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domenica 12 aprile 2020

«Rabbunì!»


















INTRODUZIONE

Seguendo l'approfondimento biblico di due giorni fa dedicato al racconto della crocifissione di Gesù nel Vangelo secondo Giovanni, arriviamo oggi al racconto della resurrezione del Signore così come descritta da questo stesso Vangelo. 

Già sei anni fa ho dedicato uno studio a una particolare allusione in questo brano, ma in questa nuova occasione vorrei offrire più che altro uno sguardo d'insieme alla sua narrazione e teologia di riferimento.

L'evento della morte di Gesù è stato inatteso e traumatizzante per tutti i suoi discepoli, a tal punto che una costante tra i vari racconti delle sue apparizioni da risorto nel Nuovo Testamento è proprio quella di non essere inizialmente riconosciuto. Un particolare imbarazzante per un popolo contraddistinto dalla propria fede, ma che in modo onesto testimonia lo stupore dei discepoli e amici di Gesù di fronte a una manifestazione così straordinaria. Anche Giovanni non nasconde questo fatto, ma lo presenta nel suo racconto al pari degli altri evangelisti, aggiungendo però i propri aspetti peculiari. Avviciniamoci dunque per prima cosa alla lettura del nostro testo.

LA LETTURA
Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. Allora corse verso Simon Pietro e l'altro discepolo che Gesù amava e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'abbiano messo». Pietro e l'altro discepolo uscirono dunque e si avviarono al sepolcro. I due correvano assieme, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse primo al sepolcro; e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro, e vide le fasce per terra, e il sudario che era stato sul capo di Gesù, non per terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide, e credette. Perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti.  I discepoli dunque se ne tornarono a casa. Maria, invece, se ne stava fuori vicino al sepolcro a piangere. Mentre piangeva, si chinò a guardare dentro il sepolcro, ed ecco, vide due angeli, vestiti di bianco, seduti uno a capo e l'altro ai piedi, lì dov'era stato il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?» Ella rispose loro: «Perché hanno tolto il mio Signore e non so dove l'abbiano deposto».  Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Gesù le disse: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» Ella, pensando che fosse l'ortolano, gli disse: «Signore, se tu l'hai portato via, dimmi dove l'hai deposto, e io lo prenderò». Gesù le disse: «Maria!» Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: «Rabbunì!» che vuol dire: «Maestro!» Gesù le disse: «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli, e di' loro: "Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro"». Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore, e che egli le aveva detto queste cose. 
Vangelo secondo Giovanni 20:1-18
IL COMMENTO

Se il titolo dell'articolo che ho scritto per il racconto della crocifissione è stato preso dalle ultime parole di Gesù («È compiuto!»), quello del presente approfondimento è tratto - in ideale risposta - dalla parola della prima persona che ha incontrato il Signore risuscitato («Rabbunì!»)

I quattro evangelisti sono concordi nell'evitare di descrivere il fatto in sé della resurrezione, in quanto evidentemente non ci sono stati testimoni oculari, mentre raccontano le varie manifestazioni del Risorto. Il nostro brano comincia prima dell'alba quando Maria Maddalena si reca al sepolcro, trovandolo vuoto. Il primo pensiero di Maria di fronte alla tomba vuota è stato quello di un trafugamento del cadavere. Questo dato mostra il generale sentimento di scoraggiamento e disfatta vissuto in questi tragici giorni dai discepoli di Gesù, tanto più che neanche Pietro e "l'altro discepolo" pensavano inizialmente a qualcosa di diverso. La spiegazione data dall'evangelista è che non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. Non viene specificato quale Scrittura ma tra le varie ipotesi troviamo i seguenti contesti:
Poiché tu non abbandonerai l'anima mia in potere della morte,né permetterai che il tuo santo subisca la decomposizione. 
Salmo 16:10 
Ma il SIGNORE ha voluto stroncarlo con i patimenti.Dopo aver dato la sua vita in sacrificio per il peccato, egli vedrà una discendenza, prolungherà i suoi giorni, e l'opera del SIGNORE prospererà nelle sue mani.Dopo il tormento dell'anima sua vedrà la luce e sarà soddisfatto; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, si caricherà egli stesso delle loro iniquità.Perciò io gli darò in premio le moltitudini, egli dividerà il bottino con i molti, perché ha dato se stesso alla morte ed è stato contato fra i malfattori; perché egli ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i colpevoli. 
Isaia 53:10-12 
In due giorni ci ridarà la vita; il terzo giorno ci rimetterà in piedi, e noi vivremo alla sua presenza. 
Osea 6:2
Troviamo evidente il fatto che l'immagine del servo sofferente di Jahvè, applicata alla morte di Gesù, sia stata probabilmente coinvolta anche in merito alla sua resurrezione. Gesù infatti alla luce degli scritti sacri è stato progressivamente compreso dalle comunità cristiane come l'Unto e il Figlio di Dio, titoli questi che hanno assunto sfumature via via più chiare e definite nel corso del I secolo. Il nostro evangelista scrivendo alla fine di questo periodo di maturazione teologica, e quindi forte di questa consapevolezza, giustifica in tal modo lo smarrimento dei discepoli. Gli apostoli, i discepoli di Emmaus, Maria Maddalena....tutti questi protagonisti neotestamentari hanno avuto bisogno di un "segno di riconoscimento" di Gesù, il quale peraltro non ha mai mancato di darlo così come nel nostro caso. 

Entrando nel cuore della narrazione, dopo il richiamo di Maria, Pietro e l'altro discepolo accorrono al sepolcro, e qui trovano le fasce per terra e il sudario piegato in un luogo a parte. Per l'altro discepolo (secondo la tradizione cristiana Giovanni stesso) basta la vista del sudario per credere. I discepoli dopo questi avvenimenti tornano a casa e resta solo Maria al sepolcro. Qui vede due angeli e, dopo un breve dialogo con loro, vede anche un'altra persona in piedi non riconoscendovi proprio Gesù e pensando fosse l'ortolano. Letteralmente però il termine utilizzato sarebbe da tradurre con "il custode del giardino", o "il giardiniere" secondo un'allusione che guarda addirittura al Cantico dei Cantici. La scena quindi sfuma nella simbologia del giardino, dell'amata e del dodì, ossia l'amato, che ha in questo appellativo la radice del nome di Davide, antenato del Messia. In questo quadro, Maria però ancora non capisce e chiede dove sia il corpo senza vita di Gesù. E proprio lui risponde, chiamandola per nome, ed è esattamente in questo momento che ella lo riconosce. Evidentemente si avvicina a lui perché Gesù subito dopo dice "non trattenermi" o "non toccarmi", portando a compimento la cifra stilistica del Cantico che rende la ricerca reciproca e mai conclusa dei protagonisti il proprio elemento distintivo. 
"Per Giovanni dunque, Gesù è il Messia-Sposo che si sottrae non per scomparire, ma per dare tempo all'amore di trovarlo."1 
Il primo segno miracoloso di Gesù è avvenuto durante uno sposalizio, e nella sua  prima manifestazione dopo la risurrezione egli si presenta come lo Sposo, che tuttavia non è ancora pronto per le sue nozze (le nozze dell'Agnello) e deve lasciare ancora del tempo senza la sua presenza. Proprio per la necessità di salire a breve al Padre dà a lei - una donna! - la missione di annunciare agli altri discepoli e apostoli la sua resurrezione. 

L'ATTUALIZZAZIONE 

Come abbiamo visto il brano in questione è senza dubbio custode di una grande ricchezza teologica. Da una parte abbiamo lo sconforto e la sofferenza dei discepoli di Gesù e dall'altra la sua impensabile sconfitta della morte con la resurrezione, che apre a uno straordinario nuovo squarcio di luce, speranza e vittoria. I passi dei credenti non possono essere diversi da quelli del proprio Maestro ed è per questo che anche nella sofferenza e prova più intensa nella nostra vita il nostro sguardo deve restare fisso sul potere del Risorto e sul nostro futuro di resurrezione, vissuto al momento presente solo in forma di anticipazione. Non c'è resurrezione senza crocifissione ma per i cristiani non c'è neanche sofferenza e morte senza che ci sia subito dopo una trasformazione nella vita eterna. 

Nello specifico, stiamo vivendo in un tempo di assenza corporale del Signore, ma il Paracleto - ossia lo Spirito Santo - è stato mandato proprio per guidare ognuno di noi verso tutta la verità. Come Maria Maddalena non possiamo "trattenere" il Signore ma possiamo vivere in piena comunione spirituale con lui e fare nostro il grido della intera Chiesa - Sposa di Cristo - che di generazione in generazione invoca: «Vieni». E ascoltare la sua voce che garantisce: «Sì, vengo presto!»

Amen! Vieni, Signore Gesù!



NOTE BIBLIOGRAFICHE E SITOGRAFICHE

- [1] Pier Luigi Galli Stampino e Elena Lea Bartolini De Angeli, Parola & parole, Periodico dell'Associazione Biblica della Svizzera Italiana, Settembre 2013 - Numero 14, p. 76.

venerdì 10 aprile 2020

«È compiuto!»




INTRODUZIONE

Annualmente il mondo cristiano ritrova un tempo speciale per riflettere in modo particolare sulla morte del Signore e sulla sua risurrezione, sul significato di questi eventi e sui benefici che ne conseguono. L'anno scorso ho approfondito il drammatico racconto della crocifissione di Gesù seguendo la narrazione del Vangelo secondo Marco, evidenziando lo stretto legame tra quest'ultimo e il Salmo 22. 

Quest'anno invece vorrei cogliere lo stesso racconto non più dal primo ma dall'ultimo Vangelo ad essere stato scritto: il Vangelo secondo Giovanni. Sappiamo che rispetto ai Sinottici questo scritto ha delle peculiarità uniche: un approccio fortemente teologico, una cronologia basata sulle festività ebraiche, la riduzione del numero di miracoli presentati (segni) caricati però di una forte carica simbolica, e altri ancora. Queste caratteristiche e diversità non devono essere considerate in contrapposizione con gli altri Vangeli ma come completamento. Lo studioso Wim Werem nel suo libro "Finestre su Gesù" presenta al meglio il concetto, spiegando che i diversi Vangeli sono come finestre differenti che offrono prospettive diverse dell'interno di una stanza, al centro della quale si trova Gesù. 

Per prima cosa, dunque, avviciniamoci alla lettura del brano di riferimento dal quale potremo, in un secondo momento, partire insieme per fare alcune  importanti riflessioni.

LA LETTURA 
Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso. Presero dunque Gesù; ed egli, portando la sua croce, giunse al luogo detto del Teschio, che in ebraico si chiama Golgota, dove lo crocifissero, assieme ad altri due, uno di qua, l'altro di là, e Gesù nel mezzo. Pilato fece pure un'iscrizione e la pose sulla croce. V'era scritto: GESÙ IL NAZARENO, IL RE DEI GIUDEI. Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; e l'iscrizione era in ebraico, in latino e in greco.  Perciò i capi dei sacerdoti dei Giudei dicevano a Pilato: «Non lasciare scritto: "Il re dei Giudei"; ma che egli ha detto: "Io sono il re dei Giudei"». Pilato rispose: «Quello che ho scritto, ho scritto». I soldati dunque, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una parte per ciascun soldato. Presero anche la tunica, che era senza cuciture, tessuta per intero dall'alto in basso. Dissero dunque tra di loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocchi»; affinché si adempisse la Scrittura che dice: «Hanno spartito fra loro le mie vesti, e hanno tirato a sorte la mia tunica». Questo fecero dunque i soldati. 
Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena. Gesù dunque, vedendo sua madre e presso di lei il discepolo che egli amava, disse a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio!» Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!» E da quel momento, il discepolo la prese in casa sua. Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era già compiuta, affinché si adempisse la Scrittura, disse: «Ho sete». C'era lì un vaso pieno d'aceto; posta dunque una spugna, imbevuta d'aceto, in cima a un ramo d'issopo, l'accostarono alla sua bocca. Quando Gesù ebbe preso l'aceto, disse: «È compiuto!» E, chinato il capo, rese lo spirito. 
Allora i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato (poiché era la Preparazione e quel sabato era un gran giorno), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe, e fossero portati via.  I soldati dunque vennero e spezzarono le gambe al primo, e poi anche all'altro che era crocifisso con lui; ma giunti a Gesù, lo videro già morto, e non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli forò il costato con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua. Colui che lo ha visto, ne ha reso testimonianza, e la sua testimonianza è vera; ed egli sa che dice il vero, affinché anche voi crediate. Poiché questo è avvenuto affinché si adempisse la Scrittura: «Nessun osso di lui sarà spezzato». E un'altra Scrittura dice: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto». 
Dopo queste cose, Giuseppe d'Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma in segreto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di poter prendere il corpo di Gesù, e Pilato glielo permise. Egli dunque venne e prese il corpo di Gesù. Nicodemo, che in precedenza era andato da Gesù di notte, venne anch'egli, portando una mistura di mirra e d'aloe di circa cento libbre. Essi dunque presero il corpo di Gesù e lo avvolsero in fasce con gli aromi, secondo il modo di seppellire in uso presso i Giudei. Nel luogo dov'egli era stato crocifisso c'era un giardino, e in quel giardino un sepolcro nuovo, dove nessuno era ancora stato deposto. Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, perché il sepolcro era vicino." 
Vangelo secondo Giovanni 19:16b-42
IL COMMENTO

In questo nostro commento procederemo secondo la disciplina della Teologia biblica: utilizzeremo cioè i risultati dell'esegesi per approfondire la relazione dei concetti e brani dell'Antico Testamento utilizzati nel testo in esame, per vedere come questi vengono ricompresi e rielaborati dal nostro autore per l'esposizione della sua teologia.

A questo fine ho colorato in rosso le frasi che Giovanni presenta esplicitamente come adempimento delle Scritture (veterotestamentarie). Ho evidenziato quindi le seguenti citazioni:
  • Hanno spartito le mie vesti e tirato a sorte la mia tunica (cfr. Salmo 22:18)
  • Mi hanno dato da bere aceto (cfr. Salmo 69:21)
  • Nessun osso sarà spezzato (cfr. Salmo 34:20, Es. 12:46 e Num. 9:12)
  • Volgeranno lo sguardo verso colui che hanno trafitto (Zacc. 12:10)
Vediamo tutte le implicazioni di queste citazioni con ordine. 

a) Il coinvolgimento del Salmo 22 nel momento della crocifissione segue un accordo consolidato nei Vangeli sinottici. Si pensa che Gesù possa aver citato o anche recitato integralmente il Salmo durante questo drammatico evento. Il dato significativo in questo quadro, tuttavia, riguarda i versetti di riferimento. Se in Marco, per esempio, troviamo che Gesù proclama la prima frase del Salmo (Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?) esponendo in modo peculiare il tema della separazione divina, in Giovanni invece viene inserita dall'autore una citazione relativa al diciottesimo versetto, con una sfumatura differente. 

La rassegna biblica sul tema della veste intera, stracciata o meno, coinvolge i seguenti brani: 1 Re 11:29-31, 1 Sam. 24, 1 Sam. 15:27-28. In uno di questi contesti il profeta Aiia lacera in dodici pezzi un mantello dandone dieci a Geroboamo, indicando così la divisione del regno di Salomone. A sua volta questa scena riecheggia il momento in cui Samuele profetizza a Saul che la lacerazione del suo mantello preannuncia che il fatto che il regno gli sarà tolto. Vediamo dunque questo significato: la rottura del mantello simboleggia una rottura o distacco del regno di Israele dal suo re, mentre l'unità del mantello significa l'integrità del regno e del governo in essere. Come può aver coinvolto questo pensiero teologico il nostro autore? Pensiamo alla drammaticità della crocifissione e morte del Signore Gesù, allo smarrimento dei suoi discepoli. Tutto dava da pensare alla fine della sua vita, del suo ministero, del suo programma di riforma spirituale. Ma anche nel racconto di questo momento così buio e privo di speranza, Giovanni si erge per affermare: neanche la morte può frantumare il regno del Figlio unigenito di Dio. In realtà la speranza c'è, e affonda le sue radici nella fede della messianicità e davidicità di Gesù (cfr. 2 Sam. 7:16). Lo scettro non sarà mai tolto dal regno di Davide, neanche in questo momento.

b) L'allusione al Salmo 69 potrebbe essere integrale e coinvolgere l'immagine del giusto sofferente. La frase di Gesù "ho sete" di fatto rappresenta l'ultimo esempio di adempimento della Scrittura attivo e consapevole da parte di Gesù in questo Vangelo.

c) La preservazione delle ossa di Gesù è di grande importanza biblica. In questa terza prova scritturistica del nostro brano incontriamo infatti un chiaro adempimento pasquale. Da una parte abbiamo il Salmo 34:20 e il fatto che Dio custodisce tutte le ossa del giusto, mentre dall'altra abbiamo Es. 12:46 e Num. 9:12 dove si specifica che non va spezzato un solo osso dell'agnello pasquale. Questo avvenimento dunque porta a compimento per Giovanni il fatto che Gesù sia fino in fondo "l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo". Sebbene nel contesto dell'Esodo il sacrificio pasquale non abbia una connotazione espiativa, questa viene acquisita nel corso dei secoli e fatta propria anche dal nostro evangelista. 

d) "Volgeranno lo sguardo verso colui che hanno trafitto". Questa ultima citazione chiude gli adempimenti scritturali della crocifissione. L'assassinio di un giusto dell'epoca di Zaccaria (G. Garbini ipotizza Zorobabele) viene trasfigurato nella morte di Gesù, quel lutto popolare viene attualizzato e vissuto dall'autore e dai discepoli. Nel mezzo, questo brano aveva acquisito un significato messianico ed è in questo senso che viene utilizzato anche qui. 

L'ATTUALIZZAZIONE

Avendo fatto queste considerazioni, in quanto credenti e non solamente studiosi delle Scritture, come possiamo declinare il risultato della nostra indagine nella nostra vita di fede? 

Dobbiamo partire da una certezza: la morte di Gesù non è stata imprevista agli occhi del Padre, ma è stata al contrario decretata nell'eternità per la salvezza dell'uomo. Egli è morto per i nostri peccati ed è stato risuscitato perché potessimo camminare in novità di vita. 

La sua regalità e la sua onnipotenza non sono stati infranti al momento della sua morte. Persino in questo momento infatti le sue vesti e la sua tunica sono restate integre. Il suo Regno è stabile e sta attendendo il momento in cui stabilirsi in modo definitivo e eterno. Noi credenti dunque possiamo porre ferma fiducia nel fatto che persino nelle più tremende avversità il potere del Signore non viene meno. Sia nella vita che nella morte siamo suoi e niente e nessuno potrà mai separarci dal suo amore. 

Gesù anche mentre stava morendo aveva piena consapevolezza sul fatto che stava adempiendo le Scritture, ossia stava facendo la perfetta volontà del Padre. Per questo motivo chiede da bere in accordo con le Scritture. Seguendo le sue orme, ogni cristiano è invitato a seguire non la propria volontà ma la volontà del Padre celeste, sapendo che questa rappresenta il meglio per sé e per gli altri. 

Il fatto poi che, in modo unico rispetto alle abitudini del tempo, Gesù non ha avuto nessun osso spezzato, proprio come gli agnelli sacrificati ogni Pasqua, deve darci una consapevolezza più profonda sul significato del suo sacrificio eterno. Come ha detto il Battista, Gesù è l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, e lo ha fatto una volta per tutte. In lui abbiamo il perdono dei peccati, la riconciliazione con il Padre e la rigenerazione della nostra vita spirituale. Dedichiamo del tempo alla riflessione su questa certezza di fede.

In ultimo, la profezia di Zaccaria guarda a un tempo futuro nel quale Israele potrà guardare a colui che ha trafitto e, tramite uno spirito di pentimento e supplicazione, fare cordoglio e riconoscere che proprio lui è sempre stato il Messia che stavano attendendo, tornando in questo modo a YHWH per mezzo di Cristo per adempiere tutti gli oracoli nazionali di salvezza eterna. Allora ci sarà un solo gregge e un solo Pastore per sempre. 


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

- G.K. Beale, D.A. Carson, L'Antico Testamento nel Nuovo - vol. 2, Claudiana, Torino, 2017.

domenica 16 febbraio 2020

Il diadema, l'olio e il mantello





INTRODUZIONE

L'Unto profetizzato dall'oracolo della terza parte del libro del profeta Isaia (Is. 61) si distingue per molteplici compiti che sono stati compresi fin da subito in chiave cristologica dalla Chiesa primitiva.

Gesù stesso all'inizio del suo ministero terreno ha annunciato pubblicamente di adempiere in sé proprio quelle qualifiche e quelle missioni (cfr. Lc. 4) e, poco alla volta, i suoi discepoli sono riusciti a comprenderlo in modo sempre più completo. L'annuncio di una buona notizia, della guarigione, liberazione e dell'imminente arrivo del giorno del Signore (foriero contemporaneamente di grazia e vendetta) sono i primi aspetti descritti nell'esercizio di questo ufficio, ma in seguito ne troviamo anche altri legati a doni che, nell'ottica ecclesiale del Nuovo Patto, risultano decisamente significativi. La Grazia di Dio è la fonte della Salvezza in Cristo, ma sappiamo che questa grazia è multiforme, svariata (1 Pt. 4:10) e si manifesta tanto nella varietà di persone e servizi nella Chiesa quanto nella varietà e crescita nelle esperienze spirituali legate alla conoscenza – scritturale e esperienziale – del Signore. Ecco quindi che i doni del Messia agli afflitti vengono descritti nel seguente modo:

[…] per mettere, per dare agli afflitti di Sion
un diadema invece di cenere,
olio di gioia invece di dolore,
il mantello di lode invece di uno spirito abbattuto,
affinché siano chiamati querce di giustizia,
la piantagione del SIGNORE per mostrare la sua gloria.
Isaia 61:3

Siamo arrivati al momento di poterli considerare insieme.

1. UN DIADEMA, INVECE DI CENERE

I Giudei in esilio pensavano alla propria speranza religiosa come qualcosa di completamente distrutto, andato in cenere. Ed è a loro per primi che Dio promette di dare al posto di questa cenere, ossia della distruzione e annientamento che avevano vissuto, un diadema: termine questo che traduce l'ebraico peh-ayr' indicante un accessorio che abbellisce ma che comporta anche un grado di gloria. In questo senso dunque la traduzione italiana è felice: infatti il diadema è un ornamento utilizzato soprattutto in ambito greco-romano dagli imperatori come simbolo di regalità. Il senso di questo dono quindi è quello del restaurare la dignità perduta, e non solo quella, ma anche una autorità di governo che nel momento presente appare come pura fantasia. Il profilo originario è escatologico ma presenta nuove e essenziali sfumature nel Nuovo Testamento. Proprio qui infatti leggiamo le parole che il Cristo risorto e glorificato rivolge alla sua chiesa:

«All'angelo della chiesa di Smirne scrivi:
Queste cose dice il primo e l'ultimo, che fu morto e tornò in vita:
"Io conosco la tua tribolazione, la tua povertà (tuttavia sei ricco) e le calunnie lanciate da quelli che dicono di essere Giudei e non lo sono, ma sono una sinagoga di Satana. Non temere quello che avrai da soffrire; ecco, il diavolo sta per cacciare alcuni di voi in prigione, per mettervi alla prova, e avrete una tribolazione per dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e io ti darò la corona della vita.
Apocalisse 2:8-10

Come disse il martire e teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, la grazia a buon mercato è il pericolo più insidioso e mortale che si può trovare in Chiesa: la grazia del Signore infatti è a caro prezzo. E' gratuita, ma per essere coerente, la sua accoglienza costa tutta la vita. Accettare la buona notizia della salvezza di Dio in Cristo porta a un perdono totale, un perfetto ripristino della relazione con il Padre, ma anche la responsabilità con il sostegno dello Spirito Santo di ripercorrere i passi di Gesù. Crescere nella sua santità, nella sua ubbidienza, nella sua fedeltà fino alla morte. Questa è la condizione per ricevere la corona della vita, il premio di chi ha superato difficoltà, vituperio e tribolazione con e per l'amore restaurante di Dio nel proprio cuore. Proprio dove c'è prigionia, dolore, persecuzione, morte, cenere.....il Cristo glorificato promette una corona di vita e gloria eterna.

2. OLIO DI GIOIA, INVECE DI DOLORE

Il diadema, la corona, non è però l'unico dono che il Messia vuole dare. Come rafforzativo per questo concetto infatti troviamo in secondo luogo l'olio di gioia invece del dolore. L'olio è nel testo biblico da sempre un elemento di regalità (con l'olio venivano unti i re) e proprio l'olio profumato veniva utilizzato per esaltare la bellezza e il potere dei regnanti. L'elemento dell'olio appare con un duplice aspetto in particolare nel Vangelo secondo Giovanni, nel settimo segno miracoloso di Gesù in questo vangelo. A cavallo tra la prima e la seconda metà di questo testo abbiamo un po' di confusione cronologica (tra il cap. 11 e 12) ma quel che è rilevante è l'episodio di Maria che, preso dell'olio costoso e profumato, ne cosparge i piedi di Gesù asciugandoli con i propri capelli. Gesù stesso interpreterà per gli altri questo gesto come un'anticipazione della propria sepoltura (12:7). Nel capitolo precedente (c.11) però, che tuttavia non può che avvenire in un tempo successivo, troviamo la stessa Maria (v.2: quella che unse il Signore di olio profumato e gli asciugò i piedi con i suoi capelli) molto preoccupata per la malattia di suo fratello Lazzaro. Sappiamo tutti come procede la narrazione: Gesù tarda ad arrivare, Lazzaro peggiora fino a morire ma alla fine Cristo arriva e risuscita Lazzaro davanti ai presenti esterrefatti. Gesù ha aspettato consapevolmente quel tempo per mostrare la gloria di Dio, e la gloria di Dio è esattamente questa: convertire l'olio della sepoltura in olio di risurrezione e gioia. Un'anticipazione della sua risurrezione che, a sua volta, sarebbe stata una anticipazione della nostra.

Dove c'è cenere, Dio promette un diadema. Dove c'è dolore egli promette olio di gioia. Sempre guardando ai tempi di restaurazione, l'oracolo del profeta Ezechiele conferma:

Allora la vergine si rallegrerà nella danza,
i giovani gioiranno insieme ai vecchi;
io muterò il loro lutto in gioia, li consolerò,
li rallegrerò liberandoli del loro dolore.
Geremia 31:13

Questa è la promessa di Dio, ancora una volta realizzata dal Signore Gesù e attesa dai credenti di ogni epoca.

3. UN MANTELLO DI LODE INVECE DI UNO SPIRITO ABBATTUTO

Il terzo aspetto che stiamo considerando riguarda il mantello di lode al posto di uno spirito abbattuto. Nella sofferenza, nel dolore, nella morte è normale avere uno spirito abbattuto. Uno spirito che è a terra e solo a terra guarda. Parte integrante della missione di Gesù è stata quella di alzare il nostro sguardo verso di lui e verso il Padre. Non a caso nel Nuovo Testamento leggiamo:

Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra; poiché voi moriste e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio.
Lettera ai Colossesi 3:2-3

La morte di Cristo ha cancellato il documento a noi ostile, il corpo del peccato, e nella libertà dei figli di Dio ha permesso che potessimo alzare lo sguardo verso lassù. Identificati attraverso il battesimo nella sua morte e risurrezione (Rom. 6:4) siamo stati nascosti con Cristo in Dio ed è a Dio che dobbiamo guardare, non a noi stessi o alla caducità del mondo presente. Questo sguardo però non è fine a sé stesso ma permette il nostro rinnovamento in una serie di comportamenti che l'autore di questa lettera specifica in seguito, tra i quali troviamo:

La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, ammaestrandovi ed esortandovi gli uni gli altri con ogni sapienza, cantando di cuore a Dio, sotto l'impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali.
v.6

Aspirare alle cose di lassù significa aderire alla sequela di Cristo, essere consapevoli della nostra posizione spirituale in lui e, di conseguenza (!), essere rivestiti di un mantello di amore e di lode. In qualsiasi situazione ogni figlio di Dio può ricordarsi che la propria vita è nel Signore e rallegrarsi per questo esprimendo la lode spontanea che sorge sotto l'impulso della grazia. Come accadde agli apostoli persino in prigione, anche noi possiamo e dobbiamo fissare lo sguardo su Gesù e vivere per questo motivo ogni problema quotidiano immersi nella lode a Dio, sapendo sempre più per esperienza di quanto la lode possa cambiare le circostanze intorno a noi oltre al cuore dentro di noi. Una vita in comunione con il Padre, che esprime adorazione e amore, è il più grande miracolo che a cui possiamo assistere in quanto espressione di una vera rigenerazione spirituale e unione con Cristo.

CONCLUSIONE

Affinché siano chiamati querce di giustizia,
la piantagione del SIGNORE per mostrare la sua gloria.”

Dopo questo percorso nella consapevolezza biblica di alcuni doni di Cristo per noi, in quanto espressioni della grazia divina, possiamo giungere ora allo scopo ultimo di ogni cosa. Non possiamo esimerci infatti dal comprendere a fondo che ogni aspetto della creazione e della storia umana ha un destino solo: arrivare a mostrare la gloria di Dio. I grandi compositori di musica classica come Mozart o Hendel erano soliti concludere la scrittura degli spartiti con le loro creazioni appuntando le lettere S.D.G.: Soli Deo Gloria. E questa immagine, in fondo, è affine al capolavoro di restaurazione che il Padre sta compiendo in noi. Egli ha raccolto ognuno di noi in una posizione indegna, imperfetta, mortale e ha donato la vita del Figlio per poterci rivestire della sua Grazia, perfezione, immortalità. Non è una trasformazione “magica” ma un percorso spirituale che porta a comprendere l'ubbidienza dalla sofferenza: tuttavia in questa sofferenza non si sofferma, trasformandola infine in nobiltà, gioia, lode e riconoscenza. Il tutto, per diventare querce di giustizia. Il tutto, per la gloria di Dio.

domenica 19 gennaio 2020

Fasciare quelli che hanno il cuore spezzato




INTRODUZIONE


Tutto ha inizio con una cattiva notizia. Non c'è neanche bisogno che dica quale, perché basta guardarsi intorno ogni giorno o accendere la televisione e ascoltare un telegiornale per rendersene conto. La vita custodisce delle meraviglie, ma anche drammi, tragedie, sofferenze, morte. Tutti noi abbiamo quotidianamente a che fare con la ricerca della bellezza ma anche con la sofferenza della malattia – nostra o altrui – della malvagità – nostra o altrui – e delle ingiustizie relazionali, sociali e globali che purtroppo abbondano in ogni luogo. E' evidente che c'è qualcosa che non va. Se iniziamo a leggere la Bibbia dall'inizio apprendiamo dopo poche righe che Dio ha creato tutto molto buono. Perché allora tutta questa imperfezione? Perché esiste la morte se dentro di noi esiste una concezione, un desiderio di eternità? La risposta biblica non si attarda e come sappiamo presenta la prima trasgressione umana con la scelta di mangiare il frutto dell'albero proibito da parte di Eva e di Adamo come spiegazione teologica di questa frattura tra la volontà e creazione divina e la realtà dell'uomo. Definito il problema però, esiste una soluzione? In altre parole, dopo aver compreso il “perchè”, è possibile risolvere il “come” uscirne? Tutti i tentativi dell'Antico Israele sono falliti e la loro riflessione sul tema traspare anche dagli scritti biblici. La Legge, il Tempio, la monarchia, la Terra promessa....ogni cosa nel corso del tempo si è sbriciolata lasciando una speranza di pochi granelli di sabbia in mano. 
Ma su questi pochi granelli, come abbiamo considerato domenica scorsa, la terza parte del libro del profeta Isaia effonde un nuovo soffio vitale:
Lo Spirito del Signore, di DIO, è su di me,perché il SIGNORE mi ha unto per recare una buona notizia agli umili... 
Isaia 61:1
C'è una buona notizia. O, meglio, sta arrivando – dice l'oracolo profetico – qualcuno sul quale riposa lo Spirito di Dio, qualcuno con dignità regale (unto) e autorità divina (unto dal Signore), qualcuno con una buona notizia – finalmente! – da annunciare. Sta arrivando, e per noi è già arrivato, è Gesù Cristo il Signore. 

1. NELLA SINAGOGA IN GIORNO DI SABATO

L'opera letteraria di Luca, che comprende l'omonimo Vangelo e il libro degli Atti degli Apostoli, ha molte peculiarità tra le quali la suddivisione geografica della sua narrazione. Il racconto su Gesù inizia in Galilea, poi si sposta con il viaggio in Giudea e arriva a Gerusalemme dove avviene la sua morte e risurrezione. Gli Atti riprendono la narrazione con un opposto moto centrifugo: parte dal fulcro di Gerusalemme, per poi spostarsi in Giudea e infine nelle nazioni più lontane. All'inizio di tutto però incontriamo Giovanni Battista, poi la prova nel deserto di Gesù e, infine, un racconto avvenuto proprio nella sinagoga locale della città dove era lui era cresciuto fino a quel momento:
Si recò a Nazaret, dov'era stato allevato e, com'era solito, entrò in giorno di sabato nella sinagoga. Alzatosi per leggere, gli fu dato il libro del profeta Isaia. Aperto il libro, trovò quel passo dov'era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me, perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri... 
Vangelo secondo Luca 4:16-18a

Questo racconto si conclude con Gesù che afferma: «Oggi, si è adempiuta questa Scrittura, che voi udite». Ebbene, cosa si è adempiuto (da) quel giorno attraverso Gesù? Abbiamo già letto la prima parte dell'oracolo isaiano che riguarda il portare una buona notizia agli umili/poveri: la buona notizia è il Vangelo, il fatto che in Cristo ogni essere umano trova per fede la riconciliazione con il Padre, la giustificazione con il Signore Gesù e la comunione costante con lo Spirito Santo. Ma c'è dell'altro? In effetti il testo di Isaia che Gesù lesse a quel tempo continua, aggiungendo: “mi ha inviato per fasciare quelli che hanno il cuore spezzato”. 


2. NON SOLO SALVATI MA ANCHE GUARITI

Parte integrante del ministero di Cristo è stata ridare speranza e guarigione a folle di persone deluse, ferite e senza scopo. Al tempo l'economia languiva, la politica era in mano a un Impero straniero e coloro che dovevano fare gli interessi del popolo invece facevano gli interessi del proprio potere. Forse ci ricorda qualcosa? Da un certo punto di vista non è cambiato molto nella società umana. Tutto questo è frutto della natura di peccato dell'uomo, del peccato che – tanto a livello personale e relazionale quanto a livello nazionale e mondiale – porta ingiustizie e sofferenze. Ferite nel corpo e nel cuore di innumerevoli persone. In questo scenario, la buona notizia di Gesù porta salvezza spirituale ma anche guarigione. Il ministero di Cristo non interviene infatti solo sulla natura di peccato annullandola sulla Croce, ma porta anche guarigione sulle ferite derivate dalle conseguenze dei molti peccati. Il perdono che riceviamo in Cristo dal nostro Padre celeste nel momento della conversione è istantaneo, ma la guarigione dalle ferite interiori invece richiede del tempo, tempo da spendere alla presenza di Dio per percepire spiritualmente la fasciatura del suo amore. Quali furono le prime cose che videro i primi discepoli di Gesù una volta radunati?

Sceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante, dove si trovava una gran folla di suoi discepoli e un gran numero di persone di tutta la Giudea, di Gerusalemme e della costa di Tiro e di Sidone, i quali erano venuti per udirlo e per essere guariti dalle loro malattie. Quelli che erano tormentati da spiriti immondi erano guariti; e tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva un potere che guariva tutti. 
Vangelo secondo Luca 6:17-19


La prima cosa che videro fu una gran folla che aspettava Gesù per ascoltarlo e per essere guariti. Malattia fisiche, oppressioni demoniache sono solo alcune espressioni delle conseguenze del peccato che il Signore sana con il suo potere. Vediamo però che è necessario voler andare da Gesù, proprio come la gran folla descritta dal Vangelo, per poter ricevere da lui un tocco di guarigione nel corpo, nell'anima e nello spirito; e questa resta una condizione valida anche al giorno d'oggi.


3. DEI TEMPI DI RISTORO, DALLA PRESENZA DEL SIGNORE

Il ministero di guarigioni dei cuori, delle anime e delle infermità di Gesù non si è concluso con la sua ascensione, ma è continuato nella storia della Chiesa. Troviamo infatti negli Atti degli Apostoli, che come abbiamo già detto è il seguito del Vangelo secondo Luca, nuove occasioni di guarigioni attraverso gli apostoli in servizio per il Signore. In particolare, dopo la Pentecoste leggiamo della guarigione al Tempio di uno zoppo, e di un discorso di Pietro rivolto a tutti i presenti. In una parte di questo discorso egli dice:

Ravvedetevi dunque e convertitevi, perché i vostri peccati siano cancellati e affinché vengano dalla presenza del Signore dei tempi di ristoro e che egli mandi il Cristo che vi è stato predestinato, cioè Gesù, che il cielo deve tenere accolto fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose; di cui Dio ha parlato fin dall'antichità per bocca dei suoi santi profeti. 
Atti degli Apostoli 3:19-21


Il ravvedimento e l'adesione all'appello del Vangelo portano al perdono dei peccati e alla salvezza, ma in modo conseguente portano anche a qualcos'altro: a tempi di ristoro che vengono dalla presenza del Signore. Questo “ristoro” traduce il termine originale ἀνάψυξις / anapsyxis che significa appunto refrigerio, ristoro. La cosa interessante è che questo termine non è usato altrove nel Nuovo Testamento, ma lo troviamo invece nella antica traduzione greca LXX, dove è utilizzato nel libro dell'Esodo:
Ma quando il faraone vide che c'era un po' di respiro si ostinò in cuor suo e non diede ascolto a Mosè e ad Aaronne, come il SIGNORE aveva detto. 
Esodo 8:15

Come possiamo vedere, il termine è utilizzato per descrivere il momento in cui il faraone ha avuto “un po' di respiro” dall'oppressione delle piaghe d'Egitto. 


Senz'altro la lettura del discorso di Pietro ci esorta a guardare a Gesù, che il cielo deve tenere accolto fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose, e quindi agli ultimi tempi. Lo stesso Esodo viene utilizzato come trama degli avvenimenti dell'Apocalisse di Giovanni con i suoi giudizi divini e le calamità inviate sulla terra fino alla liberazione dei credenti dalla sofferenza e dalla morte. Ma questa realtà non è solo escatologica, non è solo ultima. Così come le guarigioni miracolose di Gesù e dei suoi discepoli sono avvenute in questi tempi e non alla fine del tempo, allo stesso modo anche i tempi di ristoro provengono dalla presenza del Signore anche oggi, sebbene non in modo eterno. Il ravvedimento porta alla conversione, al perdono dei propri peccati e alla propria salvezza. Ma il secondo passo è dimorare il più possibile alla presenza spirituale del Signore e vivere qui dei tempi di ristoro: tempi in cui riposare dalle nostre opere, dai sensi di colpa, dalle accuse. Tempi in cui lasciarci fasciare dallo Spirito Santo il cuore spezzato e ricevere l'amore che il Padre sparge per noi. Tempi di riposo, refrigerio, guarigione, in cui avere un po' di respiro dagli affanni di questo mondo: un anticipo di quel che sarà. 

CONCLUSIONE 

Rispondere all'appello di Gesù, accogliere in modo fecondo il messaggio del Vangelo, è solo il primo passo della vita cristiana. Una nuova vita che come secondo passo può riflettere sulla guarigione che è in Cristo e nella Chiesa attraverso lo Spirito Santo. Un secondo passo che deve portare in modo consapevole a comprendere questa ricchezza spirituale e viverla ricercando la presenza del Signore, da cui provengono tempi di ristoro e guarigione, nel cuore così come nell'interezza del nostro essere. Il Signore non vuole solo una salvezza escatologica per noi, ma anche una guarigione qui ed ora, per poter mostrare al mondo la sua potenza e renderci liberi di afferrare il nostro destino di uomini e donne nuovi.
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