Traduttore


domenica 13 maggio 2018

Da schiavo a fratello

Paolo, prigioniero di Cristo Gesù, e il fratello Timoteo, al caro Filemone, nostro collaboratore.
Filemone 1 



















INTRODUZIONE

La lettera a Filemone è la più breve lettera scritta dall'apostolo Paolo e la terza più breve di tutto il Nuovo Testamento in quanto composta da soli venticinque versetti. Paolo scrive a Filemone che considera "suo collaboratore" (v. 1), come dimostra il fatto che una chiesa si riunisce a casa sua (v. 2). Egli viene definito inoltre suo debitore (v. 19) indicando in questo modo con ogni probabilità che l'apostolo dei gentili lo aveva convertito personalmente.1 Di Filemone apprendiamo che possedeva uno schiavo di nome Onesimo (v. 10), il quale in passato si era rivelato inutile (v. 11), gli doveva del denaro e gli aveva recato qualche danno (v. 18). Dai saluti finali della Lettera ai Colossesi apprendiamo poi che Filemone e Onesimo erano di Colossi e che quest'ultimo deve essere tornato a casa dopo la redazione di entrambe queste lettere:

Tutto ciò che mi riguarda ve lo farà sapere Tichico, il caro fratello e fedele servitore, mio compagno di servizio nel Signore. Ve l'ho mandato appunto perché conosciate la nostra situazione ed egli consoli i vostri cuori; e con lui ho mandato il fedele e caro fratello Onesimo, che è dei vostri. Essi vi faranno sapere tutto ciò che accade qui.
Colossesi 4:7-9

Scrivendo questa missiva privata destinata a Filemone, Paolo afferma più volte di essere prigioniero. Si tratta di una prigionia sperimentata in condizioni che rendevano possibile leggere e scrivere, quindi con uno stato di semilibertà che l'apostolo aveva sperimentato a Cesarea (Atti 24:23) e a Roma (Atti 28:30). La tradizione cristiana ha collocato la redazione di questa lettera assieme alle altre della prigionia (Filippesi, Efesini, Colossesi e 2 Timoteo) nel contesto della prigionia romana, intorno al 62 d.C.2 Quanto all'occasione di scrittura della lettera, lasciamo che sia essa stessa a parlarne.   


NON PIù COME SCHIAVO MA COME UN FRATELLO CARO

Da un punto di vista letterario il corpo della lettera si sviluppa nei versetti 8-20 ed è costituito da due parti: la prima relativa a una esposizione dei fatti e la seconda relativa alla loro soluzione.3

ESPOSIZIONE
Perciò, pur avendo molta libertà in Cristo di comandarti quello che conviene fare, preferisco fare appello al tuo amore, semplicemente come Paolo, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù; ti prego per mio figlio che ho generato mentre ero in catene, per Onesimo, un tempo inutile a te, ma che ora è utile a te e a me. Te lo rimando, lui, che amo come il mio cuore. Avrei voluto tenerlo con me, perché in vece tua mi servisse nelle catene che porto a motivo del vangelo; ma non ho voluto fare nulla senza il tuo consenso, perché la tua buona azione non fosse forzata, ma volontaria.

SOLUZIONE Forse proprio per questo egli è stato lontano da te per un po' di tempo, perché tu lo riavessi per sempre; non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello caro specialmente a me, ma ora molto più a te, sia sul piano umano sia nel Signore! Se dunque tu mi consideri in comunione con te, accoglilo come me stesso. Se ti ha fatto qualche torto o ti deve qualcosa, addebitalo a me. Io, Paolo, lo scrivo di mia propria mano: pagherò io; per non dirti che tu mi sei debitore perfino di te stesso. Sì, fratello, io vorrei che tu mi fossi utile nel Signore; rasserena il mio cuore in Cristo. Ti scrivo fiducioso nella tua ubbidienza, sapendo che farai anche più di quel che ti chiedo.
Filemone 8-20

Onesimo era scappato dal suo padrone e in circostanze sconosciute era arrivato a incontrare Paolo, nel frattempo agli "arresti domiciliari". Da questo incontro è nato qualcosa di inaspettato: Onesimo si è convertito a Cristo. Passando del tempo insieme in seguito a questo evento, egli è diventato grandemente amato da Paolo, e di sicuro l'affetto veniva ricambiato visto che Onesimo nel frattempo era diventato molto utile all'apostolo, limitato dalla sua prigionia. In questa situazione però, sebbene Paolo avesse una autorità spirituale sopra Filemone egli non volle usufruirne, decidendo di rimandare Onesimo da Filemone raccomandandosi con quest'ultimo di accoglierlo come sé stesso, addebitandogli ogni danno economico che poteva aver ricevuto.

Nelle sue lettere, Paolo non rivoluziona mai l'istituzione sociale della schiavitù perché era ben consapevole che il vero cambiamento poteva avvenire solo dall'interno: solo dal cuore di ogni singolo padrone e di ogni singolo schiavo credente. Alla chiesa di Colossi dirà:


Servi, ubbidite in ogni cosa ai vostri padroni secondo la carne; non servendoli soltanto quando vi vedono, come per piacere agli uomini, ma con semplicità di cuore, temendo il Signore.

Padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone nel cielo.
Colossesi 3:22 e 4:1

E in modo simile troviamo nella Lettera agli Efesini: 

Servi, ubbidite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, nella semplicità del vostro cuore, come a Cristo, non servendo per essere visti, come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo. Fate la volontà di Dio di buon animo, servendo con benevolenza, come se serviste il Signore e non gli uomini; sapendo che ognuno, quando abbia fatto qualche bene, ne riceverà la ricompensa dal Signore, servo o libero che sia. Voi, padroni, agite allo stesso modo verso di loro astenendovi dalle minacce, sapendo che il Signore vostro e loro è nel cielo e che presso di lui non c'è favoritismo.
Efesini 6:5-9

 
Di fronte al Signore non vi sono favoritismi, ma c'è invece la libertà per tutti di servirlo. Non nella ribellione, ma nell'amore per Dio e per il prossimo. L'amore supera ogni distinzione sociale senza annullarla nella relativa istituzione ma trasformandola nella sostanza. Questa è la trasformazione che viene esemplificata, evidenziata e testimoniata proprio dalla vicenda di Onesimo.
 
NON PIù SCHIAVO DEL PECCATO MA SERVO DELLA GIUSTIZIA

Alzando lo sguardo da questa situazione specifica per guardare il cuore del messaggio dell'apostolo Paolo nelle sue lettere, non può passare inosservato il fatto che egli in molti brani egli utilizzi proprio la situazione di schiavitù (ben radicata nella società dei suoi lettori immediati) come esempio per descrivere una realtà spirituale ancora più ampia. La schiavitù e la liberazione da quest'ultima diviene infatti occasione per parlare del significato della grazia e di cosa significhi vivere in essa.

Che faremo dunque? Peccheremo forse perché non siamo sotto la legge ma sotto la grazia? No di certo! Non sapete voi che se vi offrite a qualcuno come schiavi per ubbidirgli, siete schiavi di colui a cui ubbidite: o del peccato che conduce alla morte o dell'ubbidienza che conduce alla giustizia? Ma sia ringraziato Dio perché eravate schiavi del peccato ma avete ubbidito di cuore a quella forma d'insegnamento che vi è stata trasmessa; e, liberati dal peccato, siete diventati servi della giustizia. Parlo alla maniera degli uomini, a causa della debolezza della vostra carne; poiché, come già prestaste le vostre membra a servizio dell'impurità e dell'iniquità per commettere l'iniquità, così prestate ora le vostre membra a servizio della giustizia per la santificazione. Perché quando eravate schiavi del peccato, eravate liberi riguardo alla giustizia. Quale frutto dunque avevate allora? Di queste cose ora vi vergognate, poiché la loro fine è la morte. Ma ora, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, avete per frutto la vostra santificazione e per fine la vita eterna; perché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore.
Romani 6:15-23

Prima di conoscere Cristo, ogni persona era schiava del peccato. Ma dopo questo incontro è avvenuta una liberazione da questo vincolo (resa possibile dalla morte sostitutiva del Signore) con lo scopo di creare un nuovo vincolo non più con il peccato ma questa volta con l'ubbidienza (a Dio) che porta alla giustizia. Anche volendo, prima non vi era alcuna possibilità legale per poter scegliere un altro padrone: il legame con il peccato era sancito e inviolabile. La grandezza dell'opera di Cristo sta quindi proprio in questo: nell'aver distrutto questo legame e ripristinato una nuova libertà che ha per frutto la santificazione e per fine la vita eterna. 

Ecco quindi che come uno schiavo cristiano aveva la possibilità di servire il proprio padrone e la famiglia che serviva con fedeltà proprio in quanto servo di Cristo, in modo simile ogni credente socialmente libero ha la stessa libertà di non peccare ma ubbidire al Signore in ogni cosa, perseguendo la giustizia in sottomissione alle autorità stabilite da Dio. Il tratto comune è proprio la libertà di ubbidire a servizio della giustizia. Questo è ciò che caratterizza ogni credente, il modo in cui può fare la differenza nel mondo. 

CONCLUSIONE

L'apostolo Paolo proprio mentre era nello stato di maggiore necessità e indigenza ha incontrato uno schiavo ribelle e, predicando il Vangelo, ha reso possibile la sua conversione stringendo un forte legame di amicizia reso possibile dalla nuova condizione di fratellanza nel Signore. Per essere un esempio fino all'ultimo, nonostante la sua autorità apostolica, ha scelto di far tornare Onesimo dal suo padrone accompagnato da alcune lettere, nonostante ne avesse un gran bisogno.

Questa vicenda testimoniata dalla Lettera a Filemone è inserita nella cornice della schiavitù nell'antichità e di come questa poteva essere tollerata all'interno delle comunità cristiane del I secolo. 


Ma a sua volta anche questa cornice è usata altrove proprio dall'apostolo Paolo per descrivere lo stato di libertà del cristiano di fronte al peccato e alla morte: liberato del peccato il credente rigenerato dallo Spirito Santo infatti ha la libertà di vivere perseguendo la santificazione per servire non più il peccato ma ora la giustizia. Schiavi e liberi, genitori e figli, uomini e donne, tutti coloro che abbracciano Cristo diventano in lui fratelli e sorelle; sono accomunati da una stessa condizione per un medesimo fine: la vita eterna.

 

Note:

[1] Jordi Sanchez Bosh, Scritti Paolini, Paideia editrice, Brescia, 2001, p. 303.
[2] Su questo tema tuttavia è ancora in corso un dibattito, essendoci anche altre possibilità ugualmente se non maggiormente probabili. Per approfondire il tema consiglio di consultare: J. S. Bosh, Scritti Paolini, Paideia editrice, Brescia, 2001, pp. 314-317. 
[3] Id. Ibid. p. 309.

domenica 1 aprile 2018

Cristo è risorto! È davvero risorto!



















Nota: questi sono gli appunti del sermone che ho predicato il 16 aprile 2017 nella Missione Oikos di Como.

Nel secondo viaggio missionario (Atti 18, c.a. 50 d.C.) Paolo arriva a Corinto, evangelizza i giudei della sinagoga locale e poi anche i gentili, costituendo con i primi convertiti una comunità cristiana. Dopo la sua partenza continua ad intrattenere una conversazione epistolare con questa realtà locale e, apprendendo di alcune difficoltà, scrive loro una prima lettera e poi questa missiva conosciuta come la Prima Lettera di Paolo ai Corinti. La scrive da Efeso, circa nel 52 d.C. All'inizio della lettera afferma l'importanza della predicazione di Cristo crocifisso rispetto a quella di discorsi persuasivi di sapienza umana, perché è piaciuto a Dio portare la salvezza attraverso l'annuncio della morte di
Cristo (e quindi attraverso la fede) e non con la logica e la sapienza umana.

Tra le tante questioni che Paolo deve affrontare, ce n'è una molto importante: la veridicità della risurrezione del Signore. Alcuni avevano iniziato ad affermare che Cristo non era davvero risorto e che non vi è risurrezione dei morti. Ai credenti di Corinto (tra cui stavano questi negazionisti), l'apostolo risponde in modo risoluto, prima affermando che la fede cristiana sta o cade proprio sulla dottrina della risurrezione, e poi ribadendo con forza la realtà storica e spirituale della risurrezione del Signore. Ma vediamo ora nel dettaglio le sue argomentazioni.

1. Se Cristo non è risorto, vana è la fede cristiana

Ora se si predica che Cristo è stato risuscitato dai morti, come mai alcuni tra voi dicono che non c'è risurrezione dei morti? Ma se non vi è risurrezione dei morti, neppure Cristo è stato risuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede. Noi siamo anche trovati falsi testimoni di Dio, poiché abbiamo testimoniato di Dio, che egli ha risuscitato il Cristo; il quale egli non ha risuscitato, se è vero che i morti non risuscitano. Difatti, se i morti non risuscitano, neppure Cristo è stato risuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati. Anche quelli che sono morti in Cristo sono dunque periti. Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini.
1Corinzi 15:12-19

La confutazione/argomentazione di Paolo si svolge principalmente in due momenti. In questo primo momento egli con enorme onestà evidenzia fino in fondo le conseguenze della tesi di alcuni circa la mancata risurrezione. La risurrezione del Signore è la predicazione apostolica, ed essa è la fede di tutti i cristiani. Se la risurrezione non è avvenuta, la predicazione apostolica si dovrebbe considerare falsa, e la stessa fede cristiana si dovrebbe considerare nello stesso modo. Poco prima però, l'apostolo Paolo aveva portato a dimostrazione dell'avvenuta risurrezione una testimonianza speciale:

Poi apparve a più di cinquecento fratelli in una volta, dei quali la maggior parte rimane ancora in vita e alcuni sono morti.
1Corinzi 15:6

Il Signore risorto non è stato visto solo dai dodici apostoli e da Paolo in visione, ma da più di cinquecento fratelli in una volta sola. Cinquecento testimoni oculari che hanno riconosciuto questo evento come storico e che hanno portato ovunque la testimonianza della fede pasquale.
Dalla risurrezione del Signore scaturisce la disponibilità della giustizia acquistata, lo Spirito della vita che vivifica i cristiani e la piena speranza della loro risurrezione futura. Al contrario, se Cristo non è stato risuscitato, i credenti sono ancora nei loro peccati (non c'è giustificazione presso il Padre, né libertà di non peccare), e la loro morte è definitiva e inutile. Non vi sarebbe alcun senso.

Se speriamo per questa vita soltanto, noi cristiani siamo i più miseri fra tutti gli uomini.
È così, e questo ci deve far riflettere sulla nostra fede e sulla nostra necessità di chiedere a Dio di accrescere la nostra fede. Personalmente, non mi piace tanto la parola “dogma”, perché allude ad una sorta di costrizione, all'obbligo di accettare anche in modo irrazionale qualsiasi affermazione che viene data in tema religioso. Nella Bibbia non troviamo in effetti questo termine, ma troviamo invece molto frequentemente il termine pìstis, ossia fede. La fede è qualcosa di personale e comunitario allo stesso tempo, è qualcosa che nasce dalla propria interiorità e dalla propria esperienza spirituale prima di tutto (e quindi non nasce dall'esterno). La fede nasce da una chiamata che Dio rivolge personalmente ai singoli credenti. E dopo – SOLO DOPO – la risposta a questa chiamata, i credenti possono finalmente prendere coscienza delle chiamate di chi hanno a fianco e mettere in comune la propria fede per viverla appunto anche a livello comunitario. Essa non deve essere qualcosa di imposto ma qualcosa che nasce spiritualmente e spontaneamente e che solo poi viene vissuta anche nell'orizzonte sociale. Nella nostra comunità locale, siamo qui perché abbiamo vissuto ciascuno la propria esperienza di conversione personale e in seguito a questa possiamo testimoniare dell'amore di Dio in Cristo e invitare (implorare!) altre persone a rispondere all'appello che reca il Vangelo. Qual è, però, questo appello? Qual è il vangelo?

2. Cristo è stato risuscitato, e in lui tutti sono riempiti di vita

Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta; poi verrà la fine, quando consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre, dopo che avrà ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza. Poiché bisogna ch'egli regni finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi. L'ultimo nemico che sarà distrutto sarà la morte. Difatti, Dio ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi; ma quando dice che ogni cosa gli è sottoposta, è chiaro che colui che gli ha sottoposto ogni cosa, ne è eccettuato. Quando ogni cosa gli sarà stata sottoposta, allora anche il Figlio stesso sarà sottoposto a colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti.
1Corinzi 15:20-28

Cristo è morto per i nostri peccati, secondo le Scritture, ed è stato risuscitato dai morti come primizia di coloro che sono morti. Questo è il nucleo dell'annuncio del Vangelo. E da qui Paolo parte con la dimostrazione della stretta relazione tra la risurrezione del Signore e quella di tutti i credenti. Questa dimostrazione viene argomentata attraverso il confronto tipologico tra Adamo e Cristo. Infatti, la morte comune a tutti gli esseri umani esiste a causa della trasgressione di Adamo. E proprio con un simile rapporto di causa-effetto, tutti coloro che saranno risuscitati lo faranno attraverso l'evento della risurrezione di Cristo. Egli è il primo dei risorti ed è garante della risurrezione per tutti coloro che credono. Il nemico più terribile, l'ultimo, è la morte, ed essa per quanto sia già stata vinta da Cristo non è però ancora stata distrutta: la sua distruzione è riservata proprio per il momento del ritorno del Signore e della risurrezione di tutti i morti. A questo punto, Paolo evidenzia il fatto che il Figlio renderà il regno (completamente stabilito) nelle mani del Padre, affinché Dio sia tutto in tutti.

Cristo dunque, è veramente stato risuscitato dai morti! Egli è veramente la primizia di coloro che sono morti! Questo è il cuore della fede cristiana, il cuore del Vangelo, ossia della buona notizia. Questo è il motivo dell'appello all'adesione e alla scelta di vivere nella fede in Cristo, in novità di vita.

Terminiamo con questo estratto del Catechismo di Heidelberg:
D. 45 A che ci giova la risurrezione di Cristo?
R. In primo luogo, mediante la Sua risurrezione Egli ha vinto la morte affinchè ci potesse rendere partecipi della giustizia che ci ha acquistata mediante la Sua morte.1 In secondo luogo, anche noi veniamo ora risuscitati per la Sua potenza a nuova vita.2 In terzo luogo, la risurrezione di Cristo è per noi un pegno sicuro della nostra beata risurrezione.3
________________________
1) I Corinzi 15:16
2) Romani 6:4; Colossesi 3:1
3) I Corinzi 15; Romani 8:11

domenica 25 marzo 2018

L'ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme nel Vangelo secondo Marco

















1. LA LETTURA

Il Vangelo secondo Marco è più breve di quello secondo Luca e Matteo, e denota un ritmo serrato e una narrazione avvincente. Secondo i moderni esegeti è il primo Vangelo ad essere stato scritto, probabilmente intorno all'anno 70 d.C.1 

Marco raccoglie prima di altri una preesistente raccolta di detti di Gesù2 inserendola però in una accurata cornice narrativa, che racconta dall'inizio alla fine le circorstanze che portarono Gesù alla morte di croce e alla sua successiva risurrezione. Lo schema letterario dell'opera risulta composto nel seguente modo:3
- Introduzione (1:1-13)
tesi: vangelo di Gesù, messia, figlio di Dio (1:1)
trittico introduttivo (1:2-13)

- Parte prima: vangelo di Gesù come messia che proclama il regno di Dio (1:14-8:30)
a) azione di Gesù e risposta dei farisei;
b) azione di Gesù e risposta del popolo;
c) azione di Gesù e risposta dei discepoli.

- Parte seconda: vangelo di Gesù come figlio di Dio che muore e risuscita (8:31-16:8)
a) mentre attraversa a piedi la Galilea e la Giudea Gesù si dirige a Gerusalemme, annunciando la sua morte e risurrezione;
b) attività di Gesù a Gerusalemme prima della passione;
c) passione, morte e proclamazione della risurrezione a Gerusalemme.
In questo quadro generale, l'intenzione di questo approfondimento è di avvicinarsi alla comprensione dei primi undici versetti dell'undicesimo capitolo: il brano che apre l'attività di Gesù a Gerusalemme e che anticipa la sua passione nella capitale (Parte seconda, b). 

Leggiamo ora direttamente dal nostro testo:

Quando furono giunti vicino a Gerusalemme, a Betfage e Betania, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio che è di fronte a voi; appena entrati, troverete legato un puledra d'asino, sopra il quale non è montato ancora nessuno; scioglietelo e conducetelo qui da me. Se qualcuno vi dice: "Perché fate questo?" rispondete: "Il Signore ne ha bisogno, e lo rimanderà subito qua"». Essi andarono e trovarono un puledro legato a una porta, fuori, sulla strada, e lo sciolsero. Alcuni tra quelli che erano lì presenti dissero loro: «Che fate? Perché sciogliete il puledro?» Essi risposero come Gesù aveva detto. E quelli li lasciarono fare. Essi condussero il puledro a Gesù, gettarono su quello i loro mantelli ed egli vi montò sopra. 

Molti stendevano sulla via i loro mantelli; e altri, delle fronde che avevano tagliate nei campi. Coloro che andavano avanti e coloro che venivano dietro gridavano: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, il regno di Davide, nostro padre! Osanna nei luoghi altissimi!» Gesù entrò a Gerusalemme nel tempio; e dopo aver osservato ogni cosa intorno, essendo già l'ora tarda, uscì per andare a Betania con i dodici.
Marco 11:1-11 

2. L'ESEGESI

Seguendo la narrazione del brano, possiamo distinguere due momenti distinti: il primo che riguarda la preparazione dell'entrata nella città santa e il secondo che descrive l'ingresso vero e proprio. L'azione parte a Betfage e Betania, presso monte degli Ulivi.  Questa indicazione non è certamente casuale, in quanto leggiamo nel libro del profeta Zaccaria:

Poi il SIGNORE si farà avanti e combatterà contro quelle nazioni,
come egli combatté tante volte nel giorno della battaglia.
In quel giorno i suoi piedi si poseranno sul monte degli Ulivi,
che sta di fronte a Gerusalemme, a oriente,
e il monte degli Ulivi si spaccherà a metà, da oriente a occidente,
tanto da formare una grande valle;
metà del monte si ritirerà verso settentrione
e l'altra metà verso il meridione.
Zaccaria 14:3,4

Proprio nel monte degli Ulivi, dove era stato profetizzato l'intervento salvifico di Jahvè, Gesù dà istruzione a due discepoli di predisporre quel che era necessario per il momento che stava per arrivare. Egli chiede di prendere una puledra d'asino su cui non era ancora salito nessuno, secondo un altro oracolo dello stesso profeta:

Esulta grandemente, o figlia di Sion,
manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme;
ecco, il tuo re viene a te;
egli è giusto e vittorioso,
umile, in groppa a un asino,
sopra un puledro, il piccolo dell'asina. 

Zaccaria 9:9

Anticipando la possibile obiezione istruisce i discepoli su come rispondere, facendo rilevare come il vero proprietario dell'animale sia in realtà Gesù, riconosciuto tale proprio in virtù dell'ingresso messianico nella sua identità di Signore. I discepoli ubbidiscono, rispondono all'obiezione in quel modo, e conducono il puledro a Gesù. Egli non entra in Gerusalemme con il cavallo da guerra così come fanno i sovrani conquistatori, ma con un puledro, che auspica l'arrivo del principe della pace, richiamando alla mente anche la descrizione del cerimoniale di incoronazione di Salomone:

Poi il re Davide disse: «Chiamatemi il sacerdote Sadoc, il profeta Natan e Benaia, figlio di Ieoiada». Essi vennero alla sua presenza e il re disse loro: «Prendete con voi i servitori del vostro signore, fate salire Salomone mio figlio sulla mia mula, e conducetelo a Ghion. In quel luogo il sacerdote Sadoc e il profeta Natan lo ungeranno re d'Israele. Poi suonate la tromba e gridate: "Viva il re Salomone!" Voi risalirete al suo seguito, ed egli verrà, si metterà seduto sul mio trono, e regnerà al mio posto. Io nomino lui come principe d'Israele e di Giuda».
1 Re 1:32-35

A questo punto inizia la descrizione dell'entrata vera e propria.
Il gruppo di Gesù dovette essere uno dei tanti costituiti dai pellegrini che in quel momento stavano entrando a Gerusalemme in occasione della festa liturgica più importante del calendario giudaico, ma i presenti stendono sulla loro via dei mantelli e delle fronde tagliate dai campi come segno di gloria e onore, ricordando in questo caso il rituale di intronizzazione di Jeu:

Allora ognuno di essi si affrettò a togliersi il mantello e a stenderlo sotto Ieu su per i nudi gradini; poi suonarono la tromba, e dissero: «Ieu è re!»   

2 Re 9:13 

La folla a questo punto acclama Gesù con una serie di brevi frasi per lo più riprese dal Salmo 118. Questo Salmo in origine era recitato nell'anniversario dell'intronizzazione del re, ed era proclamato dal pio giudeo nel momento dell'ingresso nel tempio durante le feste di pellegrinaggio.4 L'ovazione "Osanna!" significa in particolare "dona salvezza", e mette in risalto come la speranza messianica del popolo abbia ora il suo compimento proprio in Gesù.5 Il significato teologico dell'episodio riguarda quindi Gesù che entra a Gerusalemme come re di Israele, come principe della pace, come donatore della salvezza di Jahvè: e tutto questo in accordo con la sua consapevolezza, con il seguito dei suoi discepoli e con il riconoscimento degli altri pellegrini giudei. In questa veste egli si dirige subito nel tempio, il luogo al centro di ogni liturgia religiosa. Arrivando il tramonto non risiede a dormire in Gerusalemme ma torna a Betania, situata comunque entro i confini religiosi della città e luogo di appoggio per il suo ministero. Qui passerà la notte con i dodici. 

3. L'ATTUALIZZAZIONE 

Da un punto di vista di fede questo brano - presentando Gesù in un modo ben specifico - solleva inevitabilmente diverse domande che richiedono risposte intime e personali. Nel Vangelo secondo Marco se fino al c.8 v.30 egli è presentato prima di tutto come messia e nei testi successivi egli si rivela negli insegnamenti come Figlio di Dio, proprio nel nostro brano viene invece pubblicamente riconosciuto come messia regale e come il Figlio di Dio che sta per entrare nella città santa per portare la salvezza tanto attesa. Che tipo di salvezza? La salvezza da una vuota religiosità, dalla sofferenza che contraddistingue l'esistenza umana, dall'assenza della speranza e dall'oppressione di ogni tipo. Laddove Gesù prima di questo momento ha predicato e operato miracoli nelle campagne periferiche, ora si dirige regalmente verso il tempio, mostrando in questo modo come la presenza di Dio stia tornando nel centro spirituale di Giuda/Israele per un momento unico nella dinamica della salvezza divina. Il secondo tempio che non ha mai avuto al suo interno l'arca dell'alleanza come segno visibile della presenza di Dio ora accoglie Gesù, abitazione del Logos di Dio (Gv. 1:14), mostrando in questo modo un intervento divino che in parte adempie gli oracoli degli antichi profeti ed in parte sta per realizzare qualcosa di radicalmente nuovo e inatteso, ma ugualmente salvifico ed eterno: la morte del Figlio di Dio per la vita di tutti i figli di Dio. 

In questo quadro però il riconoscimento dato a Gesù si scontra con un appello rivolto direttamente a noi stessi. Se loro hanno riconosciuto Gesù come messia regale e Figlio di Dio infatti, noi lo abbiamo già fatto? Non è una domanda scontata. Riconoscere Gesù come re - come proprio re - significa riconoscere in lui e nei suoi insegnamenti l'autorità ultima per la propria vita e per le scelte grandi e piccole della propria quotidianità. Si tratta di riconoscere in lui un potere di governo su di noi e non solo a parole, ma anche e soprattutto con i fatti. Se riconosciamo Gesù come il nostro re, come il messia e il Figlio di Dio, allora la Pasqua avrà significato per noi: un significato di salvezza eterna. Ma se non lo facciamo, saremo solo osservatori e non protagonisti della salvezza divina.  In chi ci possiamo riconoscere: in coloro che osservavano gli eventi o in coloro che erano parte di quei "molti" che stendevano i loro mantelli sulla via di Gesù invocando la salvezza di Dio? Questo può essere il momento giusto per far chiarezza dentro di noi, per capire qual è l'attitudine del nostro cuore e la risposta che vogliamo dare. La buona notizia èche Gesù è arrivato, e ha portato la salvezza tanto attesa. La buona notizia è che noi oggi possiamo riconoscerlo in questo modo così come è stato durante l'evento che abbiamo considerato. La buona notizia è che lui tornerà per finire quello che ha iniziato e portare a compimento il suo regno, dove non ci sarà più alcun pianto, alcun dolore e alcuna ingiustizia e dove tutti i figli di Dio potranno finalmente vedere il suo volto faccia a faccia. 

4. CONCLUSIONE  

Il brano dell'ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme riveste un significato importante tanto a livello letterario quanto a livello teologico e spirituale. Da una parte infatti esso è collocato nel periodo che anticipa gli eventi della passione del Signore, dando il via a un conto alla rovescia che troverà il suo culmine proprio nella croce. Dall'altra parte invece costituisce uno snodo cruciale nel riconoscimento dell'identità di Gesù e nel significato della sua missione, assumendo su di sé in questa circostanza l'eredità profetica propria dell'intervento escatologico del Signore e dell'incoronazione regale in Israele. 

Gesù entra a Gerusalemme come portatore della salvezza di Jahvè, come re di Israele/Giuda rispettando l'attesa dei tanti secoli passati. Tuttavia negli eventi successivi egli non instaurerà in questa occasione il suo regno - come ci si potrebbe attendere - ma soffrirà e morirà a causa delle nostre iniquità (Is. 53:5) per poi risorgere il terzo giorno dopo la sua morte e chiamare all'esistenza la Chiesa, in attesa del suo ritorno. A livello teologico ci troviamo anche noi proprio in questo momento alla fine dei tempi, ed è in questo momento che anche noi dobbiamo prendere una posizione per decidere se seguire o meno Gesù, il messia e il Figlio di Dio. Se stendere il nostro mantello ai suoi piedi, se acclamarlo come re della nostra vita.



Note:

[1] Rafael Aguirre Monasterio e Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Brescia, Paideia, 1995, p. 147. 
[2] Ibid. p. 30. 
[3] Ibid. p. 98. 
[4] Santi Grasso, Vangelo di Marco - nuova versione, introduzione e commento, Milano, Paoline, 2003, p. 281.  
[5] Id. Ibid.  

domenica 18 febbraio 2018

Dal senso di abbandono allo spirito di figliolanza

















Nota: Questi sono gli appunti di un sermone che ho predicato il 30 luglio 2017 nella Missione Oikos di Como.

Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.
Filippesi 2:5-10

Come abbiamo appena letto, pur essendo in forma di Dio Gesù non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente. Soffermandoci a riflettere possiamo domandarci: perché Gesù riuscì a non considerare la propria divinità qualcosa da preservare gelosamente ad ogni costo? 

Una possibile risposta è perché egli era dall'eternità certo della propria condizione e dell'amore infinito ricevuto dal Padre e ricambiato a lui.

Noi però non siamo in questa condizione, anzi, per natura noi nasciamo con una frattura nella relazione con Dio e portiamo nel nostro DNA il senso di abbandono dei nostri progenitori Adamo ed Eva. Provate a pensare come si dovessero sentire, quando furono messi alla porta dal giardino di Eden. Coperti da una pelliccia, soli, con la consapevolezza di aver tradito l'Onnipotente Dio Creatore. I primi giorni, i primi mesi non dovettero essere per nulla semplici. Il racconto biblico ci presenta questa descrizione:

Così egli scacciò l'uomo e pose a oriente del giardino d'Eden i cherubini, che vibravano da ogni parte una spada fiammeggiante, per custodire la via dell'albero della vita.

Genesi 3:24

Mentre se ne andavano, Adamo ed Eva hanno senza dubbio guardato alle spalle e hanno potuto vedere i cherubini con una spada di fuoco a guardia dell'ingresso e a segno del loro tradimento. Ebbene, possiamo dire - considerato il dato biblico, nonché quello esperienziale - che questa stessa condizione di separazione è restata nella loro discendenza, arrivando fino a noi. Ma il proposito di Dio non è mai stato quello di vivere lontano dall'uomo, anzi, è stato quello di vivere INSIEME a lui. Ed è per questo che Gesù ha portato ad effetto la volontà del Padre, prendendo su di sé "l'iniquità di tutti noi" (Is. 53:6). Nel vangelo di Matteo in relazione al momento della crocifissione leggiamo:

E, verso l'ora nona, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lamà sabactàni?», cioè: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: «Costui chiama Elia».
Matteo 27:46, 47

Sulla croce Gesù ha preso su di sé tutto l'abbandono di Dio, tutta la sua ira. E lo ha fatto al posto nostro. Successivamente, dopo la resurrezione e l'ascensione, avendo vinto ogni disubbidienza con la sua ubbidienza fino alla morte di croce, Dio ha potuto mandare il Consolatore, lo Spirito Santo nel cuore dei credenti.

E voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: «Abbà! Padre!»  Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio. Se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo, se veramente soffriamo con lui, per essere anche glorificati con lui.

Romani 8:15-17

Quale meraviglia! Vediamo che in questi eventi si è effettuato un vero e proprio scambio reso possibile dalla pura misericordia e grazia di Dio. In origine, dopo il peccato adamitico, i figli di Adamo dicevano «Elì, Elì, lamà sabactàni?» (Salmo 22:1), mentre Gesù poteva dire «Abbà! Padre!». Ma  nel cuore del Padre c'era tristezza per la solitudine che l'uomo aveva causato con la propria disobbedienza. Allora il Padre, in accordo con il Figlio e lo Spirito ha decretato una vera e propria sostituzione. Ed è stato Gesù a dire «Elì, Elì, lamà sabactàni?» affinché noi potessimo dire per mezzo dello Spirito «Abbà! Padre!».

È avvenuto uno scambio: Gesù ha preso (momentaneamente) la nostra separazione da Dio, così che noi potessimo ricevere la sua figliolanza (per sempre). Questa è una realtà spirituale che è già decretata e avvenuta, ma della quale in quanto credenti dobbiamo prendere piena consapevolezza. Perché è su questo presupposto e con questa cognizione e con questo Spirito che noi possiamo a nostra volta avere in noi lo stesso sentimento di Cristo Gesù. Da separati da Dio non potremo mai avere la possibilità di essere umili, perché ne va della nostra sopravvivenza! Ma da figli, noi abbiamo tutta la dignità per poter percorrere la via dell'umiltà senza sentirci inferiori perché lo Spirito dentro di noi ci ricorda chi siamo, e ce lo ricorda anche quando siamo impopolari, quando facciamo lavori umili, quando nessuno ci capisce, quando facciamo delle rinunce per amore. Solo vivendo quotidianamente la nostra realtà di figli amati, possiamo essere più simili al Figlio. Dobbiamo perciò abbandonare ogni senso di competizione, ogni pretesa di superiorità o complesso di inferiorità, ogni difesa e ogni diritto. Ma dobbiamo farlo in un solo ed unico modo: con la comunione, con la forza e con “l'identità famigliare” dello Spirito Santo. Per questo motivo, oggi possiamo chiedere a Dio una fresca rivelazione sul suo grande amore, sulla nostra figliolanza e sulla comunione con lo Spirito in noi. Per questo motivo possiamo rialzarci se siamo caduti e riprendere il nostro percorso con una rinnovata forza e determinazione comprendendo meglio chi siamo e dove stiamo andando.

Il tutto per la nostra riconciliazione, riabilitazione e salvezza; per il sacrificio di Cristo, per la gloria di Dio.

domenica 11 febbraio 2018

Nessuno ha mai visto Dio, ma...




I. IL TESTO

Nel prologo introduttivo del Vangelo secondo Giovanni incontriamo presto questa considerazione di carattere centrale per la comprensione cristiana della propria identità, del giudaismo, dell'Antico Testamento e - in ultima analisi - di ogni aspetto della vita che ci circonda:

Nessuno ha mai visto Dio; l'unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l'ha fatto conoscere.
Giovanni 1:18 

Da un punto di vista letterario, identificandolo come parte dell'inno originale del prologo, possiamo comporre questo testo in versi nel seguente modo:1

Nessuno ha mai visto Dio;
è l'Unigenito Dio,
sempre accanto al Padre,
che Lo ha rivelato.

In una struttura a chiasmo possiamo accostare in effetti il fatto che nessuno ha mai visto Dio con il fatto che l'Unigenito Dio lo ha fatto conoscere/rivelato secondo un'efficace contrapposizione. Il secondo accostamento invece, quello più interno, riguarda il fatto che l'Unigenito Dio è accanto/nel seno del Padre. Naturalmente quest'ultimo aspetto è quello centrale, che legittima de facto quello più esterno: l'Unigenito cioè può far conoscere il Padre proprio perché è nel suo seno/accanto a lui. "L'Unigenito Dio" è la lettura data da alcuni dei migliori manoscritti greci (inclusi P66 e P75), mentre altri manoscritti riportano "L'Unigenito Figlio".2 Il significato teologico in ogni caso è il medesimo in quanto nel brano precedente Giovanni ha già identificato la Parola con il Figlio, e il Figlio con Dio.3 

Entrando adesso nello specifico del senso teologico possiamo avvicinarci meglio ai suoi due aspetti fondamentali, per poter tracciare brevemente alcune principali conseguenze.

II. "TU NON PUOI VEDERE IL MIO VOLTO" 
 
Nell'affermazione che nessuno ha mai visto Dio, Giovanni pensa probabilmente al seguente episodio veterotestamentario:4

Mosè disse: «Ti prego, fammi vedere la tua gloria!» Il SIGNORE gli rispose: «Io farò passare davanti a te tutta la mia bontà, proclamerò il nome del SIGNORE davanti a te; farò grazia a chi vorrò fare grazia e avrò pietà di chi vorrò avere pietà». Disse ancora: «Tu non puoi vedere il mio volto, perché l'uomo non può vedermi e vivere». E il SIGNORE disse: «Ecco qui un luogo vicino a me; tu starai su quel masso; mentre passerà la mia gloria, io ti metterò in una buca del masso, e ti coprirò con la mia mano finché io sia passato; poi ritirerò la mano e mi vedrai da dietro; ma il mio volto non si può vedere».
Esodo 33:18-23


L'uomo non può vedere il Signore e vivere, al massimo può vederne "le spalle". Questa indicazione è radicata a fondo nella fede giudaica, sebbene ci siano nelle Scritture diverse eccezioni. Tali eccezioni però riguardano teofanie antropomorfiche, ossia delle apparizioni di Dio in forma umana per poter comunicare in modo efficace un determinato messaggio. Questo è prova del fatto che è intenzione di Dio istruirci su cose nelle quali l'uomo non ha conoscenza diretta (come i suoi attributi) in termini di realtà a noi noti.5 Lo scopo di tutto questo è portare a una crescita di consapevolezza spirituale, ma proprio per le caratteristiche di questa forma di comunicazione dobbiamo stare attenti ai possibili fraintendimenti delle parole, come è noto da tempo per i teologi. Nel linguaggio umano infatti le parole sono nate per identificare realtà visibili e tangibili. Se però, come nel nostro caso, utilizziamo alcune parole per identificare realtà invisibili come quella di Dio dobbiamo comprendere che lo possiamo fare per assomiglianza più che per esattezza. Diviene quindi necessario un discernimento per comprendere il senso oltre la forma. Se il testo di Genesi riporta che Dio camminava nel giardino - per fare un esempio (cfr. Gen. 3:8) - questo non vuol dire che egli ha le gambe, ma piuttosto che era lì presente. Nessuno ha mai visto Dio, e per questo motivo dobbiamo essere attenti a comprendere il senso di un testo (anche biblico) o discorso teologico, realizzando i termini di questa difficoltà intrinseca.

Di per sé questa è una brutta notizia, mettendo davanti ai nostri occhi una limitazione pesante e inviolabile. Ma a questa notizia il versetto che stiamo esaminando ne fa seguire un'altra, decisamente migliore, che la ridefinisce secondo un nuovo e inedito punto di vista.  

III. COLUI CHE LO HA FATTO CONOSCERE

Nella continuazione infatti leggiamo un ulteriore elemento che dissolve molta della tensione generata dalla affermazione precedente: l'Unigenito Dio nel seno del Padre è colui che lo ha fatto conoscere. Questo è l'innovativo contributo che Giovanni - e il primo cristianesimo insieme a lui - dà al problema. Nessuno ha mai visto Dio - è vero - ma Gesù Cristo è colui che lo ha fatto conoscere, in virtù della sua vicinanza a lui. Gesù diviene quindi la chiave per comprendere al meglio Dio Padre, anzi, ancora di più: egli diviene la nuova prospettiva attraverso la quale ri-considerare non solo l'identità di Dio, ma anche l'Antico Testamento, noi stessi (in quanto sue creature) e tutto il mondo che ci circonda (in quanto sua creazione). 

Aprendo un breve approfondimento testuale, possiamo vedere che le diverse traduzioni italiane "fatto conoscere" e "rivelato" rendono il verbo greco exēgeomai che significa generalmente "narrare, riferire, informare".6 Nel nostro specifico contesto questo verbo descrive quindi l'attività di condividere informazioni ottenute per esperienza diretta. Come fa notare Bosetti, questa "narrazione del Padre" viene descritta quasi come una esegesi, ossia come una interpretazione, che però in questo caso risulta essere ultima e definitiva.7 L'Unigenito Dio che è nel seno del Padre è l'unico che lo ha visto e per questo motivo lo può spiegare e raccontare con una precisione unica. Questa è la consapevolezza di Giovanni e dei primi cristiani e questa deve essere anche la nostra consapevolezza ventuno secoli dopo di loro. Finché saremo su questa terra conosceremo e profetizzeremo sempre e solo in parte (cfr. 1 Cor. 13:9), ma gli insegnamenti di Cristo e il significato del suo sacrificio rimarranno come garanzia della comprensione il più vicina possibile per quanto ci è consentito alla realtà del Padre. E di certo, tutto questo non è poco, e non è per uno scopo da poco conto. 

Ecco perché la figura vivente di Gesù, spiritualmente sempre con noi (cfr. Mt. 28:20), non può che essere il centro costante di ogni esperienza cristiana. Ecco perché i suoi insegnamenti consolidati nel Nuovo Testamento non possono che essere la nostra guida in ogni aspetto della vita. Ecco perché egli, in quanto Parola Vivente, può aiutarci a comprendere al meglio la Parola di Dio scritta (cfr. Lc. 24:27). Il Vangelo di Giovanni è stato scritto "affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome". Nel suo nome possiamo avere vita, nel suo nome possiamo tornare anche noi al Padre (cfr. 2 Cor. 5:20) per poterlo conoscerlo perfettamente e direttamente nell'ultimo giorno. Quel giorno finalmente:

Non ci sarà più nulla di maledetto. Nella città vi sarà il trono di Dio e dell'Agnello; i suoi servi lo serviranno, vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome scritto sulla fronte.
Apocalisse 22:3-4
IV. CONSIDERAZIONI FINALI

In questo breve percorso racchiuso dal singolo versetto di Gv. 1:18 possiamo identificare due essenziali aspetti della testimonianza cristiana. Il primo riguarda il fatto che nessuno ha mai visto Dio, il secondo riguarda il fatto che solo il Figlio lo conosce intimamente e solo lui lo ha potuto rivelare/raccontare/far conoscere nel modo migliore. In questa esclusività alcuni esegeti hanno letto una possibile polemica contro coloro che rivendicavano altri modi per conoscere intimamente il Padre.8 Questo aspetto è probabile per l'epoca dell'autore e resta di interesse attuale anche per i nostri tempi. La centralità di Cristo compresa e predicata in età apostolica e riscoperta durante la Riforma del XVI secolo con il motto Solus Christus è stato infatti più volte osteggiato per motivi diversi e più volte difeso dalle comunità cristiane che ne hanno esperienza diretta. Tuttavia, questo principio deve anche essere vissuto con la consapevole limitatezza della dialettica umana e con l'anelito al tempo futuro nel quale finalmente Dio sarà tutto in tutti (1 Cor. 15:28) e sarà finalmente visibile nella sua perfezione, al di fuori dei limiti dell'età presente.




[1] vedi: Raymond E. Brown, Giovanni: commento al vangelo spirituale, 2005, Cittadella Editrice.
[2] Id. Ibid
[3] A.A.V.V., Grande commentario biblico Queriniana, I rist., 1974, Brescia, Queriniana, p. 1379.
[4] Id. Ibid. 
[5] Wayne Grudem, Teologia sistematica, Chieti, 2014, Ed. GBU, p. 197. 
[6] Horst Balz, Gerhard Schneider, Dizionario Esegetico del Nuovo Testamento, Brescia, Paideia Editrice, 2004 (unico volume), 1252. 
[7] Elena Bosetti, Vangelo secondo Giovanni (cc. 1-11), Edizioni Messaggero Padova, 2013, p. 30. 
[8] H. Balz, G. Schneider, Dizionario Esegetico del Nuovo Testamento, Brescia, Paideia Editrice, 2004 (unico volume), 1252.

domenica 4 febbraio 2018

Amare il prossimo: il secondo comandamento

Nota: questi sono gli appunti di un sermone predicato nella Missione Oikos di Como il 25 giugno 2017.

I farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si radunarono; e uno di loro, dottore della legge, gli domandò, per metterlo alla prova: «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» Gesù gli disse: «"Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". Questo è il grande e il primo comandamento. 
Il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso". Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti».
Matteo 22:34-40


Settimana scorsa abbiamo visto leggendo questo brano che ai comandamenti di amare Dio e il prossimo sono "appesi" tutta la legge e i profeti, ossia è “appesa” tutta la Bibbia. Se non amiamo Dio e/o se non amiamo il prossimo, tutta la Bibbia cade, perché non applicata. Per questo motivo dobbiamo essere sempre vigili e attenti a vivere personalmente entrambe queste realtà. 

Se però settimana scorsa ci siamo concentrati sul comandamento di amare Dio, quest'oggi ci concentreremo invece sul secondo comandamento, che è appunto "Ama il tuo prossimo come te stesso". La prima domanda che ci possiamo fare è: chi è il nostro prossimo? Il nostro prossimo è chi ci è più vicino. Dio non ci comanda di amare genericamente tutta l'umanità, ma di amare chi ci è più vicino allo stesso modo di come amiamo noi stessi. Quindi i nostri genitori, i nostri fidanzati, le nostre fidanzate, mariti, mogli in primo luogo. Fratelli e sorelle della chiesa, amici, colleghi di lavoro in secondo luogo. E poi, tutte le altre persone che il Signore mette quotidianamente sulla nostra strada. Ognuna di queste persone infatti deve essere oggetto del nostro amore. Sulla base di questo comandamento cristiano, è possibile partire per innumerevoli riflessioni diverse. In questa occasione però vorrei vedere le implicazioni di questo insegnamento nel contesto della comunità cristiana, in modo biblico e pratico.

Sappiamo che l'apostolo Paolo ha scritto ai corinzi: Se avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla. Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente (1 Cor. 13:2-3). Fermiamoci a riflettere: tutto questo non può che stupire! Paolo sta dicendo che se io avessi il dono profetico più alto del mondo ma non avessi amore (interesse, sensibilità) per chi mi è vicino, non sarei nulla. Se avessi fede tale da spostare i monti ma non avessi amore (cura, premura), non sarei nulla. Se vendessi tutti i miei beni e andassi per le vie della mia città ad aiutare i senzatetto ma dimenticando di essere presente e di aiuto per chi mi è più vicino....non sarei nulla. Questa considerazione è tremenda. E' la peggiore notizia che potessimo ricevere. Perché non c'è scampo: ogni aspetto della nostra vita personale agli occhi di Dio è promossa o bocciata non tanto per l'esercizio dei nostri talenti/doni personali o della nostra condotta pubblica, ma per un unico fattore: l'amore per chi ci è vicino. Al contrario, paradossalmente possiamo non avere un riconosciuto ministero ecclesiastico, possiamo non avere doni dello Spirito ma amando il nostro vicino possiamo essere approvati da Dio anche se siamo sconosciuti nella società. Dato questo fatto, diviene imperativo comprendere come possiamo identificare questo amore. Questa parola copre un'infinità di significati come sappiamo, ma oggi vorrei concentrarmi su poche chiare e pratiche linee guida che possono aiutarci a vivere nel migliore dei modi la nostra realtà di chiesa locale.

1) Dobbiamo prendere coscienza del fatto che siamo diversi. Abbiamo caratteri, lavori, formazioni scolastiche, hobby, gusti alimentari, età completamente diverse gli uni per gli altri. In ogni chiesa i membri sono eterogenei, e questo è normale. Se non avessimo lo stesso amore per Dio (primo requisito) forse non ci saremmo mai neanche incontrati, figuriamoci aver stretto amicizie! Pensiamoci bene: è così. Quello che abbiamo in comune non sono gusti, ma è la stessa fede e lo stesso vibrante amore per Dio. Quando siamo focalizzati su di lui, soprattutto in preghiera, ogni cosa si dissolve e pur essendo molti in realtà siamo UNO. Quando però consideriamo le scelte personali degli altri, i comportamenti degli altri, le idee degli altri....non solo torniamo ad essere numerosi ma facciamo anche scintille ad ogni dialogo! E anche questo è normale:  
 
Il ferro forbisce il ferro; 
così un uomo ne forbisce un altro. 
Proverbi 27:17  

Le asperità dei caratteri si smussano vicendevolmente. Ma dobbiamo imparare a sottomettere i nostri caratteri al carattere di Cristo che è già in noi, e che con fatica sta cercando di venire fuori. Se tutti ci impegniamo in questo, litigheremo e discuteremo, ma ci chiariremo sempre, e ci sosterremo realmente come fratelli e come sorelle, come una famiglia. 

2) Si, ma oltre che andare in preghiera davanti al Signore nei momenti di conflitti, cosa possiamo fare di pratico per venirci incontro? Tre cose: dialogare, ascoltare attivamente, comprendere l'altro.

A) Il dialogo. Sapete, il dialogo è l'arte più difficile di questo mondo. Noi siamo abituati a parlare tanto senza dire niente. Ci sentiamo a disagio ad esprimere quali sono i nostri reali punti deboli o le nostre battaglie personali, perché dicendole a qualcuno ci rendiamo vulnerabili. Non è possibile di punto in bianco confidare tutti i segreti del nostro cuore a chi è seduto al nostro fianco, ma possiamo senza dubbio impegnarci a conquistare la confidenza dell'altro con la nostra fedeltà, e a esporci, per permettere agli altri di capire la nostra situazione (Salmo 15:2, dire la verità all'altro, come la si ha nel cuore).

B) L'ascolto attivo.  Vi è mai successo di parlare con qualcuno che palesemente aspetta solo che voi finiate per iniziare a dire lui quello che ha in mente? E' spiacevole. Ma a livelli diversi è un'attitudine dentro ciascuno di noi, perché ciascuno di noi vuole essere protagonista. Hanno costruito  Internet 2.0 proprio su questo concetto! Tutti vogliono esprimere il proprio pensiero, anche sopra quello degli altri. Ma Dio ci chiama a dare agli altri attenzione. Ad ascoltare attivamente quello che il prossimo ci sta dicendo, rinunciando a parlare con chi ci è più gradito in quel momento, rinunciando al cellulare, rinunciando ad andare a casa subito dopo la celebrazione domenicale. E' un sacrificio. Ma essere sacrifici viventi, santi e graditi a Dio significa anche questo. Ascoltiamo con interesse e scopriremo i tesori nei cuori dell'altro (Giacomo 1:19 lenti a parlare, lenti all'ira ma sempre pronti all'ascolto).

C) La comprensione. Se impariamo a dialogare e ad ascoltare meglio, impareremo anche a comprendere meglio l'altro. Comprenderlo non vuol dire giustificare i suoi errori o peccati, ma capire le sue difficoltà e spesso anche le circostanze che hanno portato a determinati errori o offese. Imparare a metterci “nei panni degli altri” è una risorsa utile e preziosa per ogni cristiano, perché riduce il giudizio, i sentimenti di superiorità e promuove invece la solidarietà di Cristo. Dopo aver compreso l'altro si può aiutarlo. Anche solo ad esprimere la nostra vicinanza a parole, o con piccoli gesti. E questo fa la differenza.
 
3) Avere aspettative sobrie sulle altre persone. Spesso abbiamo determinate aspettative sulle altre persone senza neanche informarle dei nostri pensieri e senza capire il loro punto di vista. E quando queste vengono disattese, ne siamo frustrati. Ebbene, non possiamo demandare tutto al fatto che l'altra persona “ci deve arrivare da sola”, perché sulla base di questo motto sono finite le migliori relazioni. 
 
La speranza insoddisfatta fa languire il cuore,
ma il desiderio realizzato è un albero di vita.
Proverbi 13:12  
 
E' necessario esporci, condividere cosa ci aspettiamo dagli altri in modo che lo sappiano, e capire qual è la situazione dell'altra persona e se può o meno realizzare la nostra aspettativa. Ci accorgeremo che non è sempre così, e in questo caso non dobbiamo cadere nel tranello dell'accusa. Se l'altra persona non può darci quello che ci aspettiamo, prendiamone atto senza recriminare. E' così e basta, senza cattiveria. Non possiamo mettere in croce l'altro per lacune e mancanze, per un semplice fatto: Cristo è già stato messo in croce proprio per quelle lacune e mancanze. Così come per le mie. Quindi prendiamone atto, senza giudicare o accusare: siamo tutti “work in progress” per il Signore.

4) Perdoniamoci a vicenda, perché questo è l'unico modo in cui poter vivere in famiglia. E ogni chiesa locale è una famiglia.

Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi.
Colossesi 3:13 

Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate, e vi sarà perdonato.
Luca 6:37 

Ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.
Matteo 6:15 

Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate; affinché il Padre vostro, che è nei cieli, vi perdoni le vostre colpe.
Marco 11:25  

Queste condizioni sono il nostro essere chiesa. Non possiamo partire che da qui, e non possiamo tornare che qui. La famiglia spirituale nella quale siamo è la casa del Signore e noi dobbiamo preservarla al meglio delle nostra possibilità. Essa è la famiglia che il Signore onora con la sua presenza, è la casa nella quale voglio e vogliamo abitare.
 
E se vi sembra sbagliato servire il SIGNORE, scegliete oggi chi volete servire: o gli dèi che i vostri padri servirono di là dal fiume o gli dèi degli Amorei, nel paese dei quali abitate; quanto a me e alla casa mia, serviremo il SIGNORE».
Giosuè 24:15  
 
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...