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venerdì 4 aprile 2014

Guarigione di un indemoniato: considerazioni intertestuali

Giunti presso i discepoli, videro intorno a loro una gran folla e degli scribi che discutevano con loro. Subito tutta la gente, come vide Gesù, fu sorpresa e accorse a salutarlo. Egli domandò: «Di che cosa discutete con loro?» 
Uno della folla gli rispose: «Maestro, ho condotto da te mio figlio che ha uno spirito muto;  e, quando si impadronisce di lui, dovunque sia, lo fa cadere a terra; egli schiuma, stride i denti e rimane rigido. Ho detto ai tuoi discepoli che lo scacciassero, ma non hanno potuto». Gesù disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo qui da me». Glielo condussero; e come vide Gesù, subito lo spirito cominciò a contorcere il ragazzo con le convulsioni; e, caduto a terra, si rotolava schiumando. Gesù domandò al padre: «Da quanto tempo gli avviene questo?» Egli disse: «Dalla sua infanzia; e spesse volte lo ha gettato anche nel fuoco e nell'acqua per farlo perire; ma tu, se puoi fare qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». E Gesù: «Dici: "Se puoi!" Ogni cosa è possibile per chi crede». Subito il padre del bambino esclamò: «Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità». Gesù, vedendo che la folla accorreva, sgridò lo spirito immondo, dicendogli: «Spirito muto e sordo, io te lo comando, esci da lui e non rientrarvi più». Lo spirito, gridando e straziandolo forte, uscì; e il bambino rimase come morto, e quasi tutti dicevano: «È morto». Ma Gesù lo sollevò ed egli si alzò in piedi. Quando Gesù fu entrato in casa, i suoi discepoli gli domandarono in privato: «Perché non abbiamo potuto scacciarlo noi?» Egli disse loro: «Questa specie di spiriti non si può fare uscire in altro modo che con la preghiera [e il digiuno]».
Marco 9:14-29 

All'inizio del capitolo nove del vangelo secondo Marco, leggiamo che Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un alto monte, dove fu trasfigurato in loro presenza. Apparvero loro Elia con Mosé, e la voce del Padre che diceva dal cielo: "Questo è il mio diletto Figlio; ascoltatelo". Dopo che d'un tratto tutto questo scomparve, il Signore raccomandò loro di non raccontare a nessuno quello che avevano visto, mentre camminavano per tornare dagli altri discepoli. In questo punto inizia la narrazione del brano che abbiamo appena letto. Cristo, assieme a Pietro, Giovanni e Giacomo, raggiungendo gli altri discepoli vide che stavano discutendo con gli scribi.

Questa classe religiosa aveva il compito di trascrivere e custodire i testi sacri, ma con il tempo la loro autorità crebbe con l'incarico ulteriore di leggere, tradurre e interpretare per il popolo le Scritture stesse. Di fatto, essi erano in diretta competizione con i sacerdoti, ritenendosi ideali eredi dei profeti veterotestamentari. I discepoli dunque stavano discutendo con veri e propri teologi, e la folla assisteva interessata a questa discussione. Qual era l'argomento del confronto fra i discepoli di Cristo e gli scribi? E' Gesù stesso a chiederlo, e la risposta gli arriva dal diretto interessato: un padre che ha chiesto ai discepoli di guarire suo figlio, senza che essi ci riuscissero.
Gli scribi stavano discutendo con i discepoli di Gesù circa il loro fallimento. Era per loro un'eccellente occasione per screditare l'autorità e il ministero del Signore. In Mc 6:7-13 leggiamo le parole di Cristo quando diede ai dodici il potere sugli spiriti immondi. Il fallimento in questo senso era di riflesso un fallimento di Gesù stesso, nonostante tutti i miracoli fatti in precedenza.

Comprendendo il motivo della discussione, il Signore evita di prendere le difese dei suoi discepoli, anzi: li sgrida pubblicamente! Li taccia di incredulità e si fa portare il ragazzo indemoniato che appena vede Gesù da lontano inizia a manifestarsi. Cristo riprende anche l'incredulità del padre, proclama che "ogni cosa è possibile per chi crede" e scaccia lo spirito immondo, liberando e guarendo il ragazzo di fronte agli scribi e alla folla.

Appena i discepoli sono lontano dalle altre persone, soli con il Maestro, gli chiedono come mai non sono stati in grado a compiere anche questa liberazione e guarigione, visto che in passato avevano già scacciato molti demoni e guarito molti infermi (cfr. Mc 6:13). La risposta è che questa specie (in gr. genos: letteralmente traducibile con questa famiglia, nazione, tribù, questo tipo, questa diversità) non si può fare uscire se non con la preghiera, e, come aggiungono alcuni manoscritti, con il digiuno. Che significato hanno queste parole? Quale era il reale problema che ha impedito che i discepoli liberassero quel ragazzo come avevano già fatto numerose altre volte? Evidentemente ai discepoli mancava qualcosa e quel qualcosa era la preghiera (e possibilmente il digiuno). La vita di preghiera dei discepoli si era affievolita. Avevano da poco ricevuto potere (in gr. exousia: ossia forza, capacità, competenza, autorità delegata, giurisdizione) sopra gli spiriti impuri, ma l'esercizio di questo potere aveva fatto in modo di accrescere la sicurezza in sé stessi a scapito della dipendenza dalla preghiera e da Dio. Questo era il vero problema. I discepoli non dubitavano del potere che Gesù diede loro, tanto che nel momento del fallimento rimasero sorpresi, e probabilmente non riuscirono neanche a difendersi di fronte agli scribi che li accusavano. Non sapevano in cosa stavano sbagliando, altrimenti non lo avrebbero chiesto al Signore. La sicurezza nel potere ricevuto paradossalmente li aveva allontanati da Dio, mostrando l'abbaglio di una inesistente indipendenza. Il potere che conferisce Dio infatti non è mai un potere magico, un metodo sempre efficace per chissà quale astratta legge spirituale. Al contrario, questo potere è sempre legato ad una autorità delegata. L'autorità dei discepoli non era fine a sé stessa ma era delegata, veniva da Gesù. Non poteva essere praticata senza un allineamento con la volontà di Dio, una vicinanza in preghiera.
Cristo era salito con Pietro, Giacomo e Giovanni sul monte, per dare loro una dimostrazione maggiore di intimità, per mostrare qualcosa in più circa la Sua identità. Mentre Gesù condivideva con loro l'approvazione ricevuta dal Padre, gli altri nove pensavano invece di non averne continuamente bisogno per poter fare miracoli.

In questo brano però, è possibile evidenziare un altro tema, ossia il tema della lotta con Satana e con le forze demoniache. Immediatamente dopo infatti, sempre al capitolo 9 del vangelo di Marco, dal versetto 30, il Signore preannuncia per la seconda volta la Sua passione. Questo elemento è di grande importanza, tanto che la versione di Luca (9:37-45), è completamente priva della spiegazione di Gesù ai discepoli circa la guarigione e il digiuno, soffermandosi invece direttamente su questo annuncio della Sua cattura. Questi avvisi scandiscono i vangeli come se fossero rintocchi di una campana che segnala l'orario, ora dopo ora. L'ora della sofferenza, l'ora della morte, l'ora dell'apparente vittoria di Satana si stava avvicinando! E questo "rintocco" viene anticipato da un momento di fallimento e confusione dei discepoli di fronte al potere del diavolo. Gesù ribadisce la Sua autorità scacciando il demone, ma la lotta contro il maligno viene mostrata come una lotta mai banale o scontata, una lotta che si può vincere solo con la fede che scaturisce da una intensa vita di preghiera. Accostiamoci ora alle versioni degli altri due vangeli sinottici.


Quando tornarono tra la folla, un 
uomo gli si avvicinò, gettandosi in ginocchio davanti a lui, e gli disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio, perché è lunatico e soffre molto; spesso, infatti, cade nel fuoco e spesso nell'acqua. L'ho condotto dai tuoi discepoli ma non l'hanno potuto guarire». Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo qui da me». Gesù sgridò il demonio e quello uscì dal ragazzo, che da quel momento fu guarito. Allora i discepoli, accostatisi a Gesù in disparte, gli chiesero: «Perché non l'abbiamo potuto cacciare noi?» Gesù rispose loro: «A causa della vostra poca fede; perché in verità io vi dico: se avete fede quanto un granello di senape, potrete dire a questo monte: "Passa da qui a là", e passerà; e niente vi sarà impossibile. [Questa specie di demòni non esce se non per mezzo della preghiera e del digiuno».]
Matteo 17:14-21 


La versione di Matteo è più breve e presenta interessanti differenze. Laddove, in Marco, il padre del ragazzo descrive il suo problema come uno spirito muto, qui invece dice che è lunatico (in gr. selēniazomai). Questo termine viene utilizzato soltanto dall'evangelista Matteo ed ha un unica ulteriore ricorrenza in Mt 4:24, dove è scritto che "gli recarono [a Gesù] tutti i malati colpiti da varie infermità e da vari dolori, indemoniati, epilettici, paralitici; ed egli li guarì." Matteo dunque descrive un preciso problema e precisa anche che Gesù in passato lo aveva già risolto. I tre interventi del padre del ragazzo vengono incorporati in uno solo che riassume anche la sua indicazione circa la pericolosità di questa problematica ed il fatto che il ragazzo è caduto spesso nel fuoco e nell'acqua. A questo punto, la risposta di Gesù è quasi identica, tanto che sembra essere copiata dallo stesso vangelo di Marco. L'unica differenza sta nell'aggiunta del termine diastrephō, ossia distorta, corrotta, perversa. Se la risposta in Marco infatti riguardava una generazione incredula, o senza fede, in Matteo la generazione è ugualmente incredula ma anche perversa. L'evangelista non sottolinea soltanto la mancanza di fede dei discepoli, ma anche una distorsione di quest'ultima! Una distorsione che è coinvolta con il problema avuto dai discepoli, una distorsione legata alla loro mancanza di fede e di preghiera, al pari degli altri Giudei. Gesù si lamenta di una generazione incapace di conoscere Dio, di avere una genuina fede in Lui; una generazione che sostituisce la vera fede con una fede perversa, una fede nella Torah di Dio e non in Dio, nel proprio potere e non nel potere di Dio!
A questo punto, il Signore sgrida il demonio, libera e guarisce il ragazzo e velocemente la narrazione prosegue fino al momento in cui egli si trova solo con i discepoli che lo interrogano. La risposta però è differente da quella di Marco, che aggiunta alla fine del brano solo in alcuni manoscritti. Questa risposta riprende quindi necessariamente un'altra fonte rispetto a quella di Marco ed evidenzia non più la mancanza di preghiera ma la mancanza di fede. Collegandosi all'accusa precedente di Cristo di una generazione senza fede, l'evangelista torna su questo tema, evidenziando la mancanza di fede dei discepoli. Evidentemente, la mancanza di una fede genuina, capace di spostare una montagna anche se presente in poca quantità come un piccolo granello di senape. Vi è quindi una grande contrapposizione tra la generazione senza fede e distorta e invece la fede genuina in Dio per la quale nulla è impossibile. Ora la versione di Luca.


Il giorno seguente, quando essi scesero dal monte, una gran folla andò incontro a Gesù. Un uomo dalla folla gridò: «Maestro, ti prego, volgi lo sguardo a mio figlio: è l'unico che io abbia. Ecco, uno spirito si impadronisce di lui, e subito egli grida; e lo spirito lo contorce, facendolo schiumare, e a fatica si allontana da lui, dopo averlo straziato. Ho pregato i tuoi discepoli di scacciarlo, ma non hanno potuto». Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa, fino a quando sarò con voi e vi sopporterò? Porta qui tuo figlio». Mentre il ragazzo si avvicinava, il demonio lo gettò per terra e cominciò a contorcerlo con le convulsioni; ma Gesù sgridò lo spirito immondo, guarì il ragazzo e lo rese a suo padre. E tutti rimasero sbalorditi della grandezza di Dio. Mentre tutti si meravigliavano di tutte le cose che Gesù faceva, egli disse ai suoi discepoli: «Voi, tenete bene in mente queste parole: il Figlio dell'uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini». Ma essi non capivano queste parole che erano per loro velate, così da risultare incomprensibili, e temevano di interrogarlo su quanto aveva detto.
Luca 9:37-45 

Anche in questo caso gli interventi del padre del ragazzo sono ridotti ad uno solo, simile ma differente dagli altri due. La risposta di Gesù è vicinissima a quella di Matteo ma apparentemente migliorata, più scorrevole. Anche Luca presenta il termine "perversa", oltre che "incredula".
Dopo la liberazione e guarigione però, vi è la vera differenza rispetto alla altre due versioni: come anticipato, Luca omette completamente la domanda dei discepoli e la risposta di Gesù circa il loro fallimento ed inserisce invece direttamente l'annuncio della sua imminente cattura. E' come se questo evangelista non volesse porre l'accento sulla necessità di preghiera o di fede dei discepoli, ma piuttosto sulla potenza di Cristo a fronte dell'impotenza di quella generazione, e da questa dimostrazione proiettare lo sguardo verso la Sua passione imminente. Questa prospettiva viene confermata anche dall'inizio del brano, quando la folla va incontro a Gesù, piuttosto che essere intorno ai discepoli che discutevano con gli scribi. Se anche Matteo infatti omette questo scenario, egli però sobriamente descrive un solo uomo (il padre del ragazzo) che si avvicinò ed inginocchiò davanti al Signore. Luca invece inizia questa narrazione con l'intera folla che va incontro a Gesù. Un uomo grida a Lui di aiutare suo figlio, il Signore si lamenta dell'incredulità e perversione di quella generazione, guarisce e libera miracolosamente il figlio e poi prepara i discepoli alla Sua cattura, sempre più vicina. Il soggetto non è più la lacuna dei discepoli, ma la vittoria di Cristo.

CONSIDERAZIONI FINALI

 Accostare i rispettivi brani dei vangeli sinottici è sempre un esercizio utile, che chiarisce il centro del messaggio e le differenti sfumature che gli evangelisti hanno voluto dare, rivolgendosi a lettori differenti ed utilizzando diverse tradizioni e fonti.

Il vangelo di Marco, a cui gli studi attuali conferiscono una priorità, ossia una precedenza di redazione, pone l'accento sulla credibilità dei discepoli e sulla loro autorità, riflesso dell a credibilità ed autorità di Cristo. Evidenzia la loro mancanza di preghiera e la necessità di quest'ultima (insieme al digiuno, per alcuni manoscritti) per una corretta espressione della propria autorità delegata.

La versione di Matteo pone enfasi sulla fede, importando probabilmente la concezione ebraica di quest'ultima e sfidando i lettori a ricercare la qualità più che la quantità della propria fede. Ciò che fa la differenza infatti non è l'abbondanza ma piuttosto la genuinità della propria fede. Una fede genuina, anche se piccola quanto un granello di senape, infatti, può spostare una montagna. Nulla è impossibile a chi ha fede in Dio (e non in sé stesso o nel proprio potere spirituale).

Luca infine presenta sempre il disappunto di Gesù ma il soggetto del suo racconto non riguarda le mancanze dei discepoli ma l'autorità di Cristo. Questo evangelista infatti è l'unico a riportare che tutti rimasero sbalorditi della grandezza di Dio, e che tutti si meravigliavano di tutte le cose che Gesù faceva. Secondo Luca, Gesù è al centro della scena, ne è il principale protagonista, e tutta la narrazione serve per evidenziare il Suo successo, accostato all'ombra della passione che si allunga sempre