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domenica 1 maggio 2016

Raccomandàti da chi?

Cessato il tumulto, Paolo fece chiamare i discepoli e, dopo averli esortati, li salutò e partì per la Macedonia. Attraversate quelle regioni, rivolgendo molte esortazioni ai discepoli, giunse in Grecia. Qui si trattenne tre mesi.
Atti 20:1-3  

INTRODUZIONE

La Seconda lettera dell'apostolo Paolo ai Corinzi è stata scritta, come la lettera precedente, durante il terzo viaggio missionario dell'apostolo, raccontato nel libro degli Atti dal c.18 v.23 al c.21 v.161. Gli avvenimenti che seguirono l'invio della prima lettera costituiscono senza dubbio la vera occasione di redazione di questa seconda lettera. Sebbene vi fossero già alcuni problemi precedenti, nella Prima lettera ai Corinzi Paolo era intervenuto con risolutezza, confidando in una serie di soluzioni specifiche per risollevare questa comunità nella difficoltà2. In meno di due anni però il panorama cambiò completamente, ed egli ricevette  non meno di tre offensive parallele (forse coordinate) a Corinto, in Galazia e a Filippi3. L'apostolo tornò quindi a visitare questa chiesa, ma qui una persona lo rattristò (2 Cor. 2:5) e lo offese (7:12). Dopo essere ripartito scrisse una lettera "intermedia" tra la prima e la seconda, conosciuta come la lettera delle "molte lacrime":

Poiché vi ho scritto in grande afflizione e in angoscia di cuore con molte lacrime, non già per rattristarvi, ma per farvi conoscere l'amore grandissimo che ho per voi. 
2Corinzi 2:4  

L'ipotesi di una visita e di una lettera intermedia induce a leggere 2 Corinzi non come una sorta di spiegazione di 1 Corinzi, bensì come una risposta a fatti nuovi, ritrovando una maggiore coerenza nel rapporto tra queste due importanti lettere neotestamentarie4. L'offensore di questa visita intermedia (2 Cor. 7:12) poteva essere un membro della comunità, ma la crisi era stata provocata da un gruppo di giudeocristiani venuti da fuori, pronti per prendere il comando5. Invece di incontrare un netto rifiuto da parte dei corinzi, risulta che furono da essi accettati o, almeno, "sopportati" (2 Cor. 11:4.20). La Seconda lettera ai Corinzi corrisponde, almeno nei primi capitoli, a una soluzione più o meno globale di questa crisi e implica alcuni eventi concreti successivi alla stesura della lettera scritta "tra molte lacrime"6. La sua redazione si può collocare quindi in Macedonia dopo l'arrivo di Tito, mentre la colletta era in pieno svolgimento e prima dell'inverno trascorso dall'apostolo in Grecia (cfr. Atti 20:1-3), verosimilmente nell'estate del 57 d.C.7

L'unità di questa lettera è tutt'ora un problema aperto: è possibile che essa raccolga in realtà alcune lettere differenti, redatte comunque in un breve periodo di tempo8. La sua naturale suddivisione, in ogni caso, è la seguente:
  • unità A, lettera della riconciliazione (capp. 1-7)
  • unità B, prima nota sulla colletta (cap. 8)
  • unità C, seconda nota sulla colletta (cap. 9)
  • unità D, apologia di Paolo (capp. 10-13)9
A sua volta, la prima unità costituita dalla "lettera della riconciliazione" è suddivisa nel seguente modo:
  1. inizio epistolare (1:1-7)
  2. prima sezione narrativa (1:8-2:17)
  3. "raccomandazioni" dell'apostolo (3:1-6:10)
  4. seconda sezione narrativa (6:11-13; 7:2-16)
  5. "inciso" sulla separazione (6:14-7:1)10     
La sezione sulle "raccomandazioni" dell'apostolo è anch'essa molto ricca e articolata, ma il suo cuore si può trovare in un argomento teologico (4:1-5:10) che è componente fondamentale del discorso di Paolo ed in un successivo argomento cristologico (5:11-6:10). Proprio il testo relativo all'argomento teologico sarà quello esaminato nel presente studio, seguendo un percorso volto ad evidenziare la speciale risposta spirituale di Paolo a coloro che stavano sopportando la predicazione di un vangelo diverso da quello che avevano inizialmente conosciuto e accettato (11:4). I falsi apostoli (11:3) arrivati a Corinto avevano con sé delle lettere di raccomandazione (non sappiamo se vere o false) da parte di importanti personaggi giudeocristiani (forse di Gerusalemme). Una raccomandazione religiosa e politica che però era enormemente lontana dal modo in cui Paolo aveva imparato a servire il Signore nei suoi viaggi missionari. Una raccomandazione umana, contrapposta ad una scritta nei cuori mediante il servizio, con lo Spirito di Dio. 

Cominciamo forse di nuovo a raccomandare noi stessi? O abbiamo bisogno, come alcuni, di lettere di raccomandazione presso di voi o da voi? La nostra lettera, scritta nei nostri cuori, siete voi, lettera conosciuta e letta da tutti gli uomini; è noto che voi siete una lettera di Cristo, scritta mediante il nostro servizio, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente; non su tavole di pietra, ma su tavole che sono cuori di carne.
2Corinzi 3:1-3 

1. SPLENDA LA LUCE FRA LE TENEBRE

Perciò, avendo noi tale ministero in virtù della misericordia che ci è stata fatta, non ci perdiamo d'animo; al contrario, abbiamo rifiutato gli intrighi vergognosi e non ci comportiamo con astuzia né falsifichiamo la parola di Dio, ma rendendo pubblica la verità, raccomandiamo noi stessi alla coscienza di ogni uomo davanti a Dio. Se il nostro vangelo è ancora velato, è velato per quelli che sono sulla via della perdizione, per gli increduli, ai quali il dio di questo mondo ha accecato le menti, affinché non risplenda loro la luce del vangelo della gloria di Cristo, che è l'immagine di Dio. Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù quale Signore, e quanto a noi ci dichiariamo vostri servi per amore di Gesù; perché il Dio che disse: «Splenda la luce fra le tenebre», è quello che risplendé nei nostri cuori per far brillare la luce della conoscenza della gloria di Dio che rifulge nel volto di Gesù Cristo.
2Corinzi 4:1-6 

Dopo l'esordio, costituito dai primi tre versetti del terzo capitolo, Paolo sottolinea che il suo ministero e quello dei suoi collaboratori proviene da Dio (3:4-6), evidenziando due differenti livelli di gloria e di atteggiamenti emergenti dal raffronto con Mosè. Successivamente inizia a descrivere la realtà teologica vissuta con il suo ministero. La prima argomentazione coinvolge il tema della luce e dell'oscurità. Nel prologo del Vangelo secondo Giovanni, leggiamo in relazione all'incarnazione di Cristo:

La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno sopraffatta.  
Giovanni 1:5 

Questa luce che il Vangelo identifica con Cristo, per Paolo rappresenta in modo simile la luce della conoscenza della gloria di Dio che risplende nel volto di Gesù. Una luce che risplende nei cuori dei suoi discepoli, e che come conseguenza li porta ad essere servitori degli altri credenti per amore del Signore. Questa luce però, può essere offuscata in vari modi. Può essere offuscata con intrighi di potere, con comportamenti astuti, con la falsificazione della parola di Dio. Il riferimento storico va senz'altro a questi giudeocristiani che volevano imporre alla comunità un messaggio diverso dal Vangelo che avevano ricevuto, screditando Paolo per esaltare invece altri apostoli (11:4,5). Costoro vengono definiti da Paolo come falsi apostoli, operai fraudolenti (11:13). Per lui sono dei truffatori, presentati con un'autorità apostolica ma in realtà privi della conoscenza del Signore e del suo Vangelo. Sono loro infatti che falsificano la parola di Dio, si comportano astutamente per i loro intrighi di potere, con il desiderio di strappare la comunità all'apostolo Paolo. 
Da questa denuncia biblica possiamo trarre un insegnamento anche noi, credenti del XXI secolo, nel nostro particolare contesto. Anche noi infatti abbiamo una luce che brilla nei nostri cuori: la luce della conoscenza della gloria di Dio in Cristo. Anche noi possiamo trovarci di fronte a pseudapostolos, ossia falsi apostoli che modificano la parola di Dio per un loro vantaggio personale. E di fronte a questa situazione siamo chiamati ad avere la stessa risolutezza dell'apostolo Paolo. Anche noi possiamo constatare che per moltissime persone il vangelo è ancora velato, a causa dell'accecamento promosso dal diavolo. E di fronte a questa situazione siamo chiamati a combattere nella preghiera e nella predicazione, affinché Dio possa concedere loro di ravvedersi, togliendo il velo che causa questa cecità spirituale. Ma possiamo anche fare un'ulteriore riflessione, più introspettiva, confrontandoci sempre con le parole di Paolo: quanto riusciamo ad essere "trasparenti", ossia quanto riusciamo a far uscire da noi la luce della conoscenza della gloria di Dio affinché raggiunga il nostro prossimo - sia credente che non credente? Quanto chiediamo in preghiera di essere rafforzati nel nostro uomo interiore (Ef. 3:16), e di conoscere la larghezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità dell'amore di Cristo (Ef. 3:18)? Queste due variabili infatti determinano il nostro impatto nella chiesa e nel mondo. L'apostolo Paolo poteva dire ai tessalonicesi di aver predicato con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione (1 Tess. 1:5), ma la potenza, lo Spirito e la piena convinzione derivano proprio dall'aver custodito al meglio la luce della conoscenza della gloria di Dio nel proprio cuore, ed essersi spogliati di sé (Gal. 2:20) affinché la potenza di questa luce possa raggiungere il prossimo senza contaminazioni. La luce della conoscenza della gloria di Dio è potenza in sé, ma il Signore ci chiede di essere suoi collaboratori e di condividerla in modo efficace. Un'ulteriore domanda che il testo può proporci è la seguente: nella nostra predicazione predichiamo davvero il Signore, o predichiamo noi stessi? Nella nostra vita quotidiana, parliamo più del Signore o dei nostri successi, della nostra crescita, del nostro ministero? Un'indagine di questo tipo è fondamentale per poterci specchiare efficacemente nella Parola di Dio e correggere la nostra attitudine e condotta per la sua gloria. Per essere servi che servono bene il loro Signore. Il Signore ci perdoni e ci guidi verso la libertà di un servizio efficace.

 2. HO CREDUTO, PERCIO' HO PARLATO


Ma noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi. Noi siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti all'estremo; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; atterrati ma non uccisi; portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo; infatti, noi che viviamo siamo sempre esposti alla morte per amor di Gesù, affinché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale. Di modo che la morte opera in noi, ma la vita in voi. Siccome abbiamo lo stesso spirito di fede, che è espresso in questa parola della Scrittura: «Ho creduto, perciò ho parlato», anche noi crediamo, perciò parliamo, sapendo che colui che risuscitò il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù, e ci farà comparire con voi alla sua presenza. Tutto ciò infatti avviene per voi, affinché la grazia che abbonda per mezzo di un numero maggiore di persone moltiplichi il ringraziamento alla gloria di Dio.
2Corinzi 4:7-15

La seconda argomentazione di Paolo prende forma nell'immagine di un tesoro nascosto in vasi di terra. Se la citazione biblica del brano precedente era «Splenda la luce fra le tenebre» (cfr. Gen. 1:3) , in questa continuazione del discorso la citazione che abbiamo è invece «Ho creduto, perciò ho parlato» (Sal. 116:10). Il ministero di Paolo era un ministero di pura luce, della luce di Dio, contrapposto ai ministeri contraffatti dei falsi apostoli arrivati fino a Corinto. Ma questo, i corinzi lo sapevano già, in quanto avevano visto in prima persona la qualità e l'intensità del servizio di Paolo e dei suoi collaboratori. Ma si sono fatti frodare ugualmente, e per questo motivo hanno avuto bisogno di questa lettera. Nei cuori dei credenti risplende dunque la conoscenza della gloria di Dio nel volto di Cristo, ma questo tesoro spirituale è custodito in vasi di terra, ossia nella fragilità della nostra costituzione umana. Da una parte, dobbiamo assicurarci che la nostra ubbidienza a Dio possa crescere in maturità e completezza (1 Cor. 14:20) ma dall'altra dobbiamo anche essere consapevoli della limitatezza della nostra situazione attuale. Il paradosso della vittoria di Cristo attraverso la sua morte viene vissuto continuamente da ogni suo discepolo, che manifesta questa stessa vittoria spirituale nella propria debolezza. Ma questo non è a caso: avviene per la gloria di Dio. Il vero cristianesimo mostra il suo trionfo nel mezzo delle afflizioni, distrette, necessità, persecuzioni, difficoltà, e riesce a farlo solo ed unicamente per fede. Noi crediamo, perciò parliamo. Noi abbiamo creduto alla predicazione del Vangelo, abbiamo creduto alla parola del Signore e per questo motivo parliamo. Per questo motivo, a distanza di due millenni, ancora oggi miliardi di cristiani testimoniano della vita di risurrezione di Gesù, e molti di loro lo fanno ancora a costo della loro stessa vita. Il servizio dell'apostolo Paolo era senza risparmio, e poteva esserlo a causa della sua profonda fede nata dall'incontro in visione con il Signore. Similmente, ogni credente può svolgere il suo servizio cristiano proprio partendo dal momento della conversione, per basarsi sull'appello della parola di Dio con fede, certo della risurrezione e della ricompensa finale. Nella Prima lettera di Giovanni leggiamo:

Poiché tutto quello che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. 
1Giovanni 5:4  

Quello che è nato da Dio vince il mondo, e se siamo nati di nuovo (cfr. Gv. c.3), allora abbiamo vinto il mondo. Ma lo abbiamo vinto con la nostra fede, ossia con qualcosa che non è misurabile con strumenti materiali, né sensibile con i cinque sensi umani. Il mondo è vinto da Dio, e di conseguenza dai credenti, attraverso qualcosa che non appartiene al mondo stesso ma viene da altrove, ossia da Gesù (Ebr. 12:2). E' la nuova creazione ad aver vinto la vecchia creazione, ma questa vittoria non è ancora resa manifesta nel mondo, attendendo il momento giusto conosciuto da Dio. Questa attesa però non è vana, anzi tutt'altro: è preziosissima, e pensata affinché la grazia che abbonda per mezzo di un numero maggiore di persone moltiplichi il ringraziamento alla gloria di Dio. Attraverso questa attesa un numero maggiore di persone, un numero maggiore di generazioni possono conoscere il Signore. Attraverso questo numero maggiore di persone, il ringraziamento a Dio è moltiplicato. Attraverso questo ringraziamento moltiplicato, viene moltiplicata anche la gloria di Dio: il fine ultimo di ogni cosa. 
    
3. DESIDERANDO INTENSAMENTE LA DIMORA CELESTE




Perciò non ci scoraggiamo; ma, anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno. Perché la nostra momentanea, leggera afflizione ci produce un sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria, mentre abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si vedono sono per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne. Sappiamo infatti che se questa tenda che è la nostra dimora terrena viene disfatta, abbiamo da Dio un edificio, una casa non fatta da mano d'uomo, eterna, nei cieli. Perciò in questa tenda gemiamo, desiderando intensamente di essere rivestiti della nostra abitazione celeste, se pure saremo trovati vestiti e non nudi. Poiché noi che siamo in questa tenda gemiamo, oppressi; e perciò desideriamo non già di essere spogliati, ma di essere rivestiti, affinché ciò che è mortale sia assorbito dalla vita. Or colui che ci ha formati per questo è Dio, il quale ci ha dato la caparra dello Spirito. Siamo dunque sempre pieni di fiducia, e sappiamo che mentre abitiamo nel corpo siamo assenti dal Signore (poiché camminiamo per fede e non per visione); ma siamo pieni di fiducia e preferiamo partire dal corpo e abitare con il Signore. Per questo ci sforziamo di essergli graditi, sia che abitiamo nel corpo, sia che ne partiamo. Noi tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione di ciò che ha fatto quando era nel corpo, sia in bene sia in male. 
2Corinzi 4:16-5:10

Consapevoli della luce della conoscenza della gloria di Dio in noi, consapevoli della fede mediante la quale abbiamo vinto il mondo, noi non ci scoraggiamo. La terza parte di questa argomentazione teologica coinvolge ora la condizione umana che viene descritta dall'apostolo con l'immagine di una tenda, simile a quella utilizzata dalle popolazioni nomadi. Il nostro corpo si consuma giorno dopo giorno, fino ad arrivare alla vecchiaia ed infine alla morte naturale. Ma questo corpo non è il nostro corpo definitivo, al contrario è per noi un corpo temporaneo. Nella Prima lettera ai Corinzi, Paolo aveva già parlato a sufficienza a riguardo della risurrezione dei morti, e aveva già paragonato l'attuale corpo umano ad un seme che viene seminato e che deve rompersi (morire) per poter crescere come una pianta. In questa Seconda lettera invece, l'apostolo utilizza una nuova immagine, per l'appunto quella di una provvisoria tenda, contrapposta ad un edificio eterno costruito da Dio. Noi abitiamo in questa tenda e siamo sottoposti alle intemperie senza una protezione adeguata. Soffriamo, gemiamo, e desideriamo arrivare a vivere in una vera casa, solida e confortevole. Ma la nostra sofferenza non è inutile, anzi, è proprio la nostra ubbidienza in queste condizioni che ci procura un sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria. Desideriamo essere rivestiti della vita eterna, ma quello che abbiamo al momento è solo una caparra: la presenza dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo in noi rappresenta il pegno della promessa di Dio, il segno del diritto di raggiungere questa dimora eterna. Il nostro sguardo dunque deve essere là, e non qua, deve essere rivolto verso il Signore e non alla sofferenza attuale. Il nostro cammino deve procedere per fede e non per visione. Deve procedere affinando i nostri sensi spirituali, ed esercitarli più di quelli naturali. La comunione con lo Spirito Santo (certezza della nostra salvezza) deve essere maggiore della comunione con le persone che ci circondano (certezza del mondo attuale).  

La descrizione di questa situazione conferisce un nuovo significato all'evento della schiavitù egiziana e al relativo simbolo profetico ricoperto dalla festa ebraica delle Capanne. In Levitico infatti leggiamo:

Abiterete in capanne per sette giorni; tutti quelli che saranno nativi d'Israele abiteranno in capanne, affinché i vostri discendenti sappiano che io feci abitare in capanne i figli d'Israele, quando li feci uscire dal paese d'Egitto. Io sono il SIGNORE, il vostro Dio"».
 
Levitico 23:42-43

Per Israele, la festa delle Capanne rappresenta una commemorazione richiesta da Dio per ricordare un evento passato: la liberazione dalla schiavitù egiziana e gli anni passati nel deserto. Per noi cristiani invece rappresenta qualcosa di diverso: la speranza e l'attesa di un evento futuro, ossia il ritorno di Cristo. Nel brano immediatamente precedente a quello che stiamo esaminando nella Seconda lettera ai Corinzi, Paolo paragona proprio il vecchio ministero con il nuovo, la vecchia gloria con la nuova, la persona di Mosè con quella di Cristo (cfr. 3:4-18). Risulta perciò particolarmente importante la riflessione su questo parallelismo scritturale. Le calamità naturali e spirituali dell'Apocalisse di Giovanni vengono presentate come una riproposizione delle piaghe d'Egitto descritte nell'Esodo. Un riavvolgimento della storia cominciata con la risurrezione di Cristo e in continuo decorso fino al momento suo ritorno. Al momento presente soffriamo ancora a causa del dio di questo mondo (il diavolo, di cui il faraone era immagine), ed abbiamo soltanto la promessa di una completa liberazione da parte del nostro Signore (Gesù Cristo, del quale Mosè era un tipo), proprio come il popolo di Israele mentre era ancora schiavo in Egitto nonostante il racconto di Mosè relativo ai piani di Dio per la sua liberazione:

Mosè riferì ad Aaronne tutte le parole che il SIGNORE lo aveva incaricato di dire, e tutti i prodigi che gli aveva ordinato di fare. Mosè e Aaronne dunque andarono e radunarono tutti gli anziani degli Israeliti. Aaronne riferì tutte le parole che il SIGNORE aveva detto a Mosè e fece i prodigi in presenza del popolo. Il popolo prestò loro fede. Essi compresero che il SIGNORE aveva visitato i figli d'Israele e aveva visto la loro afflizione, e s'inchinarono e adorarono. 
Esodo 4:28-31

In modo simile a questa situazione, Gesù ha profetizzato ai suoi discepoli i prodigi che lo vedranno protagonista al suo ritorno (Mt. 24:29-35), ed essi lo hanno raccontato a tutto Israele e a tutti i popoli, fino all'estremità della terra. Ed il popolo di Dio (ossia la Chiesa formata tanto dagli eletti israeliti quanto da quelli sparsi fra le varie nazioni) ha prestato loro fede. Noi, abbiamo prestato fede al Signore e ai suoi ministri. Noi abbiamo compreso che il Signore ci ha visitato nella nostra afflizione e, come Chiesa, non abbiamo potuto e non possiamo fare altro che inchinarci e adorare Dio. Nella viva attesa della liberazione. Maràna tha.

CONCLUSIONE 



















La nostra bocca vi ha parlato apertamente, Corinzi; il nostro cuore si è allargato. Voi non siete allo stretto in noi, ma è il vostro cuore che si è ristretto. Ora, per renderci il contraccambio (parlo come a figli), allargate il cuore anche voi!
2Corinzi 6:11-13


Queste tre frasi ben riassumono l'appello pastorale di Paolo, indirizzato alla comunità di Corinto in un momento di profonda confusione. I "falsi apostoli" arrivati con lettere di raccomandazione non potevano reggere il confronto con l'apostolo che aveva scritto con il suo amore nel cuore dei corinzi una lettera conosciuta e letta da tutti gli uomini. Da qui la domanda che costituisce il titolo di questo studio: raccomandàti da chi? Dagli uomini, per la propria astuzia, oppure da Dio, per un servizio puro? Se vogliamo ricalcare le orme dell'apostolo Paolo, ubbidendo alla volontà di Dio, dobbiamo scegliere la seconda strada e accompagnare la luce della conoscenza della gloria di Dio che risplende nel volto di Cristo dal nostro cuore al cuore del nostro prossimo. Questo significa predicare Gesù Cristo e non noi stessi, rendendo onore alla parola di Dio ed evitare di inseguire qualsiasi tornaconto personale. Tutto questo, è possibile solo per fede, attendendo che nella nostra debolezza la gloria di Dio si mostri perfetta. 

Lo scopo della vita di Paolo e quella di ogni discepolo di Cristo, infatti, non è quello di raggiungere successo e benessere personale, ma di vivere per fede in vista dell'edificio eterno che Dio ci ha preparato. Finchè siamo vivi, soffriamo in molti modi, ma il Signore ci ha promesso un corpo di risurrezione e una dimora nei cieli (Gv. 14:2). Per adesso abbiamo solo una caparra, rappresentata dallo Spirito Santo in noi, ma presto arriverà la pienezza dell'eredità, e Dio sarà tutto in tutti (1 Cor. 15:28). Questa è la salvezza, questo è il premio, questa è la direzione verso la quale ogni credente tende, gemendo in attesa della redenzione del proprio corpo. Pur avendo le primizie dello Spirito Santo... (Rom. 8:23).

Note:

[1] Bosh Jordi Sanchez, Scritti paolini, Ed. Paideia, cit. p. 185. 
[2] Id. Ibid.  
[3] Id. Ibid.  
[4] Id. Ibid. cit. p. 186.  
[5] Id. Ibid.
[6] Id. Ibid. cit. p. 187.  
[7] Id. Ibid.
[8] Id. Ibid.
[9] Id. Ibid. cit. p. 189.
[10] Id. Ibid. cit. p. 190. 

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