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domenica 8 novembre 2020

Sceso nella pienezza del tempo











INTRODUZIONE

Il libro della Genesi si conclude con una straordinaria espressione della provvidenza divina: la famiglia di Giacobbe che stava soffrendo nella carestia viene tratta in salvo dall'ultimogenito Giuseppe che, dopo essere stato venduto dai propri fratelli, aveva attraversato nel frattempo diverse vicissitudini tali da poter acquisire un ruolo di prestigio in Egitto e richiamare a sé la sua famiglia. La lungimirante strategia di approvvigionamento messa in atto in Egitto ha quindi a questo punto potuto offrire prosperità a questa famiglia speciale in tempi di distretta. 

Il lieto fine però non è stato né breve né definitivo. 

All'inizio del libro dell'Esodo, infatti, apprendiamo che nel corso di qualche generazione questo nucleo familiare crebbe fino a diventare un popolo e, una volta morto il faraone che aveva a cuore Giuseppe, arrivò un nuovo faraone che vedeva negli israeliti una minaccia per il Paese. Per questo motivo iniziarono persecuzioni, schiavitù e lavori forzati. Il luogo della salvezza divenne dopo un certo tempo luogo di oppressione e sofferenza. Ma Dio non smise di intervenire per portare salvezza.

Durante quel tempo, che fu lungo, il re d'Egitto morì. I figli d'Israele gemevano a causa della schiavitù e alzavano delle grida; e le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio. Dio udì i loro gemiti. Dio si ricordò del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe. Dio vide i figli d'Israele e ne ebbe compassione.
Esodo 2:23-25 

1. SCESO PER LIBERARE

Il ricordo del patto che Dio aveva stabilito con Abraamo e le grida che la schiavitù stava strappando agli israeliti portarono Dio a intervenire in modo ancora più diretto rispetto al passato. Se in precedenza, infatti, egli si era limitato ad agire velatamente tramite alcune situazioni, ora invece decide di rivelarsi apertamente a una nuova persona, Mosè, incaricandola di eseguire la sua volontà.

Il SIGNORE disse: «Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei.
Esodo 3:7-8

Questa seconda e più grave situazione di difficoltà ha permesso a Dio di rivelare un disegno ancora più grande di quello realizzato nel passato. La sua volontà infatti non si è limitata ad alleviare la sofferenza dei discendenti di Giacobbe oppure a garantire loro ospitalità presso una nazione più accondiscendente ma, piuttosto, a condurli in un nuovo paese buono e spazioso dove scorreva il latte e il miele. Una situazione di maggiore distretta ha permesso che venisse espressa una nuova manifestazione di Dio, della sua liberazione e dell'esecuzione dei suoi piani perfetti. Tutto questo né troppo presto né troppo tardi: ma esattamente nel momento opportuno.

2. SCESO PER SALVARE 

Questo evento raccontato nel libro dell'Esodo ben evidenzia l'attitudine di Dio che non si isola dalla sua creazione ma al contrario decide di intervenire più volte entrando nella storia per fare la differenza. E in effetti questo non è il suo unico intervento ma ne leggiamo molti altri all'interno delle narrazioni bibliche. Sicuramente, però, l'intervento più importante e dalle conseguenze epocali è stato quello relativo all'incarnazione del Figlio Unigenito e del suo sacrificio eterno per la salvezza dell'uomo. Nel Nuovo Testamento infatti leggiamo:

Ma quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l'adozione.
Galati 4:4-5 

Similmente alla situazione di crisi vissuta dagli israeliti in Egitto, anche nel I secolo i Giudei stavano soffrendo. Erano secoli ormai che dovevano vivere in dipendenza a sovranità straniere e la loro stessa spiritualità era stata minacciata più volte da attacchi interni e esterni portando alla frammentazione  del popolo in diverse sette religiose. Alcuni recepirono l'unicità di quel tempo, l'inadeguatezza del Tempio e del sistema sacrificale e iniziarono a predicare qualcosa di diverso. Tra questi spicca senza dubbio la figura di Giovanni Battista. Questa infatti è stata la pienezza del tempo e in questa generazione specifica Dio mandò suo figlio, nato da donna, per mandare a effetto il suo decreto affinché noi ricevessimo l'adozione.

Dio non ha lasciata sola la famiglia di Giacobbe, Dio non ha lasciata sola l'umanità, Dio non ci ha lasciato da soli. Al contrario, al momento opportuno ha mandato suo Figlio affinché attraverso il suo sacrificio potessimo ricevere perdono, accoglienza, adozione. 

3. SCESO SVUOTANDO SE STESSO

Se però l'intervento di Dio nell'Esodo è avvenuto attraverso la vocazione di Mosè e l'espressione della sua potenza nelle piaghe, l'intervento in Cristo è avvenuto in modo diverso: non solo in modo diretto ma in modo anche personale

Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce.
Filippesi 2:5-8 

Il Signore Gesù è intervenuto in tempo, nel tempo esatto in cui doveva intervenire, ma non lo ha fatto incaricando qualcuno di eseguire la volontà del Padre ma, al contrario, eseguendo egli stesso questa volontà. Gesù era in forma di Dio e pur sapendo cosa avrebbe comportato la sua missione ha scelto comunque di seguire la volontà del Padre svuotando sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo personalmente simile agli uomini e umiliando sé stesso facendosi ubbidiente fino alla morte di croce, la morte più terribile riservata ai criminali dell'epoca. Gesù non ha evitato tutto questo ma, pur soffrendo, lo ha accolto sapendo che avrebbe causato la salvezza di innumerevoli persone. Egli dunque non solo è intervenuto in tempo ma è anche intervenuto pagando un prezzo altissimo. Avendo pagato questo prezzo e conquistato per noi il perdono e la riconciliazione nel passato, a maggior ragione ora possiamo accostarci a lui con piena fiducia per ottenere salvezza.

Tanto più dunque, essendo ora giustificati per il suo sangue, saremo per mezzo di lui salvati dall'ira. Se infatti, mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo, tanto più ora, che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.
Romani 5:9-10
 
Siamo salvati mediante la sua vita, in modo definitivo, e niente potrà cambiare questa situazione.

CONCLUSIONE

Oggi è il tempo della salvezza grazie a quello che Cristo ha fatto per noi. Oggi è il tempo in cui poter godere dell'intervento di Dio attraverso il suo Figlio Unigenito. Non siamo mai stati abbandonati a noi stessi ma Dio ha sempre governato in modo sovrano la storia anche quando non sembrava per poter intervenire al tempo opportuno. Per questo motivo possiamo avere piena fiducia in lui, per lo stesso motivo possiamo ricevere da lui la forza di vivere anche noi nell'umiltà ricercando e conservando lo stesso sentimento che è stato in Cristo Gesù. Il nostro valore non dipende dall'approvazione degli altri ma dal valore del sacrificio del Signore per noi e in questo valore possiamo specchiarci per scoprire la nostra identità in lui e crescere a sua immagine e nella sua salvezza. 










  


domenica 1 novembre 2020

Per una teologia biblica del tempo



























INTRODUZIONE


Quante dimensioni esistono nella nostra realtà? Probabilmente la maggior parte dei lettori leggendo questa domanda avrà pensato al piano cartesiano, all’asse delle ascisse e delle ordinate, aggiungendo magari un asse per la profondità ottenendo così uno spazio euclideo tridimensionale: lo schema più familiare usato per rappresentare lo spazio nella meccanica classica. Sì, gli assi x, y e z rappresentano bene le tre dimensioni spaziali con le quali ci confrontiamo ogni giorno, tanto nella nostra quotidianità quanto negli esercizi di geometria analitica. Ma a ben vedere queste tre dimensioni non bastano a spiegare la nostra realtà. Per capire questo limite basta un esempio banale: quello di un appuntamento personale. Se volessimo vedere il nostro migliore amico, infatti, dovremmo definire un appuntamento indicando senza dubbio un luogo, come per esempio il nostro bar preferito o casa nostra, ma mancherebbe un’indicazione essenziale: il quando. Ecco perciò che alle tre dimensioni spaziali dobbiamo aggiungere una dimensione temporale per definire in modo preciso un luogo e un tempo nei quali trovare quello di cui stiamo parlando.


La narrazione biblica non è esente da questo princìpio ma anzi lo spiega mostrando l’origine della dimensione temporale derivante dall’attività divina, un decorso storico e un punto di arrivo finale. Per la Bibbia i luoghi sono molto importanti in quanto custodi di particolari manifestazioni di Dio, ma lo sono ancora di più i tempi in quanto espressioni del sovrano e onnipotente governo del Padre. 


Lo scopo di questo approfondimento è quindi quello di mettere a fuoco il tema temporale nel suo sviluppo biblico secondo quattro snodi principali: l’eternità prima del tempo, la saggezza all’inizio del tempo, il disegno della volontà di Dio nel corso del tempo e la fine del tempo stesso. Questo lavoro non potrà essere un saggio di teologia biblica con pretesa di completezza ma solo una introduzione all’esame di questa tematica negli scritti sacri. 


1. I DECRETI DI DIO 


Dal punto di vista biblico, per quanto possa sembrare un paradosso per alcuni, tutto quello che accade nel tempo - o almeno quello che è più rilevante - è nato al di fuori del tempo sotto forma di una decisione di Dio. Il Dio biblico infatti non è né una divinità affine al deismo, ossia la concezione illuminista che reputa il Creatore come colui che ha abbandonato la creazione a sé stessa come può fare un orologiaio con i propri orologi, né una divinità impotente che subisce passivamente le decisioni delle sue creature. No, il Dio della Bibbia è Creatore e Re, il governatore della sua creazione e delle sue creature nonostante la disubbidienza e la distruzione che può sorgere nel mezzo del tempo. Anzi, sono proprio questi elementi che costringono Dio a intervenire direttamente nella storia della narrazione biblica per porre un rimedio al peccato e al caos che così frequentemente arriva a serpeggiare. 


Il Secondo Isaia per evidenziare che l’esilio babilonese non poteva rappresentare la sconfitta di Yahvè da parte delle divinità babilonesi ma, al contrario, la sua stessa volontà e punizione nei confronti del popolo scelto, scrisse le seguenti parole:


Io annuncio la fine sin dal principio,

molto tempo prima dico le cose non ancora avvenute;

io dico: Il mio piano sussisterà,

e metterò a effetto tutta la mia volontà;

chiamo da oriente un uccello da preda,

da una terra lontana l'uomo che effettui il mio disegno.

Sì, io l'ho detto e lo farò avvenire;

ne ho formato il disegno e l'eseguirò.

Isaia 46:10-11


La catastrofe dell’esilio babilonese non è stata dettata dal caso, il dramma che ha vissuto Giuda non è stato determinato dalla sconfitta della propria divinità ma, al contrario, è stato deciso e realizzato da Yahvè in persona. Egli infatti non si presenta qui come una tra diverse divinità ma come l’unico e vero Dio: non solo il Creatore ma anche il Governatore dello spazio e di ogni tempo. Sin dal momento in cui il tempo ha avuto inizio, Dio poteva annunciare con precisione la sua fine perché egli l’aveva già decisa e sapeva già che al momento opportuno l’avrebbe eseguita esattamente in accordo con la sua decisione e la sua volontà. Come ho già anticipato, il corso del tempo non appare qui come un fiume il cui decorso dipende da una molteplicità di fattori ma, al contrario, come un flusso guidato intelligentemente e senza alcuna limitazione da colui che lo ha creato e che lo guida millimetro dopo millimetro. La volontà di Dio non ha vincoli di spazio o di tempo perché sia la dimensione spaziale che quella temporale sono sua creazione e proprietà. Il piano di Dio sussiste nel tempo e coinvolge protagonisti anche lontani e improbabili per poterlo realizzare. Vediamo però anche qualche altro testimone scritturale. 


Ma la sua decisione è una;

chi lo farà mutare?

Quello che desidera, lo fa;

egli eseguirà quel che di me ha decretato;

di cose come queste ne ha molte in mente.

Giobbe 23:13-14


Nella sua sofferenza Giobbe, che in precedenza aveva conosciuto il segreto di Dio (sod) come qualcosa di familiare (Gb. 29:4, vedi versione originale), rimaneva ben consapevole dell’inesistenza del caso e dell’esistenza invece della decisione e dei decreti di Dio. Quello che Dio ha decretato infatti, dice lui, egli lo esegue puntualmente. Giobbe stesso afferma che di queste decisioni Dio ne ha molte in mente e che quindi non riguardano solo uno o due aspetti generali della storia dell’umanità. Con ulteriore certezza sappiamo che l’evento eterno del sacrificio di Cristo a maggiore ragione non è avvenuto per coincidenza. Nel primo famoso discorso dell’apostolo Pietro egli infatti disse: 


Quest'uomo, quando vi fu dato nelle mani per il determinato consiglio e la prescienza di Dio, voi, per mano di iniqui, inchiodandolo sulla croce, lo uccideste.

Atti 2:23


Gesù evangelicamente fu dato nelle mani dei suoi assassini per un tradimento, ma sebbene l’azione di Giuda ne fu la causa prossima esisteva una causa remota e determinante da ricercare nel consiglio (scopo, volontà) e nella prescienza di Dio. Una volontà che non è maturata in reazione a qualche imprevisto ma che si è formata prima che il tempo stesso iniziasse a esistere. Rivestono una grande importanza a questo riguardo tutti i Salmi messianici. Per esigenza di tempo, tuttavia,  prenderò in causa adesso solo un estratto del Salmo più citato dalla Chiesa primitiva:


Io annuncerò il decreto:

Il SIGNORE mi ha detto: «Tu sei mio figlio,

oggi io t'ho generato.

Chiedimi, io ti darò in eredità le nazioni

e in possesso le estremità della terra.

Tu le spezzerai con una verga di ferro;

tu le frantumerai come un vaso d'argilla».

Salmo 2:7-9 


Questi versetti sono stati citati anche da Gesù, secondo i resoconti evangelici, proprio per dimostrare che l’autorità del Messia non doveva derivare unicamente dal proprio lignaggio reale davidico ma anzi che il re Davide stesso ne riconosceva profeticamente un’autorità più alta derivata da Dio stesso. In un “oggi” eterno il Padre ha decretato al Figlio la sua autorità e potenza, che il Cristo risorto ha manifestato proprio in seguito alla sua morte e risurrezione (cfr. Matteo 28). Osserviamo dunque come il disegno di Dio abbia plasmato la storia, con particolare riguardo per la storia della salvezza e la manifestazione dell’Unigenito Figlio di Dio: Gesù Cristo nostro Signore. 


2. LA SAGGEZZA DI DIO 


Se i decreti di Dio sono la causa del suo intervento nel tempo e in ultima istanza nel suo stesso svolgimento, la sua saggezza invece ne è la modalità. Il libro della Genesi inizia con le seguenti parole: 


Nel principio Dio creò i cieli e la terra.

Genesi 1:1


Prima della creazione dello spazio abbiamo l’inizio del tempo nel quale nulla esisteva se non Dio stesso. Ma, nonostante non esistesse ancora nulla, Dio non era solo come testimonia il nome plurale “Elohim” usato in questo versetto. Dunque chi era con Yahvè all’inizio del tempo, prima di ogni atto creativo? Sicuramente era con lui la Saggezza.


Il SIGNORE mi ebbe con sé al principio dei suoi atti,

prima di fare alcuna delle sue opere più antiche.

Fui stabilita fin dall'eternità,

dal principio, prima che la terra fosse.

Fui generata quando non c'erano ancora abissi,

quando ancora non c'erano sorgenti rigurgitanti d'acqua.

Fui generata prima che i monti fossero fondati,

prima che esistessero le colline,

quand'egli ancora non aveva fatto né la terra né i campi

né le prime zolle della terra coltivabile.

Proverbi 8:22-26


Prima di fare alcuna delle sue opere e creazioni più antiche, la Saggezza era assieme a Yahvè non solo come un suo attributo ma come personificazione generata. La Saggezza fu stabilita fin dall’eternità, ossia prima del tempo, nello stesso principio che anticipò la creazione del cielo e della terra. Quando non c’era ancora una terra informe e vuota la Saggezza era già. E proprio la Saggezza, in quanto Verbo di Dio, contribuì a creare ogni cosa:


Quand'egli disponeva i cieli io ero là;

quando tracciava un circolo sulla superficie dell'abisso,

quando condensava le nuvole in alto,

quando rafforzava le fonti dell'abisso,

quando assegnava al mare il suo limite

perché le acque non oltrepassassero il loro confine,

quando poneva le fondamenta della terra,

io ero presso di lui come un artefice;

ero sempre esuberante di gioia giorno dopo giorno,

mi rallegravo in ogni tempo in sua presenza;

mi rallegravo nella parte abitabile della sua terra,

trovavo la mia gioia tra i figli degli uomini.

Proverbi 8:27-31


La Saggezza di Dio è stata un’artefice della creazione, esuberante di gioia. La Saggezza di Dio, la Parola, era con Elohim nella creazione ed era Elohim.


Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno sopraffatta.

Giovanni 1:1-5


Per dirla in termini giovannei, le tenebre non hanno potuto sopraffare la Parola, la Saggezza, perché in lei era la vita e la vita era la luce degli uomini. Cristo è la nostra sapienza (1 Cor. 24.30), egli è la Parola e senza di lui neppure una delle cose fatte è stata fatta. Sin dall’eternità. 


3. IL MISTERO RIVELATO DI DIO 


Dopo aver esposto il tema biblico dei decreti di Dio in quanto causa degli eventi che avvengono nel corso del tempo, e della Saggezza di Dio in quanto Cristo preesistente, mediatore della creazione e degli interventi divini, possiamo parlare adesso del più importante crocevia della storia: il sacrificio del Cristo incarnato e la sua risurrezione per la nostra salvezza. Lo possiamo fare in particolare modo leggendo e analizzando l’inizio della Lettera di Paolo agli Efesini. 


Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo. In lui ci ha eletti prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui, avendoci predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà, a lode della gloria della sua grazia, che ci ha concessa nel suo amato Figlio. In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia, che egli ha riversata abbondantemente su di noi dandoci ogni sorta di sapienza e d'intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo il disegno benevolo che aveva prestabilito dentro di sé, per realizzarlo quando i tempi fossero compiuti. Esso consiste nel raccogliere sotto un solo capo, in Cristo, tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra.

Efesini 1:3-10


Questo brano richiederebbe un grande impegno esegetico a causa della sua ricchezza e complessità, tuttavia in questa sede dovremo limitarci a osservare solo alcuni aspetti utili in particolare alla nostra trattazione. In primo luogo possiamo rilevare un altro tipo di decreto di Dio relativo alla scelta dei credenti prima della fondazione del mondo (supralapsariana). Quindi non è solo l’Unigenito Figlio di Dio a essere stato scelto nell’eternità per ricevere ogni potenza ma anche i credenti come figli adottivi sono stati scelti nell’eternità per essere santi e irreprensibili e per ricevere la redenzione mediante il sangue di Cristo e il perdono dei peccati. Anche questa scelta infatti è avvenuta nell’eternità ed è stata per secoli un mistero. Un mistero relativo a questo specifico disegno del Padre (cioè di offrire la salvezza agli uomini attraverso il sacrificio di suo Figlio) che è stato manifestato e realizzato nel momento specifico nel quale il tempo deciso da Dio si è compiuto. Il tema del tempo opportuno è ampiamente utilizzato nel Vangelo secondo Giovanni, dove Gesù ha modo di sottolinearlo in diversi momenti: 


Gv 7:6 Gesù quindi disse loro: «Il mio tempo non è ancora venuto; il vostro tempo, invece, è sempre pronto.


Gv 7:8 Salite voi alla festa; io non salgo a questa festa, perché il mio tempo non è ancora compiuto».


Gv 7:33 Perciò Gesù disse loro: «Io sono ancora con voi per poco tempo; poi me ne vado a colui che mi ha mandato


In questo Vangelo il tempo di Gesù coincide con la sua crocifissione, che per l’appunto non è vissuta come una coincidenza ma come un evento drammatico deciso dal Padre e riservato per un tempo e uno scopo ben preciso. In special modo nella seconda metà di questo Vangelo, chiamato dagli studiosi “il libro dell’ora di Gesù”, leggendo e seguendo il ritmo della narrazione è possibile riconoscere quasi un conto alla rovescia puntato verso questa “ora” così importante. Esiste uno scorrere del tempo ordinario ma ci sono anche dei “momenti nel tempo” dallo scopo straordinario che Dio ha prescelto per i suoi scopi e questo è senza dubbio uno di quelli. 


Il disegno di offrire la salvezza e il perdono dei peccati agli uomini attraverso il sacrificio degli uomini, tuttavia, non termina con questo scopo ma ne ha un’altro più alto e universale: raccogliere sotto un solo capo, in Cristo, tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra. Il riscatto non solo dell’uomo ma anche della creazione (al momento presente sottoposta a vanità non per sua volontà) è il proposito finale di Dio e lo è coinvolgendo in tutto questo Gesù Cristo. Dopo il suo sacrificio infatti egli è stato sovranamente innalzato e ora finalmente ogni cosa nel cielo o sulla terra può essere raccolta e rappresentata da lui secondo il decreto eterno: “Chiedimi, io ti darò in eredità le nazioni e in possesso le estremità della terra.”


4. ALLA FINE DEL TEMPO


Il pieno compimento di questo proposito eterno però non può che realizzarsi al termine del tempo, e anche in questo caso ci è utile affacciarsi alla fine così come descritta dalle Scritture. 


Non ci sarà più nulla di maledetto. Nella città vi sarà il trono di Dio e dell'Agnello; i suoi servi lo serviranno, vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome scritto sulla fronte. Non ci sarà più notte; non avranno bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli.

Apocalisse di Giovanni 22:3-5 


La Nuova Gerusalemme, i nuovi cieli e la nuova terra saranno il coronamento di tutti i disegni di Dio e porteranno alla condizione di non aver bisogno del sole né nella notte. Nel linguaggio simbolico dell’Apocalisse gli astri celesti raffigurano proprio lo scorrere del tempo (cfr. la sottomissione del tempo da parte della Chiesa e Israele in 12:1) e la descrizione di questa assenza vuole descrivere di conseguenza in modo comprensibile qualcosa che per noi è incomprensibile: l’eternità. Laddove ci sarà solo Dio non ci sarà bisogno dell’alternanza giorno/notte né nella luce per contrastare le tenebre. Dio riempirà tutto in tutti (1 Cor. 15:28) e farà raggiungere finalmente a questa ri-creazione una dimensione astorica e atemporale, una condizione non più temporanea ma finalmente perfetta e benedetta in eterno. I decreti espressi nell’eternità prima del tempo e realizzati progressivamente nel corso del tempo ciascuno nel momento opportuno saranno a questo punto interamente realizzati e portati all’esistenza in una eternità successiva all’esistenza tempo. 


CONSIDERAZIONI FINALI


Nel percorso che abbiamo seguito abbiamo potuto evidenziare l’importanza dei decreti eterni di Dio, la loro esecuzione nel tempo attraverso la Saggezza - ossia Gesù Cristo in particolar modo prima della sua incarnazione - durante la creazione e nei tempi successivi. Un decreto particolare del Padre riguarda la scelta del Figlio per l’opera della salvezza e per l’ottenimento dal Padre ogni potenza, mentre un altro riguarda la salvezza dell’uomo attraverso tutto questo. Se il tempo ha uno scorrimento a volte contorto e a volte quasi anonimo, gli interventi di Dio non sono mai casuali ma al contrario determinati secondo la sua prescienza e attuati in momenti specifici nei quali fare la differenza. Questo accade nella storia nel mondo ma anche nella storia di ogni persona e, in particolar modo, nella storia personale di ogni credente. Per questo motivo ogni figlio di Dio deve avere piena fiducia nel controllo di Dio, nella bontà dei suoi piani e nella certezza delle rispettive esecuzioni al momento opportuno. Possiamo attraversare distrette e difficoltà, lutti e sofferenze, ma allo stesso tempo credere con sicurezza che Dio convertirà tutto questo in bene e nel nostro bene così come lo ha fatto con i patriarchi, con Mosè e con il popolo di Israele. Anche se non abbiamo risposta a tutti i “perché?” che possiamo avere, sicuramente abbiamo tutto il perdono, l’amore e l’accoglienza da parte di Dio in Cristo, per sua eterna e inoppugnabile volontà. 


Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono; e io do loro la vita eterna e non periranno mai e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti; e nessuno può rapirle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo uno».

Vangelo secondo Giovanni 10:27-30

domenica 25 ottobre 2020

Linee guida per insegnanti biblici

RIUNIONE INSEGNANTI - A.S. 2020/2021. LINEE GUIDA DI DAVIDE GALLIANI


I TRE GRADINI MINISTERIALI

1 Timoteo 4:13 Àpplicati, finché io venga, alla lettura, all'esortazione, all'insegnamento.


In questa lettera tra le pastorali, l’Apostolo Paolo suggella tutte le indicazioni date a Timoteo, suo figlio spirituale, con l’esortazione di applicarsi alle seguenti cose:


  • La lettura

  • l’esortazione

  • l’insegnamento.


Da questo caso particolare possiamo comprendere l’importanza generale per ogni predicatore e insegnante biblico di leggere frequentemente la Bibbia non solo per conoscerla ma anche per essere immerso/a nella sua spiritualità. Ma leggere anche con continuità nuovi libri che possano aggiornare e accrescere la propria competenza. Un insegnante infatti non può vivere a lungo di rendita: è necessità del suo ministero formarsi continuamente per comprendere lo stato attuale della ricerca (biblica, esegetica, teologica, archeologica etc.) ed essere preparato tanto per ogni domanda a lezione quanto per rispondere a qualsiasi attacco ideologico fatto dalla società a danno della chiesa. La lettura, poi, ha anche un risvolto liturgico quando viene fatta in chiesa leggendo pubblicamente la Parola di Dio.


Il secondo punto indicato da Paolo riguarda, invece, l’esortazione. Questo aspetto è proprio della predicazione e ciascuno di noi lo può espletare un questo contesto. Lo scopo ultimo di ogni predica, infatti, è quello di esortare il credente a vivere in modo conforme agli insegnamenti del Signore e della tradizione apostolica così come presentati dalle Scritture.


Come terzo punto troviamo infine l’insegnamento. Risulta evidente che sia un’attività diversa da quella dell’esortazione: in questo caso la declinazione non riguarda l’applicazione pratica nella vita del credente ma quello che la causa e determina a monte, ossia il messaggio biblico nella sua interezza e corretta comprensione. Questo è il compito più specifico degli insegnanti biblici: insegnare quello che il testo biblico davvero dice. Questa è la nostra sfida, che tratterò più nello specifico da adesso in poi.


CARATTERISTICHE DEL PERCORSO FORMATIVO


Il percorso formativo all’interno del nostro istituto è principalmente costituito dal corso di Discepolato e dal corso Biblico. Questo viaggio accompagna i credenti verso una crescita spirituale e intellettuale (rinnovamento della mente) e si sviluppa proprio secondo le varie tappe della crescita. 


Nella fase che ci concerne, abbiamo prima un tempo di “fanciullezza spirituale”: nel corso di Discepolato vengono insegnati i principi spirituali già enucleati dai testi biblici e pronti per essere vissuti.


Una volta assimilati questi princìpi si entra in una nuova fase di maturità: nel corso Biblico infatti si iniziano ad apprendere gli strumenti intellettuali necessari per approfondire in autonomia i testi sacri e ricavare da sé il significato dei libri biblici, anche quelli meno evidenti grazie a una graduale acquisizione di comprensione dei vari messaggi e delle competenze letterarie di base.


In quest’ultimo caso mi sento di evidenziare che insegnare non è riempire un vaso ma accendere un fuoco (Plutarco). Quando sono già state messe le basi del discepolo, ancor più di tante nozioni è importante infatti stimolare la passione e la curiositas: non una curiosità oziosa ma, come la intendevano i latini, il desiderio di approfondire autonomamente il senso dell’esistenza o, come nel nostro caso, i testi biblici. Scopo degli insegnanti dunque, a mio avviso, è più di ogni altra cosa ispirare gli alunni a riguardo della bellezza, grandezza e nobiltà degli scritti biblici. Qualunque libro specialistico può dare molte più nozioni e molto più accurate di noi. Ma solo noi possiamo trasmettere la nostra passione e fare sì che questa cambi delle vite. Con questo non voglio dire che non sia necessario insegnare informazioni, ma che queste devono essere al servizio del sacro fuoco della passione e non viceversa. 


Il mio metodo, per esempio, è quello di procedere presentando anzitutto uno sguardo d’insieme, una panoramica generale ma accurata del libro biblico o tema in questione, spendendo del tempo per trattare gli strumenti esegetici che consentono poi agli studenti di procedere in autonomia. È spesso utile in questo caso interpellare la classe per condurla da un ragionamento iniziale istintivo a uno consapevole nel corso di una o più lezioni. Si può quindi far partire il percorso didattico dalla struttura letteraria o tematica generale per poi presentare le varie sezioni e le peculiarità letterarie (chiasmi, figure retoriche, sviluppo storico di un soggetto) e teologiche. Procedere con un commento minuzioso versetto-per-versetto rischia di inondare i presenti con una mole di informazioni che comunque non possono essere ritenute, versando nei “vasi” una quantità di acqua che finisce senza dubbio per fuoriuscire e andare sprecata. Dalla mia esperienza ho appreso che è meglio che una lezione sia concisa, interattiva e chiara nell’esporre gli snodi principali per poi magari poter dedicare informazioni più dettagliate nelle dispense. Per questo scopo, la parola d’ordine per me è struttura. Affinché una lezione possa lasciare il segno deve poter essere compresa e assimilata, e a questo fine è essenziale che vi sia una struttura di insegnamento e non una esposizione che segue un filo del discorso vago presente spesso solo nella testa dell’insegnante. Ci deve essere un’introduzione, una esposizione, uno o due excursus (tendenzialmente meglio non di più) e una conclusione che riprenda tutti i fili dipanati nella lezione per dare una degna conclusione. Attenzione: per conclusione non intendo risoluzione. Parlando di esegesi e teologia difficilmente possiamo infatti risolvere completamente un problema (le scienze religiose non sono scienze esatte!), ma già solo presentarne i termini e le varie possibili soluzioni può significare raggiungere una conclusione che vada ad accrescere una consapevolezza più profonda e matura.

CONCLUSIONE

Riepilogando, dunque, quello che per me è importante lo possiamo schematizzare nelle seguenti tre parole: 
  • Passione
  • Strumenti
  • Struttura
Quello che gli iscritti si meritano è di ricevere tutta la nostra passione per le Scritture, gli strumenti intellettuali per poter comprendere il loro messaggio e una lezione che sia ben strutturata per questo fine.

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