Traduttore


domenica 30 settembre 2018

La parabola del fattore infedele (ma astuto)

Le ricchezze non servono a nulla nel giorno dell'ira,
ma la giustizia salva dalla morte.

 Proverbi 11:4 

Nel sedicesimo capitolo del Vangelo secondo Luca troviamo due importanti e ampie parabole che hanno come tema le ricchezze. Come considerazione di carattere generale, Leland Ryken osserva che:
"La parabola è un racconto breve e semplice, solitamente allegorico, che serve principalmente a insegnare e in seconda istanza a intrattenere."1
Questo era uno dei principali metodi di Gesù di insegnare, e spesso il significato e l'insegnamento delle parabole lo troviamo esplicitato in un secondo momento dai vangeli affinché il significato potesse essere compreso dai lettori nel modo migliore. 

In questo contesto vorrei condividere alcune riflessioni sulla prima parabola di questo capitolo. Ben lontano da una esaustiva esegesi critica, il mio desiderio è qui quello di poter definire almeno il senso principale della parabola in esame e le sue conseguenze nella vita quotidiana di ogni cristiano. 

Veniamo dunque ora alla lettura del testo:
Gesù diceva ancora ai suoi discepoli: «Un uomo ricco aveva un fattore, il quale fu accusato davanti a lui di sperperare i suoi beni. Egli lo chiamò e gli disse: "Che cos'è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore". Il fattore disse fra sé: "Che farò, ora che il padrone mi toglie l'amministrazione? Di zappare non sono capace; di mendicare mi vergogno. So quello che farò, perché qualcuno mi riceva in casa sua quando dovrò lasciare l'amministrazione". Fece venire uno per uno i debitori del suo padrone, e disse al primo: "Quanto devi al mio padrone?" Quello rispose: "Cento bati d'olio". Egli disse: "Prendi la tua scritta, siedi, e scrivi presto: cinquanta". Poi disse a un altro: "E tu, quanto devi?" Quello rispose: "Cento cori di grano". Egli disse: "Prendi la tua scritta, e scrivi: ottanta". E il padrone lodò il fattore disonesto perché aveva agito con avvedutezza; poiché i figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce. 

E io vi dico: fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste; perché quando esse verranno a mancare, quelli vi ricevano nelle dimore eterne. 

Chi è fedele nelle cose minime, è fedele anche nelle grandi; e chi è ingiusto nelle cose minime, è ingiusto anche nelle grandi. Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà quelle vere? E, se non siete stati fedeli nei beni altrui, chi vi darà i vostri? 

Nessun domestico può servire due padroni; perché o odierà l'uno e amerà l'altro, o avrà riguardo per l'uno e disprezzo per l'altro. Voi non potete servire Dio e Mammona».
Luca 16:1-13.
Come possiamo notare dalla lettura del brano, quest'ultimo si divide in due parti: la prima è composta dalla parabola in sé e la seconda da tre diversi detti di Gesù riguardanti proprio il tema delle ricchezze. 

Partendo dalla parabola possiamo rilevare già da una veloce lettura preliminare come ci siano due particolari eventi di specifico rilievo nel suo racconto: il primo è iniziale e riguarda l'infedeltà nella gestione amministrativa del fattore, mentre il secondo - e questo è il vero e proprio punto di svolta - riguarda la sua astuzia per evitare il peggio in seguito a un suo probabile licenziamento. Al termine della storia questo fattore viene lodato dal padrone non certo per la sua infedeltà ma piuttosto per la sua avvedutezza. È quest'ultima dunque il perno attorno al quale ruota tutta la storia e la chiave attraverso la quale poterne comprendere il senso. Il termine tradotto in questo modo è reso nell'originale greco con l'avverbio phronimōs, il cui significato è appunto: prudentemente, con saggezza.2 I discepoli di Gesù sono esortati quindi ad essere scaltri e agili nel volgere l'attuale situazione a proprio vantaggio proprio come questo fattore e, come chiarisce il primo detto successivo alla parabola, a farsi degli amici con le ricchezze ingiuste. A questo riguardo un primo significato può essere quello di investire dei soldi in modo saggio facendo delle elemosine a favore di coloro che, essendo nella distretta, sono amici di Dio; in modo che quando arriverà il Regno essi possano dare accoglienza nelle tende (come riporta l'originale termine skēnē) eterne. 

La parola skēnē evoca gli avvenimenti dell'esodo e del tabernacolo di Mosè, la cui associazione testuale del resto è evidente proprio nel secondo libro di Luca, nel contesto del discorso di Stefano. Leggiamo infatti:
I nostri padri avevano nel deserto la tenda della testimonianza, come aveva ordinato colui che aveva detto a Mosè di farla secondo il modello da lui veduto.
Atti 7:44
Ecco perciò che queste tende eterne della parabola possono essere comprese come il luogo della presenza di Dio, al pari del tabernacolo di Mosè. È da questo luogo che gli amici possono accogliere coloro che ascoltano Gesù e ubbidiscono a questo suo insegnamento. È in questo luogo che i poveri (in spirito) e i mansueti hanno la loro ricompensa (cfr. Mt. 5).

Il secondo detto di Gesù invece riprende il tema della fedeltà, e mette in guardia - al contrario - dal praticare una amministrazione infedele anche se in piccole cose. Una applicazione concreta poteva essere al tempo di Luca relativa ai credenti che nelle comunità avevano lo scopo di amministrarne i beni economici. Vediamo che l'assistenza alle vedove e ai bisognosi è un tema molto caro agli scritti lucani (cfr. Lc. 20:47, Atti 6:1) come al Nuovo Testamento nel suo insieme e non è inverosimile ipotizzare un accento particolare 1) sul dovere delle chiese di venire incontro bisogni degli indigenti e 2) al fatto che i soldi accumulati non venissero sperperati in opere inutili o fossero appropriati in modo indebito ma appunto utilizzati per questo scopo.

L'ultimo detto, infine, riguarda il fatto che così come non si possono avere due padroni, allo stesso modo non si può amare il denaro e servire Dio perché sono due realtà inconciliabili. L'amore per il denaro porta all'egoismo, all'ingiustizia sociale, alla perdita di qualsiasi scrupolo pur di accumulare nuovi patrimoni. Dio invece conduce alla considerazione dei bisogni del prossimo, alla giustizia e alla privazione di qualche bene personale pur di aiutare chi è in maggior difficoltà. Va da sé che questi due tipi di attitudini e comportamenti sono contrari l'uno all'altra e non possono in nessun modo coesistere. A noi dunque la scelta.

CONSIDERAZIONI FINALI

La parabola del fattore infedele o come sarebbe più opportuno chiamarla, del fattore astuto, ha come tema principale la gestione delle ricchezze.

Con questa parabola Gesù ci esorta principalmente a:


1) Essere saggi nell'amministrazione economica personale e, quando è il caso, in quella della comunità senza approfittarsi di nessuno per il proprio tornaconto ma al contrario aiutando economicamente coloro che sono in difficoltà. Questo comportamente viene lodato dal padrone della parabola anche se motivato da intenti egoistici. Questa è una "astuzia" positiva perché risulta un investimento in quello che nel Regno di Dio ha una durata eterna.

2) Evitare di amministrare le proprie risorse in modo infedele. Infatti la ricchezza di quaggiù è ben poca cosa rispetto a quella "vera" ossia a quella spirituale, che viene e verrà affidata da Dio solo a coloro che si dimostrano fedeli nelle piccole cose. 

3) Nella teoria così come nella pratica è impossibile essere affettivamente e avidamente coinvolti nella propria ricchezza e al contempo essere servi di Dio perché si può essere sottomessi solo all'uno o all'altro, in modo esclusivo.


Note:

[1] Leland Ryken, Le forme letterarie nella Bibbia, Edizioni GBU, Chieti, 2004, cit. p. 111.
[2] https://www.blueletterbible.org/lang/lexicon/lexicon.cfm?Strongs=G5430&t=KJV

domenica 2 settembre 2018

Consci del momento cruciale

"L'anima mia anela al Signore
più che le guardie non anelino al mattino,
più che le guardie al mattino."

Salmo 130:6

Nota: ho predicato questo sermone nella Chiesa Evangelica Battista di Rapallo il 2/9/2018.

SALMO LITURGICO

Lettura nel culto del Salmo 130. 

O SIGNORE, io grido a te da luoghi profondi!
Signore, ascolta il mio grido;
siano le tue orecchie attente al mio grido d'aiuto!
Se tieni conto delle colpe, Signore,
chi potrà resistere?
Ma presso di te è il perdono,
perché tu sia temuto.
Io aspetto il SIGNORE, l'anima mia lo aspetta;
io spero nella sua parola.
L'anima mia anela al Signore
più che le guardie non anelino al mattino,
più che le guardie al mattino.
O Israele, spera nel SIGNORE,
poiché presso il SIGNORE è la misericordia
e la redenzione abbonda presso di lui.
Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe.
Salmo 130 Canto dei pellegrinaggi. 

INTRODUZIONE

Nel decennio tra il 47 e il 57 d.C., l'apostolo Paolo ha evangelizzato con grande impegno le terre bagnate dal Mar Egeo. La Macedonia, l'Acaia, la Galazia e l'Asia sono state raggiunte dal Vangelo vedendo la formazione di numerose comunità cristiane delle quali abbiamo notizie proprio nel Nuovo Testamento. Alla fine di questo periodo Paolo sapeva di aver concluso la propria missione in queste regioni e, avendo l'ambizione di predicare il vangelo là dove non era ancora stato predicato il nome di Cristo (Rm. 15:20), inizia a guardare alla più antica provincia romana in Occidente: la Spagna (Rm. 15:28). Prima di raggiungere questa terra, però, restava l'incombenza di portare a Gerusalemme la colletta raccolta nelle chiese da lui fondate e il desiderio di raggiungere Roma e visitare questa comunità cristiana che ancora non aveva avuto la possibilità di conoscere interamente. Nell'inverno tra il 56 e il 57 d.C., quindi, da Corinto egli scrive la Lettera ai Romani con l'intento di presentare la completezza della tradizione e delle rivelazioni ricevute, prima di raggiungere personalmente questa importante città.

I temi trattati nella Lettera ai Romani sono davvero tanti e importanti. Egli parla infatti del peccato e della retribuzione, della via della giustizia e della via della santità, dell'incredulità umana e della grazia divina. Ma dopo tutti questi argomenti egli presenta con poche parole il senso della vita cristiana in tempi critici come quelli attuali. Ed è proprio questo il brano che desidero considerare assieme a voi questa sera. 
 
LA VITA CRISTIANA NEL MOMENTO CRUCIALE

E questo dobbiamo fare, consci del momento cruciale: è ora ormai che vi svegliate dal sonno; perché adesso la salvezza ci è più vicina di quando credemmo. La notte è avanzata, il giorno è vicino; gettiamo dunque via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno, senza gozzoviglie e ubriachezze; senza immoralità e dissolutezza; senza contese e gelosie; ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non abbiate cura della carne per soddisfarne i desideri.
Lettera ai Romani 13:11-14

Paolo era consapevole di vivere in un momento cruciale del tempo. La sua importanza era data dal Signore Gesù: la cui vita, morte e risurrezione ha scandito l'ultimo rintocco nell'orologio di Dio. La sua risurrezione infatti ha dato inizio a una fase che il Nuovo Testamento chiama quattro volte con “ultimi tempi” e cinque volte con l'espressione “ultimi giorni” nella quale possiamo vivere un'anticipazione di quello che sta per arrivare in modo definitivo, di quello che è prossimo ma non ancora raggiunto. In forma di anticipazione, infatti, noi viviamo le “primizie” dello Spirito (8:23). Viviamo nella speranza della salvezza (8:24), sapendo che la sua manifestazione visibile è riservata per un tempo futuro ma vicino. Viviamo nell'attesa che anche il cosmo sia restaurato in Cristo, e che il velo di vanità a cui è stato sottoposto nella storia venga infine tolto. La pienezza della presenza di Dio, il compimento della nostra salvezza, la restaurazione del creato stanno arrivando. Ma, prima che arrivino, il Signore continua a chiedere a tutti coloro che chiama – ossia a ciascuno di noi – di seguire i suoi passi, osservare i suoi comandamenti e condividere il Vangelo di Dio. Da tutto questo arriva l'esortazione che ci rivolge l'apostolo Paolo. La vita cristiana è una vita che aderisce all'appello di Cristo ma non lo fa in un tempo qualsiasi ma in un tempo cruciale. Siamo al crocevia delle epoche, ed è in questo tempo che è richiesto il nostro servizio. Riconoscendo l'importanza di questo, la nostra prospettiva si allarga e molti altri aspetti futili cadono in secondo piano.

E' questo, infatti, il motivo per cui dobbiamo svegliarci dal sonno: perché la salvezza ci è più vicina di quando credemmo. In quanto credenti, la notte non ci appartiene: l'incoscienza, gli eccessi, l'ubriachezza non riguardano la vita dei cristiani ed è per questo che essi devono gettare via le opere delle tenebre. Vista dall'altro lato, le tenebre stanno comunque per scomparire con l'arrivo del giorno: presto non sarà più tempo per loro e per le loro opere! Anche per questo devono essere abbandonate ora, prima dell'apparizione del Signore. Ci viene richiesto inoltre di essere svegli e non addormentati, ossia di essere consapevoli di quello che avviene attorno a noi e di intervenire consapevolmente per fare la nostra parte piuttosto che subire ogni cosa passivamente. La passività appartiene a chi non conosce quello che sta avvenendo e il Signore che sta governando, ma noi conosciamo entrambi questi aspetti ed è per questo che possiamo indossare le armi della luce.

Cosa sono queste armi della luce? Ai giorni nostri questa espressione sembra quasi uscita da un libro New Age, naturalmente invece non vi ha nulla a che fare. Per capire il significato di queste parole dobbiamo allargare la nostra indagine ad altre lettere paoline. Sei o sette anni prima infatti l'apostolo aveva scritto la sua prima lettera alla comunità appena fondata a Tessalonica una esortazione molto simile a questa, parlando della corazza della fede e dell'amore e dell'elmo della speranza della salvezza (1 Tess. 5:8). Questo concetto sarà poi espresso in modo ancor più approfondito nel famoso brano relativo alla completa armatura di Dio della Lettera agli Efesini (6:11 e ss.). Ecco quindi quali sono le nostre armi della luce! L'esortazione è quella di comportarsi onestamente, senza gozzoviglie e ubriachezza o immoralità e gelosia, indossando la fede e l'amore assieme alla speranza della salvezza. L'apostolo però va oltre e arriva a dire: “rivestitevi del Signore Gesù Cristo”! Nell'opera “Antichità romane” pubblicata nell'8 a.C. - quindi una sessantina di anni prima della nostra lettera – l'autore usa una espressione vicina quando scrive “rivestirsi di Tarquinio” indicando in questo modo l'atto di recitare facendo la parte di tale Tarquinio. L'indicazione apostolica che stiamo valutando però ha un retroterra teologico diverso. L'insegnamento pratico dato ai convertiti nel Nuovo Testamento era infatti frequentemente quello di “rivestirsi” delle virtù cristiane come se fossero abiti (cfr. Col. 3:12), e poiché questi aspetti riguardano la loro e la nostra nuova natura in Cristo, con una semplice transizione è possibile dire:

Infatti voi tutti che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo.
Galati 3:27

L'agire cristiano dunque non riguarda una recita, ma una identificazione. Battezzati in Cristo abbiamo ricevuto una nuova identità e ora la personalità di Cristo è riprodotta nel suo popolo, è riprodotta in noi. Per questo dobbiamo essere consapevoli (ossia porre la nostra attenzione a questa verità spirituale) di tale aspetto e vivere conformemente a questa nostra condizione. Non avendo cura della carne per soddisfarne i desideri, la nostra condizione spirituale in Cristo troverà spazio per manifestarsi ed esprimere il carattere stesso del Signore. E tutto questo, in un tempo così cruciale. Un tempo che aspetta il nostro passo di ubbidienza al Signore, prima del suo ritorno.

CONCLUSIONE

Nell'importantissima Lettera di Paolo ai Romani abbiamo considerato un breve estratto che riguarda una esortazione per la vita cristiana in tempi cruciali, e tali sono anche e proprio i nostri tempi. L'immagine presentata è quella di una notte avanzata che sta per raggiungere i primi bagliori dell'alba e rappresenta il periodo che stiamo vivendo in attesa della “lucente stella del mattino”, ossia in attesa del ritorno del Signore. In questo tempo di particolare attesa e tensione siamo chiamati ad abbandonare le opere delle tenebre, ossia a non curarci della nostra carne e dei suoi desideri, e a indossare le armi della luce rivestendoci del Signore Gesù Cristo. Avendo aderito all'appello del Vangelo di Dio, infatti, ed essendoci battezzati in lui ora ci siamo anche rivestiti di lui: ossia abbiamo ricevuto la sua giustizia e la possibilità di manifestare gli aspetti del suo carattere. Questo deve essere il modo che caratterizza la nostra vita, nell'attesa della beata speranza della sua apparizione (cfr. Tito 2:11-14).

lunedì 23 luglio 2018

La cristologia di Adamo

 
 Così anche sta scritto: «Il primo uomo, Adamo, divenne anima vivente»; l'ultimo Adamo è spirito vivificante.
1 Corinzi 5:45

 
In questo importantissimo capitolo della prima lettera ai corinzi, l'apostolo Paolo suggella un paragone tra il primo Adamo e quello che lui chiama l'ultimo Adamo, ossia Gesù. Egli, dice lui, è spirito vivificante. Cosa significa questa cosa? Per comprenderlo dobbiamo capire il procedimento di ragionamento usato da Paolo. Quella che lui evidenzia infatti non è un paragone generico ma è un procedimento chiamato tipologia. Cos'è la tipologia? E' l'accostamento di una persona o situazione dell'Antico Testamento con un'altra del Nuovo Testamento. Noi sappiamo che:

La legge, infatti, possiede solo un'ombra dei beni futuri, non la realtà stessa delle cose.
Ebrei 10:1

Pertanto la tipologia guarda ai "tipi", che possono essere considerati le ombre che sono nell'Antico Testamento per poi fare una correlazione con il relativo "antitipo" nel Nuovo Testamento, ossia le realtà ultime e definitive. Nel versetto che abbiamo visto, Paolo fa una citazione tratta da Genesi:

Dio il SIGNORE formò l'uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l'uomo divenne un'anima vivente.
Genesi 2:7

Tra il Dio lontanissimo e la polvere della terra, tra questa enorme distanza, scorre il respiro di Dio che toccando la polvere della terra la anima e le dà vita: nasce così Adamo, il primo essere umano. Egli è un'anima vivente e gli viene dato l'incarico di custodire e lavorare il giardino. 

In origine vi era:
- il giardino
- Eden
- il resto della terra. 

Questa struttura è la stessa della tenda di convegno e del successivo tempio: luogo santissimo, luogo santo e cortile. Adamo aveva l'incarico di custodire il giardino e porre il dominio sul resto della terra (animali). Adamo doveva eseguire la volontà di Dio sulla terra così come gli angeli la eseguivano nel cielo. Ma Adamo fallisce. Per questo motivo, la stessa sfida si ripropone a Noè, con un nuovo patto, poi Abramo, poi Mosè, ripresentando il medesimo modello. Nessuno però riesce pienamente nel proposito di Dio, così come lo possiamo rilevare nel Salmo 8:

Quand'io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai disposte,
che cos'è l'uomo perché tu lo ricordi?
Il figlio dell'uomo perché te ne prenda cura?
Eppure tu l'hai fatto solo di poco inferiore a Dio,
e l'hai coronato di gloria e d'onore.
Tu lo hai fatto dominare sulle opere delle tue mani,
hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi:
pecore e buoi tutti quanti
e anche le bestie selvatiche della campagna;
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
tutto quel che percorre i sentieri dei mari.
Salmo 8:3-8

Questa è forse la descrizione dello stato attuale dell'uomo? Ricordandoci di Romani c. 3 possiamo dire senza ombra di dubbio: no! Dio ha coronato l'uomo di onore e di gloria, ma egli purtroppo l'ha ceduta. Adamo ha fallito. E noi tutti, in quanto esseri umani, abbiamo fallito in lui e con lui. Siamo figli di Adamo, tutti noi, e in noi stessi non abbiamo la possibilità di agire diversamente da lui. Questa spirale quindi sembrava infinita e dall'interno nessun uomo di Dio ha saputo e potuto romperla. E' servito per questo motivo un intervento che fosse sia interno che esterno. Qualcuno che fosse l'Uomo di Dio che Dio aveva desiderato fin da subito, qualcuno che riprendesse l'eredità di Adamo e la portasse a pieno compimento. Qualcuno che fosse figlio dell'uomo, ma che fosse anche Figlio di Dio. E noi sappiamo che questo qualcuno è Gesù.

Gesù è stato tentato da satana, e ha superato la tentazione.
E' riuscito a fare la volontà di Dio sulla terra esattamente come era fatta anche nel cielo e ha insegnato a pregare in questo stesso modo! E' morto al posto nostro, e questo lo sappiamo, ma lo ha potuto fare proprio perché prima è vissuto al posto nostro. La sua vita è stata rappresentativa dell'umanità e per questo motivo anche la sua morte è potuto esserlo. E come sappiamo non è solo morto al posto nostro ma ha anche permesso in una sorta di scambio sacrificale che lo Spirito di adozione venisse a noi e che la maledizione del rigetto andasse su di lui sulla croce. Gesù ha riconquistato quello che era perduto: ha riconquistato con la sua vita e con la sua morte la gloria e l'onore che sarebbero spettati ad Adamo se non fosse caduto. E riconquistando questa gloria e questo onore di conseguenza ha conquistato anche una signoria, vedendo sottomesse a sé ogni cosa. Per questo motivo l'apostolo Paolo cita ripetutamente il Salmo 8 in relazione allo stato esaltato di Gesù:

Difatti, Dio ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi; ma quando dice che ogni cosa gli è sottoposta, è chiaro che colui che gli ha sottoposto ogni cosa, ne è eccettuato.
1 Corinzi 15:27

Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove aspettiamo anche il Salvatore, Gesù Cristo, il Signore, che trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, mediante il potere che egli ha di sottomettere a sé ogni cosa.
Filippesi 3:20, 21

Ogni cosa egli ha posta sotto i suoi piedi e lo ha dato per capo supremo alla chiesa, che è il corpo di lui, il compimento di colui che porta a compimento ogni cosa in tutti.
Efesini 1:22,23

E poi ancora, e in modo esplicito, leggiamo nella Lettera agli Ebrei:

Difatti, non è ad angeli che Dio ha sottoposto il mondo futuro del quale parliamo; anzi, qualcuno in un passo della Scrittura ha reso questa testimonianza:
«Che cos'è l'uomo perché tu ti ricordi di lui
o il figlio dell'uomo perché tu ti curi di lui?
Tu lo hai fatto di poco inferiore agli angeli;
lo hai coronato di gloria e d'onore;
tu hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi».
Avendogli sottoposto tutte le cose, Dio non ha lasciato nulla che non gli sia soggetto. Al presente però non vediamo ancora che tutte le cose gli siano sottoposte; però vediamo colui che è stato fatto di poco inferiore agli angeli, cioè Gesù, coronato di gloria e di onore a motivo della morte che ha sofferto, affinché, per la grazia di Dio, gustasse la morte per tutti.
Ebrei 2:5-9

Gesù ha vissuto come completo e perfetto Uomo di Dio. Come l'Adamo definitivo. Ha riconquistato lo status che avevamo perduto annullando il corpo del peccato ed è morto al posto nostro, risorgendo per vedere tutte le cose sottomesse al proprio dominio. Egli quindi, di conseguenza, è spirito vivificante.

Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta.
1 Corinzi 15:22, 23

Tutti noi nasciamo in Adamo, viviamo in Adamo e moriamo in Adamo.
Chi incontra Cristo però, nasce anche dall'alto, vive contemporaneamente in Adamo e in Cristo, finché muore per poi risorgere con un corpo glorificato a suo tempo, così come anche Cristo è risorto. Al suo ritorno infatti noi credenti saremo vivificati, saremo per sempre assieme a lui, che è l'ultimo e definitivo Adamo e che ha fatto di ciascuno di noi dei figli e delle figlie di Dio.

domenica 13 maggio 2018

Da schiavo a fratello

Paolo, prigioniero di Cristo Gesù, e il fratello Timoteo, al caro Filemone, nostro collaboratore.
Filemone 1 



















INTRODUZIONE

La lettera a Filemone è la più breve lettera scritta dall'apostolo Paolo e la terza più breve di tutto il Nuovo Testamento in quanto composta da soli venticinque versetti. Paolo scrive a Filemone che considera "suo collaboratore" (v. 1), come dimostra il fatto che una chiesa si riunisce a casa sua (v. 2). Egli viene definito inoltre suo debitore (v. 19) indicando in questo modo con ogni probabilità che l'apostolo dei gentili lo aveva convertito personalmente.1 Di Filemone apprendiamo che possedeva uno schiavo di nome Onesimo (v. 10), il quale in passato si era rivelato inutile (v. 11), gli doveva del denaro e gli aveva recato qualche danno (v. 18). Dai saluti finali della Lettera ai Colossesi apprendiamo poi che Filemone e Onesimo erano di Colossi e che quest'ultimo deve essere tornato a casa dopo la redazione di entrambe queste lettere:

Tutto ciò che mi riguarda ve lo farà sapere Tichico, il caro fratello e fedele servitore, mio compagno di servizio nel Signore. Ve l'ho mandato appunto perché conosciate la nostra situazione ed egli consoli i vostri cuori; e con lui ho mandato il fedele e caro fratello Onesimo, che è dei vostri. Essi vi faranno sapere tutto ciò che accade qui.
Colossesi 4:7-9

Scrivendo questa missiva privata destinata a Filemone, Paolo afferma più volte di essere prigioniero. Si tratta di una prigionia sperimentata in condizioni che rendevano possibile leggere e scrivere, quindi con uno stato di semilibertà che l'apostolo aveva sperimentato a Cesarea (Atti 24:23) e a Roma (Atti 28:30). La tradizione cristiana ha collocato la redazione di questa lettera assieme alle altre della prigionia (Filippesi, Efesini, Colossesi e 2 Timoteo) nel contesto della prigionia romana, intorno al 62 d.C.2 Quanto all'occasione di scrittura della lettera, lasciamo che sia essa stessa a parlarne.   


NON PIù COME SCHIAVO MA COME UN FRATELLO CARO

Da un punto di vista letterario il corpo della lettera si sviluppa nei versetti 8-20 ed è costituito da due parti: la prima relativa a una esposizione dei fatti e la seconda relativa alla loro soluzione.3

ESPOSIZIONE
Perciò, pur avendo molta libertà in Cristo di comandarti quello che conviene fare, preferisco fare appello al tuo amore, semplicemente come Paolo, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù; ti prego per mio figlio che ho generato mentre ero in catene, per Onesimo, un tempo inutile a te, ma che ora è utile a te e a me. Te lo rimando, lui, che amo come il mio cuore. Avrei voluto tenerlo con me, perché in vece tua mi servisse nelle catene che porto a motivo del vangelo; ma non ho voluto fare nulla senza il tuo consenso, perché la tua buona azione non fosse forzata, ma volontaria.

SOLUZIONE Forse proprio per questo egli è stato lontano da te per un po' di tempo, perché tu lo riavessi per sempre; non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello caro specialmente a me, ma ora molto più a te, sia sul piano umano sia nel Signore! Se dunque tu mi consideri in comunione con te, accoglilo come me stesso. Se ti ha fatto qualche torto o ti deve qualcosa, addebitalo a me. Io, Paolo, lo scrivo di mia propria mano: pagherò io; per non dirti che tu mi sei debitore perfino di te stesso. Sì, fratello, io vorrei che tu mi fossi utile nel Signore; rasserena il mio cuore in Cristo. Ti scrivo fiducioso nella tua ubbidienza, sapendo che farai anche più di quel che ti chiedo.
Filemone 8-20

Onesimo era scappato dal suo padrone e in circostanze sconosciute era arrivato a incontrare Paolo, nel frattempo agli "arresti domiciliari". Da questo incontro è nato qualcosa di inaspettato: Onesimo si è convertito a Cristo. Passando del tempo insieme in seguito a questo evento, egli è diventato grandemente amato da Paolo, e di sicuro l'affetto veniva ricambiato visto che Onesimo nel frattempo era diventato molto utile all'apostolo, limitato dalla sua prigionia. In questa situazione però, sebbene Paolo avesse una autorità spirituale sopra Filemone egli non volle usufruirne, decidendo di rimandare Onesimo da Filemone raccomandandosi con quest'ultimo di accoglierlo come sé stesso, addebitandogli ogni danno economico che poteva aver ricevuto.

Nelle sue lettere, Paolo non rivoluziona mai l'istituzione sociale della schiavitù perché era ben consapevole che il vero cambiamento poteva avvenire solo dall'interno: solo dal cuore di ogni singolo padrone e di ogni singolo schiavo credente. Alla chiesa di Colossi dirà:


Servi, ubbidite in ogni cosa ai vostri padroni secondo la carne; non servendoli soltanto quando vi vedono, come per piacere agli uomini, ma con semplicità di cuore, temendo il Signore.

Padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone nel cielo.
Colossesi 3:22 e 4:1

E in modo simile troviamo nella Lettera agli Efesini: 

Servi, ubbidite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, nella semplicità del vostro cuore, come a Cristo, non servendo per essere visti, come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo. Fate la volontà di Dio di buon animo, servendo con benevolenza, come se serviste il Signore e non gli uomini; sapendo che ognuno, quando abbia fatto qualche bene, ne riceverà la ricompensa dal Signore, servo o libero che sia. Voi, padroni, agite allo stesso modo verso di loro astenendovi dalle minacce, sapendo che il Signore vostro e loro è nel cielo e che presso di lui non c'è favoritismo.
Efesini 6:5-9

 
Di fronte al Signore non vi sono favoritismi, ma c'è invece la libertà per tutti di servirlo. Non nella ribellione, ma nell'amore per Dio e per il prossimo. L'amore supera ogni distinzione sociale senza annullarla nella relativa istituzione ma trasformandola nella sostanza. Questa è la trasformazione che viene esemplificata, evidenziata e testimoniata proprio dalla vicenda di Onesimo.
 
NON PIù SCHIAVO DEL PECCATO MA SERVO DELLA GIUSTIZIA

Alzando lo sguardo da questa situazione specifica per guardare il cuore del messaggio dell'apostolo Paolo nelle sue lettere, non può passare inosservato il fatto che egli in molti brani egli utilizzi proprio la situazione di schiavitù (ben radicata nella società dei suoi lettori immediati) come esempio per descrivere una realtà spirituale ancora più ampia. La schiavitù e la liberazione da quest'ultima diviene infatti occasione per parlare del significato della grazia e di cosa significhi vivere in essa.

Che faremo dunque? Peccheremo forse perché non siamo sotto la legge ma sotto la grazia? No di certo! Non sapete voi che se vi offrite a qualcuno come schiavi per ubbidirgli, siete schiavi di colui a cui ubbidite: o del peccato che conduce alla morte o dell'ubbidienza che conduce alla giustizia? Ma sia ringraziato Dio perché eravate schiavi del peccato ma avete ubbidito di cuore a quella forma d'insegnamento che vi è stata trasmessa; e, liberati dal peccato, siete diventati servi della giustizia. Parlo alla maniera degli uomini, a causa della debolezza della vostra carne; poiché, come già prestaste le vostre membra a servizio dell'impurità e dell'iniquità per commettere l'iniquità, così prestate ora le vostre membra a servizio della giustizia per la santificazione. Perché quando eravate schiavi del peccato, eravate liberi riguardo alla giustizia. Quale frutto dunque avevate allora? Di queste cose ora vi vergognate, poiché la loro fine è la morte. Ma ora, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, avete per frutto la vostra santificazione e per fine la vita eterna; perché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore.
Romani 6:15-23

Prima di conoscere Cristo, ogni persona era schiava del peccato. Ma dopo questo incontro è avvenuta una liberazione da questo vincolo (resa possibile dalla morte sostitutiva del Signore) con lo scopo di creare un nuovo vincolo non più con il peccato ma questa volta con l'ubbidienza (a Dio) che porta alla giustizia. Anche volendo, prima non vi era alcuna possibilità legale per poter scegliere un altro padrone: il legame con il peccato era sancito e inviolabile. La grandezza dell'opera di Cristo sta quindi proprio in questo: nell'aver distrutto questo legame e ripristinato una nuova libertà che ha per frutto la santificazione e per fine la vita eterna. 

Ecco quindi che come uno schiavo cristiano aveva la possibilità di servire il proprio padrone e la famiglia che serviva con fedeltà proprio in quanto servo di Cristo, in modo simile ogni credente socialmente libero ha la stessa libertà di non peccare ma ubbidire al Signore in ogni cosa, perseguendo la giustizia in sottomissione alle autorità stabilite da Dio. Il tratto comune è proprio la libertà di ubbidire a servizio della giustizia. Questo è ciò che caratterizza ogni credente, il modo in cui può fare la differenza nel mondo. 

CONCLUSIONE

L'apostolo Paolo proprio mentre era nello stato di maggiore necessità e indigenza ha incontrato uno schiavo ribelle e, predicando il Vangelo, ha reso possibile la sua conversione stringendo un forte legame di amicizia reso possibile dalla nuova condizione di fratellanza nel Signore. Per essere un esempio fino all'ultimo, nonostante la sua autorità apostolica, ha scelto di far tornare Onesimo dal suo padrone accompagnato da alcune lettere, nonostante ne avesse un gran bisogno.

Questa vicenda testimoniata dalla Lettera a Filemone è inserita nella cornice della schiavitù nell'antichità e di come questa poteva essere tollerata all'interno delle comunità cristiane del I secolo. 


Ma a sua volta anche questa cornice è usata altrove proprio dall'apostolo Paolo per descrivere lo stato di libertà del cristiano di fronte al peccato e alla morte: liberato del peccato il credente rigenerato dallo Spirito Santo infatti ha la libertà di vivere perseguendo la santificazione per servire non più il peccato ma ora la giustizia. Schiavi e liberi, genitori e figli, uomini e donne, tutti coloro che abbracciano Cristo diventano in lui fratelli e sorelle; sono accomunati da una stessa condizione per un medesimo fine: la vita eterna.

 

Note:

[1] Jordi Sanchez Bosh, Scritti Paolini, Paideia editrice, Brescia, 2001, p. 303.
[2] Su questo tema tuttavia è ancora in corso un dibattito, essendoci anche altre possibilità ugualmente se non maggiormente probabili. Per approfondire il tema consiglio di consultare: J. S. Bosh, Scritti Paolini, Paideia editrice, Brescia, 2001, pp. 314-317. 
[3] Id. Ibid. p. 309.

domenica 1 aprile 2018

Cristo è risorto! È davvero risorto!



















Nota: questi sono gli appunti del sermone che ho predicato il 16 aprile 2017 nella Missione Oikos di Como.

Nel secondo viaggio missionario (Atti 18, c.a. 50 d.C.) Paolo arriva a Corinto, evangelizza i giudei della sinagoga locale e poi anche i gentili, costituendo con i primi convertiti una comunità cristiana. Dopo la sua partenza continua ad intrattenere una conversazione epistolare con questa realtà locale e, apprendendo di alcune difficoltà, scrive loro una prima lettera e poi questa missiva conosciuta come la Prima Lettera di Paolo ai Corinti. La scrive da Efeso, circa nel 52 d.C. All'inizio della lettera afferma l'importanza della predicazione di Cristo crocifisso rispetto a quella di discorsi persuasivi di sapienza umana, perché è piaciuto a Dio portare la salvezza attraverso l'annuncio della morte di
Cristo (e quindi attraverso la fede) e non con la logica e la sapienza umana.

Tra le tante questioni che Paolo deve affrontare, ce n'è una molto importante: la veridicità della risurrezione del Signore. Alcuni avevano iniziato ad affermare che Cristo non era davvero risorto e che non vi è risurrezione dei morti. Ai credenti di Corinto (tra cui stavano questi negazionisti), l'apostolo risponde in modo risoluto, prima affermando che la fede cristiana sta o cade proprio sulla dottrina della risurrezione, e poi ribadendo con forza la realtà storica e spirituale della risurrezione del Signore. Ma vediamo ora nel dettaglio le sue argomentazioni.

1. Se Cristo non è risorto, vana è la fede cristiana

Ora se si predica che Cristo è stato risuscitato dai morti, come mai alcuni tra voi dicono che non c'è risurrezione dei morti? Ma se non vi è risurrezione dei morti, neppure Cristo è stato risuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede. Noi siamo anche trovati falsi testimoni di Dio, poiché abbiamo testimoniato di Dio, che egli ha risuscitato il Cristo; il quale egli non ha risuscitato, se è vero che i morti non risuscitano. Difatti, se i morti non risuscitano, neppure Cristo è stato risuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati. Anche quelli che sono morti in Cristo sono dunque periti. Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini.
1Corinzi 15:12-19

La confutazione/argomentazione di Paolo si svolge principalmente in due momenti. In questo primo momento egli con enorme onestà evidenzia fino in fondo le conseguenze della tesi di alcuni circa la mancata risurrezione. La risurrezione del Signore è la predicazione apostolica, ed essa è la fede di tutti i cristiani. Se la risurrezione non è avvenuta, la predicazione apostolica si dovrebbe considerare falsa, e la stessa fede cristiana si dovrebbe considerare nello stesso modo. Poco prima però, l'apostolo Paolo aveva portato a dimostrazione dell'avvenuta risurrezione una testimonianza speciale:

Poi apparve a più di cinquecento fratelli in una volta, dei quali la maggior parte rimane ancora in vita e alcuni sono morti.
1Corinzi 15:6

Il Signore risorto non è stato visto solo dai dodici apostoli e da Paolo in visione, ma da più di cinquecento fratelli in una volta sola. Cinquecento testimoni oculari che hanno riconosciuto questo evento come storico e che hanno portato ovunque la testimonianza della fede pasquale.
Dalla risurrezione del Signore scaturisce la disponibilità della giustizia acquistata, lo Spirito della vita che vivifica i cristiani e la piena speranza della loro risurrezione futura. Al contrario, se Cristo non è stato risuscitato, i credenti sono ancora nei loro peccati (non c'è giustificazione presso il Padre, né libertà di non peccare), e la loro morte è definitiva e inutile. Non vi sarebbe alcun senso.

Se speriamo per questa vita soltanto, noi cristiani siamo i più miseri fra tutti gli uomini.
È così, e questo ci deve far riflettere sulla nostra fede e sulla nostra necessità di chiedere a Dio di accrescere la nostra fede. Personalmente, non mi piace tanto la parola “dogma”, perché allude ad una sorta di costrizione, all'obbligo di accettare anche in modo irrazionale qualsiasi affermazione che viene data in tema religioso. Nella Bibbia non troviamo in effetti questo termine, ma troviamo invece molto frequentemente il termine pìstis, ossia fede. La fede è qualcosa di personale e comunitario allo stesso tempo, è qualcosa che nasce dalla propria interiorità e dalla propria esperienza spirituale prima di tutto (e quindi non nasce dall'esterno). La fede nasce da una chiamata che Dio rivolge personalmente ai singoli credenti. E dopo – SOLO DOPO – la risposta a questa chiamata, i credenti possono finalmente prendere coscienza delle chiamate di chi hanno a fianco e mettere in comune la propria fede per viverla appunto anche a livello comunitario. Essa non deve essere qualcosa di imposto ma qualcosa che nasce spiritualmente e spontaneamente e che solo poi viene vissuta anche nell'orizzonte sociale. Nella nostra comunità locale, siamo qui perché abbiamo vissuto ciascuno la propria esperienza di conversione personale e in seguito a questa possiamo testimoniare dell'amore di Dio in Cristo e invitare (implorare!) altre persone a rispondere all'appello che reca il Vangelo. Qual è, però, questo appello? Qual è il vangelo?

2. Cristo è stato risuscitato, e in lui tutti sono riempiti di vita

Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta; poi verrà la fine, quando consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre, dopo che avrà ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza. Poiché bisogna ch'egli regni finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi. L'ultimo nemico che sarà distrutto sarà la morte. Difatti, Dio ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi; ma quando dice che ogni cosa gli è sottoposta, è chiaro che colui che gli ha sottoposto ogni cosa, ne è eccettuato. Quando ogni cosa gli sarà stata sottoposta, allora anche il Figlio stesso sarà sottoposto a colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti.
1Corinzi 15:20-28

Cristo è morto per i nostri peccati, secondo le Scritture, ed è stato risuscitato dai morti come primizia di coloro che sono morti. Questo è il nucleo dell'annuncio del Vangelo. E da qui Paolo parte con la dimostrazione della stretta relazione tra la risurrezione del Signore e quella di tutti i credenti. Questa dimostrazione viene argomentata attraverso il confronto tipologico tra Adamo e Cristo. Infatti, la morte comune a tutti gli esseri umani esiste a causa della trasgressione di Adamo. E proprio con un simile rapporto di causa-effetto, tutti coloro che saranno risuscitati lo faranno attraverso l'evento della risurrezione di Cristo. Egli è il primo dei risorti ed è garante della risurrezione per tutti coloro che credono. Il nemico più terribile, l'ultimo, è la morte, ed essa per quanto sia già stata vinta da Cristo non è però ancora stata distrutta: la sua distruzione è riservata proprio per il momento del ritorno del Signore e della risurrezione di tutti i morti. A questo punto, Paolo evidenzia il fatto che il Figlio renderà il regno (completamente stabilito) nelle mani del Padre, affinché Dio sia tutto in tutti.

Cristo dunque, è veramente stato risuscitato dai morti! Egli è veramente la primizia di coloro che sono morti! Questo è il cuore della fede cristiana, il cuore del Vangelo, ossia della buona notizia. Questo è il motivo dell'appello all'adesione e alla scelta di vivere nella fede in Cristo, in novità di vita.

Terminiamo con questo estratto del Catechismo di Heidelberg:
D. 45 A che ci giova la risurrezione di Cristo?
R. In primo luogo, mediante la Sua risurrezione Egli ha vinto la morte affinchè ci potesse rendere partecipi della giustizia che ci ha acquistata mediante la Sua morte.1 In secondo luogo, anche noi veniamo ora risuscitati per la Sua potenza a nuova vita.2 In terzo luogo, la risurrezione di Cristo è per noi un pegno sicuro della nostra beata risurrezione.3
________________________
1) I Corinzi 15:16
2) Romani 6:4; Colossesi 3:1
3) I Corinzi 15; Romani 8:11

domenica 25 marzo 2018

L'ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme nel Vangelo secondo Marco

















1. LA LETTURA

Il Vangelo secondo Marco è più breve di quello secondo Luca e Matteo, e denota un ritmo serrato e una narrazione avvincente. Secondo i moderni esegeti è il primo Vangelo ad essere stato scritto, probabilmente intorno all'anno 70 d.C.1 

Marco raccoglie prima di altri una preesistente raccolta di detti di Gesù2 inserendola però in una accurata cornice narrativa, che racconta dall'inizio alla fine le circorstanze che portarono Gesù alla morte di croce e alla sua successiva risurrezione. Lo schema letterario dell'opera risulta composto nel seguente modo:3
- Introduzione (1:1-13)
tesi: vangelo di Gesù, messia, figlio di Dio (1:1)
trittico introduttivo (1:2-13)

- Parte prima: vangelo di Gesù come messia che proclama il regno di Dio (1:14-8:30)
a) azione di Gesù e risposta dei farisei;
b) azione di Gesù e risposta del popolo;
c) azione di Gesù e risposta dei discepoli.

- Parte seconda: vangelo di Gesù come figlio di Dio che muore e risuscita (8:31-16:8)
a) mentre attraversa a piedi la Galilea e la Giudea Gesù si dirige a Gerusalemme, annunciando la sua morte e risurrezione;
b) attività di Gesù a Gerusalemme prima della passione;
c) passione, morte e proclamazione della risurrezione a Gerusalemme.
In questo quadro generale, l'intenzione di questo approfondimento è di avvicinarsi alla comprensione dei primi undici versetti dell'undicesimo capitolo: il brano che apre l'attività di Gesù a Gerusalemme e che anticipa la sua passione nella capitale (Parte seconda, b). 

Leggiamo ora direttamente dal nostro testo:

Quando furono giunti vicino a Gerusalemme, a Betfage e Betania, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio che è di fronte a voi; appena entrati, troverete legato un puledra d'asino, sopra il quale non è montato ancora nessuno; scioglietelo e conducetelo qui da me. Se qualcuno vi dice: "Perché fate questo?" rispondete: "Il Signore ne ha bisogno, e lo rimanderà subito qua"». Essi andarono e trovarono un puledro legato a una porta, fuori, sulla strada, e lo sciolsero. Alcuni tra quelli che erano lì presenti dissero loro: «Che fate? Perché sciogliete il puledro?» Essi risposero come Gesù aveva detto. E quelli li lasciarono fare. Essi condussero il puledro a Gesù, gettarono su quello i loro mantelli ed egli vi montò sopra. 

Molti stendevano sulla via i loro mantelli; e altri, delle fronde che avevano tagliate nei campi. Coloro che andavano avanti e coloro che venivano dietro gridavano: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, il regno di Davide, nostro padre! Osanna nei luoghi altissimi!» Gesù entrò a Gerusalemme nel tempio; e dopo aver osservato ogni cosa intorno, essendo già l'ora tarda, uscì per andare a Betania con i dodici.
Marco 11:1-11 

2. L'ESEGESI

Seguendo la narrazione del brano, possiamo distinguere due momenti distinti: il primo che riguarda la preparazione dell'entrata nella città santa e il secondo che descrive l'ingresso vero e proprio. L'azione parte a Betfage e Betania, presso monte degli Ulivi.  Questa indicazione non è certamente casuale, in quanto leggiamo nel libro del profeta Zaccaria:

Poi il SIGNORE si farà avanti e combatterà contro quelle nazioni,
come egli combatté tante volte nel giorno della battaglia.
In quel giorno i suoi piedi si poseranno sul monte degli Ulivi,
che sta di fronte a Gerusalemme, a oriente,
e il monte degli Ulivi si spaccherà a metà, da oriente a occidente,
tanto da formare una grande valle;
metà del monte si ritirerà verso settentrione
e l'altra metà verso il meridione.
Zaccaria 14:3,4

Proprio nel monte degli Ulivi, dove era stato profetizzato l'intervento salvifico di Jahvè, Gesù dà istruzione a due discepoli di predisporre quel che era necessario per il momento che stava per arrivare. Egli chiede di prendere una puledra d'asino su cui non era ancora salito nessuno, secondo un altro oracolo dello stesso profeta:

Esulta grandemente, o figlia di Sion,
manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme;
ecco, il tuo re viene a te;
egli è giusto e vittorioso,
umile, in groppa a un asino,
sopra un puledro, il piccolo dell'asina. 

Zaccaria 9:9

Anticipando la possibile obiezione istruisce i discepoli su come rispondere, facendo rilevare come il vero proprietario dell'animale sia in realtà Gesù, riconosciuto tale proprio in virtù dell'ingresso messianico nella sua identità di Signore. I discepoli ubbidiscono, rispondono all'obiezione in quel modo, e conducono il puledro a Gesù. Egli non entra in Gerusalemme con il cavallo da guerra così come fanno i sovrani conquistatori, ma con un puledro, che auspica l'arrivo del principe della pace, richiamando alla mente anche la descrizione del cerimoniale di incoronazione di Salomone:

Poi il re Davide disse: «Chiamatemi il sacerdote Sadoc, il profeta Natan e Benaia, figlio di Ieoiada». Essi vennero alla sua presenza e il re disse loro: «Prendete con voi i servitori del vostro signore, fate salire Salomone mio figlio sulla mia mula, e conducetelo a Ghion. In quel luogo il sacerdote Sadoc e il profeta Natan lo ungeranno re d'Israele. Poi suonate la tromba e gridate: "Viva il re Salomone!" Voi risalirete al suo seguito, ed egli verrà, si metterà seduto sul mio trono, e regnerà al mio posto. Io nomino lui come principe d'Israele e di Giuda».
1 Re 1:32-35

A questo punto inizia la descrizione dell'entrata vera e propria.
Il gruppo di Gesù dovette essere uno dei tanti costituiti dai pellegrini che in quel momento stavano entrando a Gerusalemme in occasione della festa liturgica più importante del calendario giudaico, ma i presenti stendono sulla loro via dei mantelli e delle fronde tagliate dai campi come segno di gloria e onore, ricordando in questo caso il rituale di intronizzazione di Jeu:

Allora ognuno di essi si affrettò a togliersi il mantello e a stenderlo sotto Ieu su per i nudi gradini; poi suonarono la tromba, e dissero: «Ieu è re!»   

2 Re 9:13 

La folla a questo punto acclama Gesù con una serie di brevi frasi per lo più riprese dal Salmo 118. Questo Salmo in origine era recitato nell'anniversario dell'intronizzazione del re, ed era proclamato dal pio giudeo nel momento dell'ingresso nel tempio durante le feste di pellegrinaggio.4 L'ovazione "Osanna!" significa in particolare "dona salvezza", e mette in risalto come la speranza messianica del popolo abbia ora il suo compimento proprio in Gesù.5 Il significato teologico dell'episodio riguarda quindi Gesù che entra a Gerusalemme come re di Israele, come principe della pace, come donatore della salvezza di Jahvè: e tutto questo in accordo con la sua consapevolezza, con il seguito dei suoi discepoli e con il riconoscimento degli altri pellegrini giudei. In questa veste egli si dirige subito nel tempio, il luogo al centro di ogni liturgia religiosa. Arrivando il tramonto non risiede a dormire in Gerusalemme ma torna a Betania, situata comunque entro i confini religiosi della città e luogo di appoggio per il suo ministero. Qui passerà la notte con i dodici. 

3. L'ATTUALIZZAZIONE 

Da un punto di vista di fede questo brano - presentando Gesù in un modo ben specifico - solleva inevitabilmente diverse domande che richiedono risposte intime e personali. Nel Vangelo secondo Marco se fino al c.8 v.30 egli è presentato prima di tutto come messia e nei testi successivi egli si rivela negli insegnamenti come Figlio di Dio, proprio nel nostro brano viene invece pubblicamente riconosciuto come messia regale e come il Figlio di Dio che sta per entrare nella città santa per portare la salvezza tanto attesa. Che tipo di salvezza? La salvezza da una vuota religiosità, dalla sofferenza che contraddistingue l'esistenza umana, dall'assenza della speranza e dall'oppressione di ogni tipo. Laddove Gesù prima di questo momento ha predicato e operato miracoli nelle campagne periferiche, ora si dirige regalmente verso il tempio, mostrando in questo modo come la presenza di Dio stia tornando nel centro spirituale di Giuda/Israele per un momento unico nella dinamica della salvezza divina. Il secondo tempio che non ha mai avuto al suo interno l'arca dell'alleanza come segno visibile della presenza di Dio ora accoglie Gesù, abitazione del Logos di Dio (Gv. 1:14), mostrando in questo modo un intervento divino che in parte adempie gli oracoli degli antichi profeti ed in parte sta per realizzare qualcosa di radicalmente nuovo e inatteso, ma ugualmente salvifico ed eterno: la morte del Figlio di Dio per la vita di tutti i figli di Dio. 

In questo quadro però il riconoscimento dato a Gesù si scontra con un appello rivolto direttamente a noi stessi. Se loro hanno riconosciuto Gesù come messia regale e Figlio di Dio infatti, noi lo abbiamo già fatto? Non è una domanda scontata. Riconoscere Gesù come re - come proprio re - significa riconoscere in lui e nei suoi insegnamenti l'autorità ultima per la propria vita e per le scelte grandi e piccole della propria quotidianità. Si tratta di riconoscere in lui un potere di governo su di noi e non solo a parole, ma anche e soprattutto con i fatti. Se riconosciamo Gesù come il nostro re, come il messia e il Figlio di Dio, allora la Pasqua avrà significato per noi: un significato di salvezza eterna. Ma se non lo facciamo, saremo solo osservatori e non protagonisti della salvezza divina.  In chi ci possiamo riconoscere: in coloro che osservavano gli eventi o in coloro che erano parte di quei "molti" che stendevano i loro mantelli sulla via di Gesù invocando la salvezza di Dio? Questo può essere il momento giusto per far chiarezza dentro di noi, per capire qual è l'attitudine del nostro cuore e la risposta che vogliamo dare. La buona notizia èche Gesù è arrivato, e ha portato la salvezza tanto attesa. La buona notizia è che noi oggi possiamo riconoscerlo in questo modo così come è stato durante l'evento che abbiamo considerato. La buona notizia è che lui tornerà per finire quello che ha iniziato e portare a compimento il suo regno, dove non ci sarà più alcun pianto, alcun dolore e alcuna ingiustizia e dove tutti i figli di Dio potranno finalmente vedere il suo volto faccia a faccia. 

4. CONCLUSIONE  

Il brano dell'ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme riveste un significato importante tanto a livello letterario quanto a livello teologico e spirituale. Da una parte infatti esso è collocato nel periodo che anticipa gli eventi della passione del Signore, dando il via a un conto alla rovescia che troverà il suo culmine proprio nella croce. Dall'altra parte invece costituisce uno snodo cruciale nel riconoscimento dell'identità di Gesù e nel significato della sua missione, assumendo su di sé in questa circostanza l'eredità profetica propria dell'intervento escatologico del Signore e dell'incoronazione regale in Israele. 

Gesù entra a Gerusalemme come portatore della salvezza di Jahvè, come re di Israele/Giuda rispettando l'attesa dei tanti secoli passati. Tuttavia negli eventi successivi egli non instaurerà in questa occasione il suo regno - come ci si potrebbe attendere - ma soffrirà e morirà a causa delle nostre iniquità (Is. 53:5) per poi risorgere il terzo giorno dopo la sua morte e chiamare all'esistenza la Chiesa, in attesa del suo ritorno. A livello teologico ci troviamo anche noi proprio in questo momento alla fine dei tempi, ed è in questo momento che anche noi dobbiamo prendere una posizione per decidere se seguire o meno Gesù, il messia e il Figlio di Dio. Se stendere il nostro mantello ai suoi piedi, se acclamarlo come re della nostra vita.



Note:

[1] Rafael Aguirre Monasterio e Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Brescia, Paideia, 1995, p. 147. 
[2] Ibid. p. 30. 
[3] Ibid. p. 98. 
[4] Santi Grasso, Vangelo di Marco - nuova versione, introduzione e commento, Milano, Paoline, 2003, p. 281.  
[5] Id. Ibid.  
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