dello Spirito Santo, e tutti siamo chiamati a sostenere, incoraggiare, formare e difendere la nostra maturità spirituale individuale e comunitaria. Tutti noi abbiamo questa missione da compiere, ma sempre in modo personale e unico, secondo la nostra chiamata più specifica e il contributo particolare che il Signore ci chiede di dare.

Oltre alla missione di ciascuno, questo esempio biblico può istruirci sulla corretta attitudine da mantenere nel corso della nostra vita di fede. La costruzione delle mura non è avvenuta in un sol giorno, e in modo simile anche le nostre opere di fede non si limitano al giorno in cui abbiamo accettato la salvezza del Signore. No, la vita cristiana più che a una corsa ai cento metri assimiglia a una maratona a staffetta, e quello che il Signore ci richiede è costanza e integrità nel nostro servizio. Tutto questo per il nostro carattere, per la nostra crescita e per la nostra maturità. Più ancora delle mura ricostruite, questa opera ha prodotto una grande unità in un popolo scoraggiato e demotivato. E, in forma simile, più di qualsiasi opera che possiamo fare nella nostra vita, la fede che conserviamo viene raffinata nelle difficoltà ed è per Dio più preziosa dell’oro fino (1 Pt. 1:7). Il nostro amore, il nostro carattere e la fede che tempriamo nel fuoco sono le uniche cose che potremo portare nell’eternità, ed è in queste cose che il Signore ci chiede di investire. 

Un terzo esempio che possiamo trarre, infine, riguarda l’esempio. Nehemia non si è lasciato scoraggiare dal suo lavoro, dal mettere a repentaglio la propria vita, dalla demotivazione del popolo, dalla lentezza dei lavori o dall’enormità dei cantieri. Al contrario, è sempre stato focalizzato sull’obiettivo che sentiva in cuore da parte di Dio e sulla sua determinazione a realizzarlo, a qualsiasi costo. Questo ha fatto di lui un esempio positivo, che ha portato il popolo a reagire secondo il proposito stesso di Dio. La Scrittura ci esorta a fare lo stesso: non lasciarci scoraggiare dalle circostanze o dai nostri limiti ma agire in modo fermo nella fede per continuare a “combattere il buon combattimento”. Questo sarà utile per noi, ma aiuterà anche le persone che il Signore ci metterà vicino e potremo essere per loro degli esempi positivi. Dobbiamo considerare che, in ultima analisi, tutti noi siamo sempre e comunque degli esempi: influenziamo tutti le persone che abbiamo intorno, in un modo o nell’altro. Ma sta a noi decidere che esempi essere: esempi di scoraggiamento e dubbio o esempi di incoraggiamento e fede. Dimoriamo nella chiamata e nel proposito che Dio ha depositato nel nostro cuore e non potremo fallire. Proprio come Nehemia.

CONCLUSIONE

I libri biblici di Esdra e Nehemia sono testimoni di un grande miracolo: la risurrezione del popolo di Giuda che, deportato a Babilonia, ormai di dava per distrutto. In questo tempo, Dio ha suscitato singoli uomini per promuovere un prodigioso ritorno e una impegnativa ricostruzione. Prima è stato ricostruito il tempio e poi, con l’entrata in scena di Nehemia, le mura di Gerusalemme che fino a quel momento erano devastate, con le porte consumate dal fuoco. 

In quanto cristiani, da questa vicenda biblica possiamo trarre edificazione e direzione in almeno tre aspetti specifici della nostra fede: l’impegno nella nostra missione, nella crescita del nostro carattere e la nostra integrità nell’essere di esempio. Ogni credente infatti ha in sé il proposito di custodire la fede che Dio ha riposto nei nostri cuori, e alimentarla condividendola sia nei vari contesti quotidiani sia vivendo la realtà di una chiesa locale. Qui infatti ci può essere quella sinergia che il Signore desidera per la sua chiesa, il servizio reciproco che rafforza la fede di ciascuno. Sicuramente poi, ogni cristiano ha una chiamata specifica con doni e eventualmente ministeri che consentono l’offerta di un contributo che resta personale e unico nel suo genere. Ma l’impegno personale, proprio come quello di Nehemia deve essere quello della costanza e della fedeltà alla visione che Dio ha donato. Un secondo aspetto conseguente a questo riguarda quindi proprio l’impegno continuativo nel tempo per poter vedere realizzata l’opera di Dio e il sacrificio necessario a veder plasmato il proprio carattere secondo il carattere del Signore Gesù. Questo processo a volte può essere doloroso, ma è per il nostro bene, e ne vale sempre la pena. Infine, come ultimo punto, vivere questa realtà porta automaticamente a essere degli esempi e ispirare le persone che ci circondano nel seguire le nostre orme, sempre per il bene comune. Sempre per a ricostruzione delle mura di Gerusalemme: la città della presenza di Dio. 

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