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giovedì 8 giugno 2017

La teofania del Sinai (parte I)

Il SIGNORE è venuto dal Sinai,
è spuntato per loro dal Seir,
ha sparso la sua luce dal monte di Paran,
è venuto dalle miriadi sante;
dalla sua destra usciva il fuoco della legge per loro.
Deuteronomio 33:2

INTRODUZIONE

Il libro dell'Esodo, secondo della Bibbia e del Pentateuco, riprende la narrazione dalla conclusione del libro di Genesi, dopo la morte di Giuseppe:

Questi sono i nomi dei figli d'Israele che vennero in Egitto. Essi ci vennero con Giacobbe, ciascuno con la sua famiglia: Ruben, Simeone, Levi e Giuda; Issacar, Zabulon e Beniamino; Dan e Neftali, Gad e Ascer. Tutte le persone discendenti da Giacobbe erano settanta. Giuseppe era già in Egitto. Giuseppe morì, come morirono pure tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione. I figli d'Israele furono fecondi, si moltiplicarono abbondantemente, divennero numerosi, molto potenti e il paese ne fu ripieno.
Esodo 1:1-7

In seguito ai duri lavori forzati imposti da un nuovo faraone, i figli di Israele soffrono per lungo tempo, pur continuando a moltiplicarsi, diventando così sempre più numerosi. Secondo le parole profetiche dello stesso Giuseppe però (Gn. 50:24),  arriva il momento in cui, sentendo le grida che la schiavitù strappava ai figli di Israele, Dio si ricorda del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe, e chiama Mosè - di discendenza levitica ma istruito come nobile egiziano - per liberare tutto il popolo dall'oppressione egiziana e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso. Si manifesta a lui su un monte sacro, chiamato  dal testo biblico talvolta Oreb e altre volte Sinai. Da qui inizia il racconto delle dieci piaghe che Dio manda sull'Egitto per obbligare il faraone a lasciare andare in libertà i figli di Israele, la fuga prodigiosa attraverso il Mar Rosso,  la marcia nel deserto e l'arrivo di tutto il popolo al monte Sinai, dove potrà stipulare la speciale alleanza che Dio aveva stabilito per loro. Considerando il Pentateuco nel suo insieme, è possibile rilevare uno schema ben preciso negli episodi e nei percorsi descritti, uno schema che è possibile sintetizzare nel seguente modo:1

  • Egitto (Esodo 1:1-15:21)
  • Deserto (Esodo 15:22-18:27)
  • Sinai (Esodo 19-40; Levitico; Numeri 1:1-10:10)
  • Deserto (Numeri 10:11-21:35)
  • Moab (Numeri 22-36) 

L'Egitto è il punto di partenza, Moab è quello di arrivo: la conclusione della marcia. Il Sinai occupa invece il posto centrale della struttura, e teologicamente non può che essere così: qui Jahvé si mostra per la prima volta al popolo di Israele, qui viene stabilita l'alleanza, qui viene data la Legge. Se consideriamo invece il solo libro dell'Esodo, possiamo identificare questa struttura generale:2

- Uscita dall'Egitto (1:1-15:21)
- Marcia attraverso il deserto (15:22-18:27)
- Avvenimenti del Sinai (19-40)

La prima e la terza sezione sono le più ampie e anche quelle che hanno il maggiore peso e rilevanza; la seconda parte è una sorta di ponte che necessariamente funge da collegamento tra le altre due.3 Entrando nel dettaglio dell'ultima parte  - dedicata agli avvenimenti del Sinai - questa si apre con il fondamentale brano che tratta la stipulazione dell'alleanza, un brano che a livello formale risulta strutturato in queste sezioni:4

  • a) Preambolo: proposta dell'alleanza (19:1-8a)
  • b) Istruzioni per la teofania (19:8b-15)
  • c) Teofania (19:16-25)
  • d) IL DECALOGO (20:1-17)
  • c') Teofania (20:18-20)
  • d') Codice dell'alleanza (20:21-23:19)
  • b') Istruzioni per l'ingresso in Canaan (23:20-33)
  • a') Stipulazione dell'Alleanza (24:1-11)  

Il fulcro di questa unità letteraria è senza dubbio costituito dal decalogo, presentato in ebraico come "le dieci parole". Queste parole divine sono incastonate in due descrizioni della teofania, ossia nelle manifestazione sensibili di Jahvè. Allontanandoci dal centro, vediamo come le dieci parole e le teofanie sono a loro volta circondate da istruzioni e, nel cerchio più esterno, dalla proposta dell'alleanza e dall'alleanza stessa. L'alleanza rimanda al decalogo e il decalogo rimanda all'alleanza, in una perfetta simmetria. Questo termine, traduce l'ebraico berìt, il cui significato è "impegno", "obbligo", imposto o condiviso.5 Diversi studiosi moderni hanno approfondito le similitudini testuali tra l'alleanza biblica sinaitica e i formulari di alleanza usati nei trattati internazionali nel Vicino Oriente Antico, sia ittiti (XIV-XIII sec. a.C.) sia aramaici e assiri (VIII-VII a.C.), trovando in essi dei punti di contatto.6 Riscontri di fondamentale importanza teologica si trovano invece all'interno dei vari testi biblici: prima di Mosè infatti, Jahvè strinse alleanze  personali con Adamo, Noè ed Abramo.7 Queste alleanze, insieme con le successive, costituiscono l'oggetto di studio della cosiddetta teologia del patto, oltre che della teologia biblica più in generale.8 In questo contesto, l'attenzione di questa nuova serie di articoli vuole concentrarsi  nell'analisi esegetica dei capitoli 19-24 dell'Esodo, capitoli di primaria importanza per l'intera storia biblica. Di fronte alle numerose difficoltà linguistiche, testuali, storiche e teologiche, l'intento non è sicuramente quello di contribuire in modo innovativo o completo, quanto piuttosto offrire degli strumenti e informazioni introduttive utili a chi desidera iniziare ad avvicinarsi a questo testo, fondamentale non solo per l'ebraismo ed il cristianesimo, ma anche per l'intera civiltà occidentale.

1. LA PROPOSTA DI ALLEANZA



Nel primo giorno del terzo mese, da quando furono usciti dal paese d'Egitto, i figli d'Israele giunsero al deserto del Sinai. Partiti da Refidim, giunsero al deserto del Sinai e si accamparono nel deserto; qui Israele si accampò di fronte al monte.

Mosè salì verso Dio e il SIGNORE lo chiamò dal monte dicendo: «Parla così alla casa di Giacobbe e annuncia questo ai figli d'Israele: "Voi avete visto quello che ho fatto agli Egiziani e come vi ho portato sopra ali d'aquila e vi ho condotti a me. Dunque, se ubbidite davvero alla mia voce e osservate il mio patto, sarete fra tutti i popoli il mio tesoro particolare; poiché tutta la terra è mia; e mi sarete un regno di sacerdoti, una nazione santa". Queste sono le parole che dirai ai figli d'Israele». Allora Mosè venne, chiamò gli anziani del popolo ed espose loro tutte queste parole che il SIGNORE gli aveva ordinato di dire. Tutto il popolo rispose concordemente e disse: «Noi faremo tutto quello che il SIGNORE ha detto».
Esodo 19:1-8a

Iniziamo da questo punto il nostro viaggio attraverso il cuore dell'Esodo e dell'alleanza tra Dio e il popolo di Israele. I primi due versetti costituiscono il titolo e l'ambientazione del testo, l'inizio del preambolo. Il racconto in sé risulta strutturato in modo concentrico (come l'unità letteraria più ampia): al centro troviamo l'oracolo di Jahvè e all'esterno troviamo la salita al monte di Mosè e la sua discesa, oltre alla risposta finale del popolo.9 L'oracolo costituisce il nucleo di questo inizio, il presupposto dal quale potranno avvenire tutti gli avvenimenti successivi. Il popolo di Israele ha compiuto il percorso che inizialmente era stato di Mosè, e in modo simile adesso sta per incontrare la manifestazione del Dio che li ha liberati. Se Mosè fu chiamato da un roveto ardente che non si consumava (3:4), Israele invece sarà convocato all'alleanza in modo ancora più solenne e grandioso. Il ruolo di Mosè però resta comunque di primo piano, in quanto unico intermediario da Jahvè e i figli di Israele. In questo testo infatti è proprio lui a salire al monte per la prima delle tre volte riportate in questo capitolo (3, 8b, 20), ed è sempre lui a ricevere le parole del Signore.

Il programma divino appare inedito, ha un tono poetico e si svolge su tre orizzonti: il passato, il presente ed il futuro.10 In relazione al passato, Jahvé ricorda il suo intervento liberatore, il fatto di aver preso Israele ed averlo  portato sopra ali d'aquila fino alla sua presenza. Nella tradizione veterotestamentaria, le ali sono simbolo di intimità e protezione, e il volo dell'aquila rappresenta lo svezzamento materno di Dio, che si fa nido di Israele.11 La sua cura pertanto si è dimostrata  concreta e assoluta, ed è ora garanzia della bontà di quello che viene proposto. Il condizionale che apre il successivo orizzonte nel tempo presente testimonia non una imposizione ma una proposta di alleanza: in Egitto, Dio non poteva esprimersi come fa ora, perché Israele era ancora schiavo; adesso invece, egli lo interpella come un soggetto libero e adulto, pienamente responsabile del suo futuro.12 Le condizioni per aderire all'alleanza sono due: ascoltare davvero la voce di Dio ed osservare/custodire il patto stesso. Udire e ubbidire, vivere in modo fedele. Da parte sua invece, all'osservanza di questi impegni il Signore promette  prima di tutto di trasformare Israele nella sua proprietà/tesoro particolare. Questo termine, reso in ebraico con segullah, distingue originariamente all'interno di un intero gregge affidato a un pastore, quella parte che gli appartiene come suo possesso personale.13 Poi, promette che essi diventeranno un regno di sacerdoti, ossia un regno responsabile dell'intermediazione tra Jahvé e tutti gli altri popoli, il mezzo della benedizione divina per tutte le altre nazioni.14 Ed infine, una nazione santa: una nazione vera e propria, come tutte le altre, ma riservata esclusivamente per Dio.15

Dopo aver ascoltato con attenzione, Mosè torna a valle, convoca gli anziani del popolo ed espone loro questa proposta. Di fronte a queste promesse, e alle rispettive condizioni, gli anziani insieme al resto del popolo prendono unanimemente la loro decisione: «Noi faremo tutto quello che il SIGNORE ha detto». All'adesione a questa proposta, l'alleanza può essere siglata.
2. ISTRUZIONI PER LA TEOFANIA






















E Mosè riferì al SIGNORE le parole del popolo. Il SIGNORE disse a Mosè: «Ecco, io verrò a te in una fitta nuvola, affinché il popolo oda quando io parlerò con te, e ti presti fede per sempre». E Mosè riferì al SIGNORE le parole del popolo. Allora il SIGNORE disse a Mosè: «Va' dal popolo, santificalo oggi e domani; fa' che si lavi le vesti. Siano pronti per il terzo giorno; perché il terzo giorno il SIGNORE scenderà in presenza di tutto il popolo sul monte Sinai. Tu fisserai tutto intorno dei limiti al popolo, e dirai: "Guardatevi dal salire sul monte o dal toccarne i fianchi. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte. Nessuna mano dovrà toccare il colpevole: questo sarà lapidato o trafitto con frecce; animale o uomo che sia, non dovrà vivere!" Quando il corno suonerà a distesa, allora essi potranno salire sul monte». E Mosè scese dal monte verso il popolo; santificò il popolo, e quelli si lavarono le vesti. Mosè disse al popolo: «Siate pronti fra tre giorni; non avvicinatevi a donna».
Esodo 19:8b-15

Questo brano continua il racconto, aprendosi con la seconda salita di Mosè al monte di Dio. Da qui, in quanto mediatore, egli riporta a Jahvé la decisione del popolo, e riceve da lui tutte le istruzioni necessarie per prepararsi alla discesa della sua presenza. Il Signore preannuncia il suo arrivo in una fitta nuvola, secondo una tradizione consolidata in tutto l'Antico Testamento. La gloria di Dio infatti si rende visibile in una nuvola non solo in questo brano cruciale, ma anche nella precedente marcia nel deserto (Es. 13:21), nella successiva costruzione del tabernacolo (Nu. 9:15) e nelle rispettive tradizioni (Sl. 78:14, Sl. 99:7), oltre che nelle aspettative future (Is. 4:5) e in altre apparizioni (Gb. 38:1). L'intenzione dichiarata è quella di mostrarsi sensibilmente per convincere il popolo della credibilità di Mosè e del suo ruolo profetico. Le indicazioni in sé invece riguardano la santificazione di tutto il popolo per due giorni, secondo il comando di lavare le proprie vesti e non toccare il monte finché il corno (del montone) non sarebbe suonato a distesa. Alla disubbidienza di quest'ultimo ordine, i trasgressori sarebbero dovuti essere messi a morte per lapidazione o per frecce: sistemati in una buca e colpiti a morte da questi oggetti. Tutto questo, perché nel terzo giorno il Signore stesso sarebbe sceso in presenza di tutto il popolo sul monte Sinai. Con queste istruzioni Mosè ridiscende nuovamente la montagna per tornare dal popolo e, raccontando ogni cosa, specifica anche il divieto di avere rapporti sessuali per preservare la propria purezza nei giorni seguenti, secondo una prescrizione che sarebbe stata fissata da lì a breve:

Se una donna avrà rapporti sessuali con un uomo affetto da tale emissione seminale, si laveranno tutti e due nell'acqua e saranno impuri fino a sera.
Levitico 15:18

L'aspettativa e la tensione in questo testo salgono ulteriormente: il terzo giorno sta per arrivare: il giorno della manifestazione gloriosa e potente di Dio.


3. LA TEOFANIA



Il terzo giorno, come fu mattino, ci furono tuoni, lampi, una fitta nuvola sul monte e si udì un fortissimo suono di tromba. Tutto il popolo che era nell'accampamento tremò. Mosè fece uscire il popolo dall'accampamento per condurlo a incontrare Dio; e si fermarono ai piedi del monte. Il monte Sinai era tutto fumante, perché il SIGNORE vi era disceso in mezzo al fuoco; il fumo saliva come il fumo di una fornace, e tutto il monte tremava forte. Il suono della tromba si faceva sempre più forte; Mosè parlava e Dio gli rispondeva con una voce. Il SIGNORE dunque scese sul monte Sinai, in vetta al monte; e il SIGNORE chiamò Mosè sulla vetta del monte, e Mosè vi salì. Il SIGNORE disse a Mosè: «Scendi, avverti solennemente il popolo di non fare irruzione verso il SIGNORE per guardare, altrimenti molti di loro periranno. Anche i sacerdoti che si avvicinano al SIGNORE, si santifichino, affinché il SIGNORE non si avventi contro di loro». Mosè disse al SIGNORE: «Il popolo non può salire sul monte Sinai, poiché tu ce lo hai vietato dicendo: "Fissa dei limiti intorno al monte, e santificalo"». Ma il SIGNORE gli disse: «Va', scendi; poi risalirai insieme ad Aaronne. Ma i sacerdoti e il popolo non facciano irruzione per salire verso il SIGNORE, affinché egli non si avventi contro di loro. Mosè scese verso il popolo e glielo disse.
Esodo 19:16-25

I segni della teofania sono tuoni, lampi, una fitta nuvola e un suono di tromba. Successivamente, nel momento in cui il Signore scende sul monte, egli lo fa in mezzo al fuoco e un terremoto (un'eruzione vulcanica?). Nella terza e ultima porzione di Esodo vi sono in tutto cinque teofanie simili: Es. 19-20; 24:1-2, 9-11; 24.15b-18; 33 e 34.16 Questi segni però ricorrono non soltanto qui, ma anche in contesti biblici diversi, come per esempio la chiamata profetica di Isaia (Is. 6) e addirittura, nel Nuovo Testamento, nella visione celeste del trono di Dio nell'Apocalisse di Giovanni. Secondo l'ipotesi documentaria la mescolanza di elementi temporaleschi con elementi vulcanici costituirebbe un rilevante indizio sulla presenza di due diverse fonti letterarie, quella Jahvista e quella Elohista; tuttavia la densità del brano in questione è tale da resistere a qualsiasi sforzo di eliminare le tensioni interne mediante la critica delle fonti o attraverso la separazione logica degli elementi associati alle immagini del vulcano o della tempesta.17 Il reale si mescola al simbolico, il naturale al soprannaturale, in una sorta di impressionante liturgia cosmica, spaventosa e affascinante.18 Gli elementi visivi si fondono con quelli uditivi, raggiungendo l'apice nel dialogo tra Dio e Mosè (v. 19).19 Il popolo se ne sta immobile, tutto tremante, ai piedi del monte, contemplando e ascoltando.20 Il tremore del popolo trova corrispondenza nel tremore del monte: il verbo harad  infatti si usa in relazione a persone, come sarà tradotto nella LXX.21 La tromba in questo caso identifica il corno di stambecco, dal suono meno cupo e più netto rispetto a quello di montone descritto nel v.13, in un'immagine che intende imitare il sibilo del vento.22 Mosè sale ora per la terza volta sul monte santo, e viene  nuovamente avvertito perentoriamente di non far salire nessuna persona del popolo - neppure i sacerdoti -, pena la morte.  Viene invitato a ribadire questo divieto ai figli di Israele scendendo da loro, e a risalire nuovamente, questa volta non da solo ma con suo fratello Aaronne. Mosè ubbidisce ancora una volta, avvicinandosi in questo modo ancora di più alla rivelazione delle dieci parole di Dio.

CONCLUSIONE














In questo primo articolo abbiamo approfondito il diciannovesimo capitolo del libro di Esodo, ossia il testo che apre la terza parte di questo libro e introduce il nucleo di tutta la sezione dei capitoli 19-24, costituito dai famosi Dieci Comandamenti. Questi ultimi saranno l'oggetto del prossimo articolo, che continuerà questa serie appena inaugurata.

Nel percorso che porta alle parole di Jahvè, abbiamo trovato la proposta di alleanza offerta al popolo di Israele, la sua dichiarazione di adesione, le istruzioni da seguire per l'imminente manifestazione divina, e infine l'arrivo della presenza stessa di Dio sul monte Sinai. Il linguaggio biblico relativo alla teofania risulta codificato in modo specifico e ricorrente anche in altri contesti, e risponde all'arduo compito di descrivere l'indescrivibile. Il monte, luogo di contatto tra cielo e terra, diventa quindi lo scenario nel quale Dio si manifesta a tutto Israele per stabilire con lui un'alleanza unica ed esclusiva, così come non sarà vissuta da nessun altro popolo o nazione. Questo però è reso possibile dall'intermediazione di Mosè, chiamato da Dio proprio su questo monte per liberare Israele dalla schiavitù egiziana, ed ora confermato come profeta esclusivo e portavoce delle parole divine. La vicinanza di Dio con Mosè è unica, e rispecchia la grande cura riservata per l'intero popolo di Israele, preso dalla schiavitù e condotto dal Signore su ali d'aquila sino alla sua presenza.  

O Dio, quando tu uscisti alla testa del tuo popolo,
quando avanzasti attraverso il deserto, [Pausa]
la terra tremò; anche i cieli si sciolsero in pioggia davanti a Dio;
lo stesso Sinai tremò davanti a Dio,
al Dio d'Israele.
O Dio, tu mandasti una pioggia benefica
sulla tua eredità esausta, per ristorarla.
Salmo 68:7-9



Note:
[1] Félix Garcìa Lòpez, Il Pentateuco, Paideia (2004), p. 111.
[2] Id. Ibid. p. 110.
[3] Id. Ibid.
[4] Antonio Nepi, Esodo (Capitoli 16-40), Edizioni Messaggero Padova (2004), p. 64. 
[5] F. G. Lòpez, Il Pentateuco, Paideia (2004), p. 152.
[6] Id. Ibid.
[7] Id. Ibid.
[8] Per approfondire: Michael G. Brown, Zach Keele, Il vincolo sacro, BE edizioni (2016).  
[9] A. Nepi, Esodo (Capitoli 16-40), Edizioni Messaggero Padova (2004), p. 68.
[10] Id., Ibid. p. 70.
[11] Id., Ibid. p. 71.
[12] Id., Ibid. p. 72.
[13] Id., Ibid.
[14] Id., Ibid. p. 73.
[15] Id., Ibid. p. 74.
[16] F. G. Lòpez, Il Pentateuco, Paideia (2004), p. 156. 
[17] Id. Ibid.
[18] Id. Ibid.
[19] Id. Ibid.
[20] Id. Ibid.
[21] Bernardo G. Boschi, Esodo, Paoline, p. 104.
[22] Id. Ibid.

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