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domenica 29 agosto 2021

Il ricco incontra Gesù


INTRODUZIONE

Come già condiviso ampiamente negli studi precedenti, la struttura letteraria del Vangelo secondo Marco è composta da due parti distinte. La seconda parte, che inizia al c. 8 v. 21, comincia con il riconoscimento di Gesù come “il Cristo” da parte di Pietro. Questo riconoscimento però era suscettibile di fraintendimenti ed è per questo che Gesù è dovuto intervenire per chiarire che la sua identità messianica si sovrapponeva in modo inaspettato per i suoi interlocutori con quella del Servo sofferente e non con quella del re vittorioso. Da questo momento in avanti, infatti, la direzione del suo percorso sarebbe stata verso il Golgota e la Croce anche se persino i suoi discepoli non lo capivano e non lo volevano ancora accettare. In questo contesto incontriamo il brano che vorrei esporre con il presente articolo.

1. LA LETTURA

Gesù e il ricco

Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. Tu sai i comandamenti: "Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre"». Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù». Gesù, guardatolo, l'amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va', vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni.

Gesù e i discepoli

Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!» I discepoli si stupirono di queste sue parole. E Gesù replicò loro: «Figlioli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio». Ed essi sempre più stupiti dicevano tra di loro: «Chi dunque può essere salvato?» Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio».

Gesù e Pietro

Pietro gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito». Gesù rispose: «In verità vi dico che non vi è nessuno che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi, per amor mio e per amor del vangelo, il quale ora, in questo tempo, non ne riceva cento volte tanto: case, fratelli, sorelle, madri, figli, campi, insieme a persecuzioni e, nel secolo a venire, la vita eterna. Ma molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi».

Marco 10:17-31

2. IL COMMENTO

Come ho suggerito nella suddivisione del brano, questo dialogo si divide in tre parti: la prima tra Gesù e il ricco, la seconda con i suoi discepoli e la terza con Pietro. 

La prima cosa da notare è proprio la sua posizione letteraria, in una fase della narrazione che ormai è diretta a Gerusalemme verso l’epilogo che conosciamo tutti. Questo cammino non ha soltanto una rilevanza letteraria ma anche teologica e spirituale. Si incastona in un momento che definisce con grandissima chiarezza il costo della sequela di Gesù, una salvezza che, per usare le parole del teologo Bonhoeffer, è contemporaneamente gratuita ma anche a caro prezzo. 

Questo racconto si apre con Gesù che esce per la via, come abbiamo visto la via per Gerusalemme. Accorre a lui una persona che teneva Gesù in altissima considerazione. Lo possiamo capire dai seguenti indizi: 

  • Si inginocchia davanti a lui
  • Lo chiama Maestro
  • Lo chiama buono

Da questi elementi risulta evidente quanto questo “giovane” (Mt. 19:22) e “notabile” (Lc. 18:18) riconosca in Gesù una grande autorevolezza. Accostandosi a lui chiede cosa deve fare per ereditare la vita eterna. Al di là delle tante “opere buone” questa domanda riguarda piuttosto l’opera specifica senza la quale si è automaticamente esclusi dalla possibilità di accedere alla vita eterna. Di fronte a questo esordio, e avendo in mente i brani precedenti di questo Vangelo, viene naturale pensare alla risposta di Gesù con un elogio, l’accoglienza nella cerchia dei propri discepoli e la rassicurazione di entrare nella vita eterna. Ma, inaspettatamente, Gesù risponde in modo diametralmente opposto. 

Egli rimprovera il giovane di averlo chiamato “buono”, appellandosi alla tradizione biblica secondo la quale “Dio è buono!”, e solo lui è fonte ultima di ogni bontà. Poi, per valutare il livello religioso del suo interlocutore, chiede - in forma negativa - se segue le Dieci Parole, ossia il Decalogo nelle specifiche relative al rapporto con il prossimo. La risposta è affermativa: questa persona sin dalla sua gioventù ha sempre osservato la Torah. Gesù a questo punto al posto di compiacerlo lo ama sinceramente e chiede l’unica cosa che gli manca: vendere tutte le sue ricchezze per darle ai poveri prima di seguirlo. Questa risposta stupisce e rattrista tanto il giovane quanto i discepoli attorno a lui. Lo stupore è condizionato prima di tutto dal fatto che nella mentalità dell’epoca la ricchezza era un riflesso della benedizione di Dio. Solo i profeti avevano osato mettere in discussione questo assioma per denunciare le ingiustizie dei ricchi a scapito dei poveri e, probabilmente, a questa tradizione Gesù decide di associarsi. Oltre a questo, neanche i discepoli avevano venduto le loro proprietà e per questo stavano iniziando a preoccuparsi.

Il secondo dialogo riguarda per questo proprio i discepoli. 
E, anche in questo caso, Gesù anziché essere accondiscendente rimarca il concetto della difficoltà per i ricchi di entrare nel regno dei cieli. Utilizza l’immagine dell’animale più grande conosciuto nel suo contesto affiancandolo all’apertura più piccola: come un cammello non può entrare nella cruna di un ago, così un ricco (non) può entrare nel regno dei cieli. I discepoli giungono alla conclusione che in pochissimi potranno allora essere salvati, se non addirittura nessuno. Ma Gesù chiude questa conversazione indicando alla potenza di Dio, una potenza che tuttavia può solo convincere a queste privazioni oppure trasformare il cuore in modo che non abbia più alcun attaccamento terreno. 

In seguito a questa laconica speranza, Pietro diviene portavoce dei Dodici e afferma che in realtà loro hanno lasciato ogni cosa per seguirlo. Hanno lasciato il loro lavoro, la loro casa. E Gesù risponde che non vi è nessuno che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi, per amor mio e per amor del vangelo, il quale ora, in questo tempo, non ne riceva cento volte tanto: case, fratelli, sorelle, madri, figli, campi, insieme a persecuzioni e, nel secolo a venire, la vita eterna.

Questo è il momento della rinuncia assoluta e i requisiti della sequela diventano più che mai radicali, ma a queste rinunce corrispondono la sovrabbondante provvidenza divina: cento volte superiore alle rinunce su questa terra e, nel tempo futuro, la vita eterna. 

3. L'ATTUALIZZAZIONE

Questo brano presenta indubbiamente delle difficoltà. Preso a sé stante, secondo questo episodio e queste parole di Gesù ogni persona che non vende i suoi averi e decide di seguirlo come discepolo itinerante non ha parte nel regno di Dio e non otterrà a vita eterna. Vengono quindi esclusi la maggior parte dei cristiani di ogni epoca e luogo. Leggendo il Vangelo secondo Marco nella sua interezza e tutto il Nuovo Testamento sappiamo però che non è così, e per questo ci viene richiesto lo sforzo di comprendere e armonizzare questi aspetti apparentemente contraddittori.

Sappiamo che i discepoli nel gruppo dei Dodici hanno abbandonato tutto per seguire Gesù nel suo ministero terreno, e probabilmente anche altri seguaci hanno imitato - come dice Pietro - questo comportamento. Gesù assicura un premio presente e futuro per queste rinunce. 

Le condizioni e il messaggio del gruppo pre Pasquale però non sono rimasti immutati, sono invece stati trasformati dall’evento della morte e risurrezione di Cristo. Come visto sin dalla “introduzione”, questo episodio si inserisce nella tensione di un cammino diretto alla Croce, in un’atmosfera sempre più drammatica. Il gruppo di discepoli però non si è fermato alla Croce ma in seguito alla Risurrezione si è trasformato in una comunità di discepoli e, in seguito, in un grande numero di comunità sparse ovunque nel mondo. Dobbiamo quindi comprendere una progressione e un cambiamento nell’approccio al discepolato. Questo processo, o perlomeno l’esistenza di diverse prospettive, ci appare evidente anche confrontando i vari Vangeli: laddove per Luca sono beati i poveri tout court (6:20), in Matteo lo sono i poveri in spirito (5:30): le parole di Gesù sono state attualizzate per la comunità.

Questa relativizzazione è obbligatoria proprio per attualizzare e armonizzare il messaggio evangelico ma non dobbiamo comunque neanche radicalizzarla: ci sono dei principi infatti che possiamo considerare ancora validi e degli aspetti di questo episodio che ci devono ancora oggi interpellare. Se infatti difficilmente possiamo diventare tutti dei predicatori itineranti senza fissa dimora, tutti i cristiani sono certamente chiamati comunque a rispondere all’appello a una sequela personale e completa. La salvezza è gratuita ma costa la nostra intera vita: l’incontro con Cristo non ci può lasciare come ci ha trovati ma - per essere un incontro genuino - deve essere un incontro trasformante. Ecco quindi che la trasformazione deve poter toccare i nostri pensieri, le nostre azioni quotidiane, le nostre priorità...in altre parole la gestione della nostra intera vita. Gesù ci invita ad affidare a lui la nostra vita e non alla nostra forza, alle nostre finanze, alla nostra intelligenza. Questo è un punto fermo, un principio del regno di Dio: Dio e Cristo sono al centro. L’esortazione di questo brano quindi, per noi oggi, quale può essere? Proprio questa: lasciare ogni peso e ogni presunta sicurezza per abbracciare Cristo. Lasciamo che si prenda cura lui di noi. Se non lo abbiamo mai fatto o se lo abbiamo fatto in passato ma siamo tornati in un secondo momento sui nostri passi...oggi è il momento opportuno. Torniamo a Gesù, torniamo a seguire le sue impronte, e la sua benedizione quotidiana non tarderà ad abbondare. 

CONCLUSIONE

Il brano del “giovane ricco” è per certi versi enigmatico: Gesù si comporta in modo apparentemente duro e ingiusto nei confronti di una persona che lo ammirava e seguiva. 

Nel contesto letterario e teologico del Vangelo secondo Marco possiamo rilevare una prima chiave di lettura: l’elevatissimo prezzo di questo discepolato è da correlare con l’imminente prezzo assoluto del sacrificio di Cristo.

Ogni cristiano, però, può prendere spunto da questo episodio per riflettere sulla serietà della proprio vita di fede: il proprio incontro con Cristo ha trasformato ogni aspetto della nostra vita? La nostra sicurezza è nelle finanze, nel lavoro, nella forza o nella provvidenza di Dio? Gesù esorta a non essere attaccati alla casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi (lavoro) ma in Dio. Lui ricompenserà questa adesione cento volte tanto in questo tempo (pur essendoci anche persecuzioni) e, in quello a venire, la vita eterna. 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli Sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia Editrice, Brescia, 1995.
  • Santi Grasso - nuova versione, introduzione e commento, Vangelo di Marco, Figlie di San Paolo, Milano, 2003.

domenica 4 luglio 2021

Le benedizioni in Cristo
















INTRODUZIONE

La Lettera agli Efesini secondo la tradizione cristiana è una delle lettere della prigionia, scritte dall'apostolo Paolo nel 62 d.C. forse a Roma. Buona parte della moderna critica biblica, invece, prende le distanze dalla paternità paolina, principalmente a causa del suo lessico peculiare e della sua dipendenza letteraria con la Lettera ai Colossesi.

Qualsiasi sia il suo autore, comunque, è indubbio che il contenuto di Efesini ha saputo entrare nel cuore dei cristiani di ogni epoca grazie alla sua straordinaria ricchezza teologica. 

In questa occasione desidero tracciare delle linee esegetiche fondamentali per avvicinarci alla lettura e alla comprensione del primo esordio di questa lettera, problematico a livello grammaticale (nel testo originale non troviamo segni di interpunzione ma solo un periodo unico di smisurata grandezza) ma anche di grande fascino a livello teologico. 

LA LETTURA


Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo. 
 
In lui ci ha eletti prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui, avendoci predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà, a lode della gloria della sua grazia, che ci ha concessa nel suo amato Figlio. 
 
In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia, che egli ha riversata abbondantemente su di noi dandoci ogni sorta di sapienza e d'intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo il disegno benevolo che aveva prestabilito dentro di sé, per realizzarlo quando i tempi fossero compiuti. Esso consiste nel raccogliere sotto un solo capo, in Cristo, tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra. 
 
In lui siamo anche stati fatti eredi, essendo stati predestinati secondo il proposito di colui che compie ogni cosa secondo la decisione della propria volontà, per essere a lode della sua gloria; noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. 
 
In lui voi pure, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, e avendo creduto in lui, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione di quelli che Dio si è acquistati a lode della sua gloria.

Lettera agli Efesini 1:3-14 

IL COMMENTO


L'apertura di questo esordio letterario avviene con una lode orante a Dio, nel solco veterotestamentario, dove troviamo formule simili:

Benedetto sia il SIGNORE, il Dio d'Abraamo mio signore, che non ha cessato di essere buono e fedele verso il mio signore!
Genesi 24:27a 

Ietro disse: «Benedetto sia il SIGNORE, che vi ha liberati dalla mano degli Egiziani e dalla mano del faraone; egli ha liberato il popolo dal giogo degli Egiziani!
Esodo 18:10

Allora Davide disse ad Abigail: «Sia benedetto il SIGNORE, il Dio d'Israele, che oggi ti ha mandata incontro a me!
1Sam 25:32


Possiamo rilevare che la lode a Dio si inserisce in una risposta per la bontà e fedeltà nella provvidenza ricevuta, nella salvezza e liberazione dagli Egiziani e nell'arrivo di una mediatrice in una situazione di tensione militare che avrebbe causato uno spargimento di sangue. Paragonando queste espressioni possiamo notare un parallelo tra la provvidenza salvifica ricevuta e ogni benedizione celeste ricevuta in Cristo


Queste benedizioni sono, appunto, nei luoghi celesti. Questo forse significa che non hanno a che vedere con le cose della terra? In realtà no, in quanto " i cieli" sono il luogo dal quale Cristo esercita la propria signoria universale (Ef. 3:10-12) e a cui noi stessi abbiamo accesso (Ef. 2:6-7). Se la benedizione ci raggiunge nei cieli, quindi, è perché noi vi siamo ormai entrati, ossia siamo divenuti definitivamente partecipi della signoria salvifica di Cristo. Essere "in" Cristo, perciò, indica che siamo associati al suo statuto.


Nel v.4 troviamo le azioni divine che rappresentano queste benedizioni, la prima delle quali è la scelta di noi credenti. Questa scelta è anteriore alla fondazione del mondo e dunque non derivata da vicende contingenti, dagli eventi storici. Poiché Cristo è il mediatore di queste benedizioni, ne risulta senza dubbio anche la sua stessa preesistenza alla creazione del mondo. Esiste quindi una predestinazione tuttavia, mentre la tradizione teologica successiva utilizzerà questa terminologia per identificare una predestinazione relativa al destino escatologico dei singoli, qui non troviamo indicazioni di questo tipo. Non vi è infatti qui alcun destino negativo e, soprattutto, non si ha in vista il destino individuale ma l'unico riferimento è al "noi" credente. Inoltre, l'oggetto di questa predestinazione divina è lo statuto attuale dei credenti, che nel resto della lettera troverà una realizzazione escatologica anche se non completa. Questa predestinazione divina, dunque, esprime una scelta di amore, una gratuità incondizionata che giunge sino al punto di considerarci (noi, credenti) come figli. 


Il piano eterno del Padre è reso conoscibile dall'esperienza presente della salvezza, espressa per mezzo di un parallelismo il cui secondo membro è in apposizione al primo e con una corrispondenza verbale in Colossesi 1:14. Possiamo descrivere nel seguente modo questo parallelismo:


a) redenzione

b) mediante il suo sangue

a') remissione dei peccati 

b') secondo le ricchezze della sua grazia


Il termine "redenzione" originariamente indica la liberazione di schiavi attraverso il pagamento di un prezzo. Nella traduzione LXX ricorre, per esempio, in:


Ho anche udito i gemiti dei figli d'Israele che gli Egiziani tengono in schiavitù e mi sono ricordato del mio patto. Perciò, di' ai figli d'Israele: "Io sono il SIGNORE; quindi vi sottrarrò ai duri lavori di cui vi gravano gli Egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi salverò con braccio steso e con grandi atti di giudizio.
Esodo 6:5-6

Mentre il sangue di Cristo indica la modalità attraverso cui è elargita la redenzione: ossia l'auto-donazione di Cristo sulla croce. Questa è in parallelo con la grazia di Dio, mentre la redenzione - questa liberazione ricevuta - è affiancata alla remissione dei peccati, qui designati dal sostantivo "caduta, colpa". 

La grazia dona anche l'intelligenza e la sapienza di conoscere il "mistero della sua volontà" che consiste nella riepilogazione, nella ricapitolazione universale in Cristo. 

Il termine tradotto con "raccogliere" o "ricapitolare" è reso in greco dal verbo anakephalaiomai, traducibile letteralmente con "per riassumere (di nuovo)", "ripetere sommariamente", "condensare in una sintesi." In effetti "raccogliere" è una traduzione riduttiva rispetto al significato originario. In senso più ampio, troviamo legato a questo concetto due significati molto importanti: "ridare un capo" e "fondare, instaurare". A monte deve essere avvertito il presupposto di un universo disgregato, di una realtà svuotata del suo senso causa del peccato. In Cristo tutto l'universo è (ri)fondato, restaurato, e contemporaneamente sottomesso alla sua autorità. Questa è sempre stata la volontà di Dio ma si è espressa nel tempo opportuno con il sacrificio, la morte e la resurrezione del Signore Gesù. Nella risurrezione Egli diventa il primogenito di una nuova creazione (Col 1:18), avendo però precedentemente riassunto in sé tutta la vecchia creazione nell'incarnazione (Gv 1:14). Oltrepassando la dimensione mortale, Cristo ha portato una tensione verso la piena manifestazione del regno di Dio. Egli è il nuovo Adamo (1 Cor 15:45), Colui che ha il compito di condurre non solo i credenti, ma anche l'intera creazione verso una piena redenzione.

La parola anakephalaiomai compare solo un'altra volta nel Nuovo Testamento, nel seguente testo:

Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. Infatti il «non commettere adulterio», «non uccidere», «non rubare», «non concupire» e qualsiasi altro comandamento si riassumono (anakephalaiomai)
in questa parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». L'amore non fa nessun male al prossimo; l'amore quindi è l'adempimento (plērōma) della legge.
Romani 13:8-10 

Potremmo parafrasare così: "qualsiasi comandamento si ricapitola, si rifonda in questa parola: ama il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa alcun male al prossimo; l'amore infatti è la pienezza della legge." A livello teologico può esserci un contatto interessante tra l'idea che l'amore riassume e rifonda la legge in modo analogo a come Cristo riassume e rifonda in sé tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra. 

Nel testo successivo, infine, troviamo i tre momenti logici che hanno scandito l'inserimento dei destinatari in queste benedizioni. Il primo è l'ascolto della parola di verità, ossia il Vangelo. Il secondo è l'adesione di fede. Il terzo è la ricezione del sigillo dello Spirito, ossia il dono dello Spirito come dono che convalidi l'essere inseriti nel piano salvifico di Dio che rende i destinatari sua "proprietà", fino alla piena manifestazione escatologica di questa redenzione.

CONCLUSIONE


La Lettera agli Efesini esordisce con una frase estremamente lunga, che nel greco originario non presenta nemmeno una punteggiatura. Come una colata di lava incandescente avanza sul terreno coprendo ogni cosa, così il suo autore ha voluto esprimere la ricchezza del suo pensiero teologico relativo alla benedizione che i credenti hanno in Cristo. Una benedizione che copre ogni cosa, che si sta già vivendo ma che si manifesterà pienamente nei tempi escatologici. 

Questa benedizione riguarda l'elezione della Chiesa, ossia dei credenti, per essere liberati dalla schiavitù del peccato ed essere resi liberi. Non solo liberi, però, ma anche adottati dal Padre per mezzo del sacrificio di Cristo e grazie al suo amore e alla sua volontà disinteressata. 

E' questa dunque la condizione dei credenti, la loro forza e il loro destino. 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE


- Lettera agli Efesini, nuova versione, introduzione e commento di Stefano Romanello, Ed. Figlie di San Paolo, 2003. 


domenica 27 giugno 2021

L'insegnamento di Gesù sul divorzio nel vangelo secondo Marco

INTRODUZIONE

Al centro di qualsiasi società umana, in qualsiasi cultura, ci sono sempre state delle tappe sociali universali: nascite, passaggi verso l'età adulta, matrimoni. Il contesto ebraico del I secolo non era senz'altro esente da questi appuntamenti che venivano vissuti secondo le prescrizioni della Torah e secondo le sue interpretazioni per i vari gruppi religiosi dell'epoca. 

In questo quadro complessivo le controversie che Gesù affronta con i farisei, così come raccontate nei Vangeli,  non sono da considerarsi come casuali ma rispecchiano in modo preciso le discussioni che questo gruppo giudaico promuoveva nel I secolo per interpretare e attualizzare al loro meglio il testo biblico. Le conversazioni tra i migliori maestri sarebbero in seguito confluite nei  nel Talmud. 

Tra le varie questioni prese in causa dai rabbini, e sottoposte a Gesù, troviamo anche quella del matrimonio e del divorzio. 

1. LA TORAH

Il punto di partenza del nostro percorso non può che essere il Pentateuco, ossia i primi cinque libri biblici normativi per ebrei e cristiani dove troviamo appunto le prescrizioni relative ad ogni aspetto della vita quotidiana secondo la volontà di Dio. 

Nel libro del Deuteronomio leggiamo che Mosè affronta il tema del matrimonio e del divorzio con le seguenti parole:

Quando un uomo sposa una donna che poi non vuole più, perché ha scoperto qualcosa di indecente a suo riguardo, le scriva un atto di ripudio, glielo metta in mano e la mandi via.

Deuteronomio 24:1 

Come possiamo notare a una semplice lettura, il divorzio viene previsto e consentito a condizione che il marito scopra qualcosa di indecente a riguardo della moglie. L'allusione a qualcosa di indecente, così come troviamo nella traduzione italiana, è probabile che guardi un'infedeltà, anche se in effetti non viene detto in modo esplicito. Esaminando il testo ebraico originale, troviamo che questo termine è reso con עֶרְוָה ʻervâh i cui significati letterari sono nudità, vergogna, indecenza. La stessa parola ricorre anche nel capitolo precedente, in relazione alla condizione della comunità:

Infatti il SIGNORE, il tuo Dio, cammina in mezzo al tuo accampamento per proteggerti e per sconfiggere i tuoi nemici davanti a te; perciò il tuo accampamento dovrà essere santo, affinché egli non veda in mezzo a te nulla d'indecente e non si ritiri da te.

Deuteronomio 23:14 

Appare chiaro dunque che questo concetto viene presentato nel libro biblico come opposto a quello di santo. Questo indizio può confermare la definizione delle condizioni nelle quali è legittimo divorziare, ossia a causa di infedeltà, condotta impura, anche se i contorni e il contesto appaiono ancora confusi e lasciati al giudizio dei singoli casi. 

A partire da questo versetto, dunque, verso quali direzione andavano le interpretazioni dei farisei del I secolo d.C?

2. IL TALMUD

Nella Mishnà Ghittin 9,10 - redatta alcuni secoli dopo mettendo per iscritto tradizioni orali dell'epoca che stiamo considerando - leggiamo che la scuola del maestro Shammai (50 a.C. - 30 d.C.) insegnava che "il marito non deve ripudiare la moglie fuorché nel caso in cui egli constati in lei un contegno immorale, conforme al testo che dice: “avendo egli trovato in lei qualche cosa di sconcio"

Questa esposizione appare rispettosa del testo biblico ma tra le scuole di pensiero teologico dell'epoca era addirittura la più morbida. 

La scuola di Hillel (60 a.C. - 7 d.C.) infatti, contraddistinta da un approccio più rigido, affermava: "[Egli può divorziare da lei] anche se essa ha recato offesa comunque (letteralmente: abbia rovinato una pietanza), come è scritto, “avendo egli trovato in lei qualche cosa di sconcio in qualsiasi cosa”.

Quest'ultima interpretazione ci appare più libera, prendendosi delle libertà che non sono strettamente legate al testo di partenza ma che erano comunque tenute in alta considerazione al tempo di Gesù e praticate dalle persone che ritenevano affidabile l'insegnamento del rabbi Hillel. Troviamo traccia di questa variante anche in Mt. 19:3.

Nella controversia già avviata, dunque, ad un certo punto del ministero pubblico di Gesù alcuni farisei chiesero il suo punto di vista sulla questione. 

3. GESU'

Poi Gesù partì di là e se ne andò nei territori della Giudea e oltre il Giordano. Di nuovo si radunarono presso di lui delle folle; e di nuovo egli insegnava loro come era solito fare. 

Dei farisei si avvicinarono a lui per metterlo alla prova, dicendo: «È lecito a un marito mandare via la moglie?» 

Egli rispose loro: «Che cosa vi ha comandato Mosè?» Essi dissero: «Mosè permise di scrivere un atto di ripudio e di mandarla via». Gesù disse loro: «È per la durezza del vostro cuore che Mosè scrisse per voi quella norma; ma al principio della creazione Dio li creò maschio e femmina. Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne. Così non sono più due, ma una sola carne. L'uomo, dunque, non separi quel che Dio ha unito». In casa i discepoli lo interrogarono di nuovo sullo stesso argomento.  Egli disse loro: «Chiunque manda via sua moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei;  e se la moglie ripudia suo marito e ne sposa un altro, commette adulterio».
Marco 10:1-12 

La domanda riportata da Marco, con l'intento di mettere alla prova Gesù e confutare la sua implicita messianicità, viene riportata in questo modo: «È lecito a un marito mandare via la moglie?». Il resoconto di Matteo aggiunge «per un qualsiasi motivo», confermando i termini della diatriba che abbiamo già delineato. La liceità del divorzio in realtà non è messa in discussione, quanto piuttosto la sua condizione: per motivi di sconvenienza sessuale o anche di altro tipo?

Gesù sceglie di non rispondere aderendo a una delle due soluzioni e chiede ai suoi interlocutori cosa ha comandato Mosè, ricevendo la risposta che tutti già conoscevano. 

La sua controrisposta viene articolata in due momenti. Nel primo egli si rifà al motivo per cui Mosè ha dato queste istruzioni: per la durezza dei loro cuori. La parola greca utilizzata qui nel testo originale è sklērokardia, e indica l'atteggiamento di colui che, venendo meno alla fede in Dio, si oppone al compimento della sua volontà. La concessione del divorzio viene considerata, quindi, come una concessione che non apparteneva alla volontà originaria di Dio ma che è stata data come compromesso in un secondo momento visto che il popolo non era in grado di seguire il volere divino. Gesù si appella a un principio anteriore alla Legge, il principio della volontà originaria di Dio. Nel secondo momento troviamo invece la citazione dei due seguenti passi biblici: 

1) Dio li creò maschio e femmina (Gn. 1:27)

Dio creò l'uomo a suo immagine maschio e femmina. Con questa citazione Gesù fa rilevare come l'unione sponsale sia in maniera costitutiva inscritta nella struttura umana, perché è il ricongiungimento delle due persone, che formano l'unico Adamo. 

2) Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne.  (Gn. 2:24)

Con questa seconda citazione Gesù richiama il valore prioritario della relazione di coppia, fondata sull'avvenuta unità della carne, in confronto a tutti gli altri rapporti familiari. 

Dopo tutto questo arriva la vera risposta ai farisei: "L'uomo, dunque, non separi quel che Dio ha unito".

CONSIDERAZIONI FINALI

Da un punto di vista legale i farisei avevano ragione: «Mosè permise di scrivere un atto di ripudio e di mandarla [la moglie] via». La Torah permette il divorzio, anche nella possibilità più limitata dell'immoralità sessuale. 

Gesù tuttavia non si attiene alla prescrizione della Legge ma presenta il principio precedente della Creazione: l'uomo è stato creato come uomo e donna e questa è la sua realtà esistenziale, che non può cambiare. L'uomo e la donna diventano una sola carne in un'unione voluta da Dio che l'uomo è chiamato a non dividere. La possibilità del divorzio è stata data come concessione in un secondo momento, per venire incontro alla debolezza umana nel seguire la volontà di Dio. 

Questa stessa linea è stata mantenuta dall'apostolo Paolo, come leggiamo in 1 Corinzi 7, difendendo prima di tutto l'unità del matrimonio. Paolo tuttavia, consapevole dei problemi all'interno delle comunità cristiane, estenderà questa riflessione verso un'attenzione particolare alle coppie composte da credenti e non credenti, riammettendo la possibilità di separazione nel caso in cui il partner non credente desideri farlo. 

Il tema è senz'altro complesso e bisogna adottare buon senso e attenzione alla salute e alla dignità dei singoli, essendo consapevoli comunque della volontà originaria di Dio. 

domenica 14 marzo 2021

La trasfigurazione di Gesù

INTRODUZIONE

Dopo aver commentato l'inizio del Vangelo secondo Marco, il seguente episodio della camminata sul mare di Gesù, la diatriba sulla purità, la sua proto-missione ai gentili e il dialogo con i discepoli sulla sua identità - che rappresenta lo snodo tra la prima e la seconda parte letteraria di questo vangelo - vorrei adesso soffermare l'attenzione sul più importante avvenimento che troviamo nel brano immediatamente successivo a quest'ultimo: la trasfigurazione di Gesù.

SEI GIORNI DOPO 


Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo, Giovanni e li condusse soli, in disparte, sopra un alto monte. E fu trasfigurato in loro presenza; le sue vesti divennero sfolgoranti, candidissime, di un tal candore che nessun lavandaio sulla terra può dare. E apparve loro Elia con Mosè, i quali stavano conversando con Gesù. Pietro, rivoltosi a Gesù, disse: «Rabbì, è bello stare qua; facciamo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia». Infatti non sapeva che cosa dire, perché erano stati presi da spavento. Poi venne una nuvola che li coprì con la sua ombra; e dalla nuvola una voce: «Questo è il mio diletto Figlio; ascoltatelo». E a un tratto, guardatisi attorno, non videro più nessuno con loro, se non Gesù solo.

Poi, mentre scendevano dal monte, egli ordinò loro di non raccontare a nessuno le cose che avevano viste, se non quando il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti. Essi tennero per sé la cosa, domandandosi tra di loro che significasse quel risuscitare dai morti.

Poi gli chiesero: «Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?» Egli disse loro: «Elia deve venire prima e ristabilire ogni cosa; e come mai sta scritto del Figlio dell'uomo che egli deve patire molte cose ed esser disprezzato? Ma io vi dico che Elia è già venuto e, come è scritto di lui, gli hanno anche fatto quello che hanno voluto».

Vangelo secondo Marco 9,2-13  

Questo episodio avviene "sei giorni dopo", ovvero sei giorni dopo il riconoscimento di Pietro del Cristo e il primo annuncio della Passione. Come già notato nell'approfondimento dedicato, questo riconoscimento poteva generare una certa incomprensione dovuta dal fatto che le attese messianiche del giudaismo di quel tempo si discostavano da quella che sarebbe stata la missione di Gesù, che per lo stesso motivo egli stesso ribadì in quella circostanza annunciando per la prima volta la sofferenza e la croce alla quale stava andando incontro. Questo avvenimento è il principale cardine letterario e teologico del Vangelo di Marco, che termina così la sua prima parte dedicata alla dimostrazione che Gesù è il Cristo (ma non nel senso comune nel termine in quell'epoca) e apre la sua seconda parte dedicata alla dimostrazione che Gesù è anche il Figlio di Dio. Ecco, dopo sei giorni da quel giorno Gesù porta i suoi tre discepoli più intimi su un alto monte, luogo che per eccellenza identifica la manifestazione e rivelazione divina nell'Antico Testamento. 

Nel luogo della teofania, dunque, Gesù fu "trasfigurato". Il termine originale utilizzato, metamorphoomai, significa "mutare in un'altra figura, trasformare, trasfigurare" mentre l'utilizzo di questo verbo al passivo potrebbe alludere all'azione di Dio. Dio dunque cambiò la figura, l'aspetto di Gesù: le sue vesti divennero sfolgoranti come quelle degli esseri sovrumani descritti nei testi apocalittici (Dan. 7, 9). E apparvero loro Elia e Mosè. I due protagonisti dell'Antico Testamento rappresentano il profetismo e la custodia della Legge divina. Leggiamo di una conversazione avvenuta tra Elia, Mosè e Gesù anche se purtroppo non troviamo alcun accenno al suo contenuto. 

Invece, troviamo le parole di Pietro che interrompe il dialogo per suggerire di montare tre tende sul monte. Il testo indica che queste parole scaturivano dal suo spavento. Ma spavento di cosa? Di questa apparizione? Con maggiore probabilità Pietro era ancòra spaventato dall'annuncio della sofferenza e della croce. Egli voleva dimorare e far dimorare Gesù nella glorificazione senza passare dalla sofferenza e dalla morte. Ma, prima di qualsiasi altra reazione, una nuvola - simbolo della gloria e del mistero divini - li adombra e da questa nuvola sentono una voce che dice: «Questo è il mio diletto Figlio; ascoltatelo». Dio stesso interviene con la sua voce per riconoscere Gesù come suo Figlio, confermando la sua identità di Servo sofferente prima (cronologicamente) di quella di re glorificato. L'anticipazione dura poco tempo e poi svanisce come un vapore che si dissolve al vento, d'un tratto i discepoli e Gesù si ritrovano da soli in una ristabilita normalità. 

Scendendo dal monte Gesù chiede loro di non dire nulla fino al momento della risurrezione del Figlio dell'uomo ma essi non capiscono di quale risurrezione sta parlando, e pensano alla risurrezione dei morti che avverrà nel giorno del Signore. Per questo motivo chiedono del ritorno di Elia come profeta escatologico. Ma egli chiarisce che l'Elia che molti aspettavano era già venuto nell'ufficio di Giovanni Battista. 

CONSIDERAZIONI FINALI 


Il brano che abbiamo approfondito è cruciale nella dinamica di svolgimento del Vangelo secondo Marco, seguendo immediatamente il centro costituito dal riconoscimento di Gesù come Cristo. La tensione crescente è sempre quella dell'aspettativa dei discepoli e della missione di Gesù. I discepoli desiderano un Messia vittorioso ma Gesù ribadisce di essere un Servo sofferente generando in questo modo un'incomprensione che si trascina nel tempo.

La manifestazione di Dio sul monte serve così a legittimare la divinità della missione di Gesù, la sua figliolanza divina e la sua appartenenza a quel mondo. 

Tuttavia è chiaro che la glorificazione spettante a Gesù deve arrivare dopo la sua sofferenza e morte, e forse è proprio di questo che Gesù parlava a Elia e Mosè. Pietro però rigetta questa sofferenza e vorrebbe piuttosto restare subito a dimorare nella gloria. Ma così non può essere e presto la nuvola della manifestazione della gloria di Dio svanisce, lasciando ai presenti solo la realtà del momento. E' chiaro che Pietro rappresenta il discepolo "tipo" di Gesù e, in questo, ciascuno di noi. Nessuno vorrebbe dover passare dalla sofferenza e dalla morte ma il messaggio evangelico è che tutto questo non è evitabile. Arriverà il tempo della glorificazione, dell'immortalità, ma quel tempo non è qui e ora. Quel tempo arriverà ma prima è necessario, e non è evitabile, passare dalla sofferenza e dalla morte. Forse questo è il più grande mistero esistente e non dobbiamo biasimare Pietro nella sua incomprensione. Anche noi siamo come lui, anche noi vorremmo evitare questo dolore. Ma Gesù ci chiede di avere fede in Dio e in lui. Chi ha visto, anche solo per un battito di ciglia, il bagliore delle vesti sfolgoranti sa che quella realtà ci sta aspettando, e lo sa con la certezza della fede. 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE


  • Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli Sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia Editrice, Brescia, 1995.
  • Santi Grasso - nuova versione, introduzione e commento, Vangelo di Marco, Figlie di San Paolo, Milano, 2003.

domenica 7 febbraio 2021

L'identità di Gesù e la consapevolezza dei discepoli

INTRODUZIONE


Possiamo identificare un preciso brano all’interno del Vangelo secondo Marco che ricopre il ruolo di fulcro e “cerniera” tra la prima parte dell’opera e la seconda. È già stato infatti più volte ribadito come questo vangelo sia composto da una prima parte tesa a dimostrare che Gesù è il Cristo - ovvero il Messia - (1:1-8:30) e una seconda parte con l’obiettivo di presentare Gesù come il Figlio di Dio (8:31-16:8) secondo la tesi affermata nella sua primissima frase in 1:1.

Le pericopi che si trovano in 8:27-30 e 8:31-38, dunque, costituiscono l’ultima parte della prima sezione e la prima parte della seconda in rapporto di continuità letteraria e teologica ma in discontinuità rispetto ai temi generali trattati dalle rispettive parti. Questa unica “armonia in tensione” vuole essere quindi introdotta dal presente approfondimento.


1. LO SLANCIO DELLA FEDE


Poi Gesù se ne andò, con i suoi discepoli, verso i villaggi di Cesarea di Filippo; strada facendo, domandò ai suoi discepoli: «Chi dice la gente che io sia?» Essi risposero: «Alcuni, Giovanni il battista; altri, Elia, e altri, uno dei profeti». Egli domandò loro: «E voi, chi dite che io sia?» E Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». Ed egli ordinò loro di non parlare di lui a nessuno.

Marco 8:27-30


Il contesto narrativo di questo episodio è quello del cammino di Gesù, che anticipa diversi avvenimenti che da qui in avanti accadranno proprio per strada (9:33, 10:17.32.46.52). Strada facendo, dunque, Gesù domanda ai discepoli chi la gente pensava che fosse. Loro rispondono con tre stereotipi diffusi nel proprio contesto storico:


  • Giovanni il Battista. Il Vangelo secondo Marco presenta Giovanni come il precursore del Messia (1:2-8) ed egli stesso era ritenuto dalla gente un profeta (11:32). Al momento di questo dialogo era già morto (6:17-19) ucciso da Erode, ma negli ambienti di corte Gesù che compie miracoli viene confuso con Giovanni risuscitato dai morti (6:16).

  • Elia. Questo profeta veterotestamentario asceso al cielo (2Re 2:1-13) nella tradizione biblica ha il compito di precedere la venuta del Messia:


«Ricordatevi della legge di Mosè, mio servo,

al quale io diedi sull'Oreb, leggi e precetti,

per tutto Israele.

Ecco, io vi mando il profeta Elia,

prima che venga il giorno del SIGNORE,

giorno grande e terribile.

Egli volgerà il cuore dei padri verso i figli,

e il cuore dei figli verso i padri,

perché io non debba venire a colpire il paese di sterminio».

Malachia 4:4-6


Nel Vangelo leggiamo che, proprio per questa attesa, alcuni lo ravvisano in Gesù (6:15).


  • Uno dei profeti. Evidentemente alcuni pensavano che Gesù fosse uno dei profeti, in modo implicito indicando con questa espressione un profeta biblico tornato in vita per gli ultimi tempi. Direttamente o indirettamente era diffusa infatti l’attesa di un profeta come aveva anche preannunciato lo stesso Mosè:


Per te il SIGNORE, il tuo Dio, farà sorgere in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta come me; a lui darete ascolto! 

Deuteronomio 18:15 


Queste attribuzioni tuttavia Gesù le conosce già e costituiscono solo una tappa verso la una seconda domanda che egli rivolge questa volta direttamente ai discepoli: «E voi, chi dite che io sia?». I lettori sanno fin dall’inizio che Gesù è il Cristo ma i discepoli, anche se devono averlo pensato in precedenza, si espongono solo ora. In realtà si espone unicamente Pietro in loro rappresentanza. La risposta sancisce l’apice e la conclusione della prima parte di questo vangelo: una proclamazione di Gesù come Cristo, Messia. Questo titolo tuttavia non può rappresentare un definitivo punto di arrivo perché suscettibile di fraintendimenti. Il Messia che attendevano i Giudei era un guerriero che avrebbe combattuto contro gli oppressori romani per ripristinare la sovranità nazionale di Israele. Il Messia descritto nell’Antico Testamento era spesso un re che, in virtù del suo ruolo e della sua elezione e vicinanza con Dio, agiva in rappresentanza del popolo (sebbene originariamente la figura regale non avesse questa connotazione: la monarchia israelitica da Davide in poi si è adoperata per assumere anche ruoli sacerdotali che non gli spettava). Gesù però è un Messia che prende le distanze da entrambe queste aspettative. Che tipo di Cristo è dunque Gesù?


2. LO SCANDALO DELLA SOFFERENZA


Poi cominciò a insegnare loro che era necessario che il Figlio dell'uomo soffrisse molte cose, fosse respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, e fosse ucciso e dopo tre giorni risuscitasse. Diceva queste cose apertamente. Pietro lo prese da parte e cominciò a rimproverarlo. Ma Gesù si voltò e, guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro dicendo: «Vattene via da me, Satana! Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini».

Chiamata a sé la folla con i suoi discepoli, disse loro: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio e del vangelo, la salverà. E che giova all'uomo se guadagna tutto il mondo e perde l'anima sua? Infatti, che darebbe l'uomo in cambio della sua anima? Perché se uno si sarà vergognato di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui quando verrà nella gloria del Padre suo con i santi angeli».
Marco 8:31-38


Per affrontare questo interrogativo Gesù continua a parlare con i suoi discepoli adottando un altro titolo similmente ambiguo: Figlio dell’uomo. Letteralmente identifica un essere umano, ma teologicamente identifica l’essere sovrumano che il profeta Daniele vide venire nel cielo sulle nuvole:


Io guardavo, nelle visioni notturne, ed ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figlio d'uomo; egli giunse fino al vegliardo e fu fatto avvicinare a lui;  gli furono dati dominio, gloria e regno, perché le genti di ogni popolo, nazione e lingua lo servissero. Il suo dominio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno è un regno che non sarà distrutto.

Daniele 7:13-14 


L’insegnamento scandaloso è che lo stesso Figlio dell’uomo che verrà nella gloria del Padre con i suoi angeli è chiamato, prima di questo, a soffrire, essere respinto e persino ucciso. Ma come: il Cristo vittorioso sugli oppressori, il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Yhwh deve essere ucciso? Ci accorgiamo di come questo rigetto, questa sofferenza, questa morte sia incompatibile con qualsiasi aspettativa del popolo ebraico, compresa quella dei discepoli stessi. E, sempre in loro rappresentanza, per questo motivo Pietro rimprovera Gesù: le sue parole potevano creare solo confusione, non avevano alcun senso. Ma Gesù è irreprensibile nella sua posizione e letteralmente risponde: “Vattene dietro di me”. Il tentativo diabolico è quello di sorpassare il Maestro, scansare il piano di Dio per affermare l’autonomia del progetto umano. Lo stesso discepolo che aveva riconosciuto pubblicamente Gesù come il Cristo voleva insegnargli come comportarsi e come raggiungere la vittoria. Ma questo è impossibile perché il piano di Dio per il suo Unto era stabilito dall’eternità e profetizzato persino centinaia di anni prima dal profeta Isaia:


Disprezzato e abbandonato dagli uomini,

uomo di dolore, familiare con la sofferenza,

pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia,

era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna.

Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava,

erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato;

ma noi lo ritenevamo colpito,

percosso da Dio e umiliato!

Isaia 53:3-4


Gesù aveva capito che i suoi discepoli avevano frainteso la sua missione in quanto Cristo e per questo motivo interviene così duramente, allargando poi l’insegnamento alla folla che lo stava ascoltando. Il progetto dell’Unto di Dio, del Figlio dell’uomo, era di perdere la sua vita per guadagnare quella di molti: vincere con una sconfitta. E i suoi discepoli, volenti o nolenti, se volevano essere tali dovevano percorrere questi suoi stessi passi. Chi si vergogna di abbracciare la sofferenza e il rigetto patite dal suo Signore sarà a sua volta oggetto di vergogna. Ma l’implicito è che chi invece sarà disposto a abbracciarle sarà riconosciuto nella gloria del Padre.


CONSIDERAZIONI FINALI


Dopo un'analisi esegetica si può approdare a qualche considerazione ermeneutica, applicativa. Come possiamo cogliere il messaggio di questo brano evangelico per noi, oggi? Di certo non viviamo nel fermento messianico della Giudea del I secolo ma la persona di Gesù riveste anche per noi un ruolo molto speciale. E anche noi possiamo avere delle aspettative su di lui plasmate dalla nostra immaginazione e dal nostro desiderio più ancora che da quanto rivelato nelle Scritture. Vorremmo un Gesù che tolga ogni sofferenza dal mondo, che scardini le ingiustizie con uno schiocco di dita, che annienti i regimi che opprimono, perseguitano e uccidono i suoi discepoli a migliaia anche nel nostro tempo. Ai nostri suggerimenti però, Gesù risponde come rispose a Pietro: Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini. Non è nella volontà di Dio intervenire in questo modo, ma attraverso la sofferenza del Figlio, una sofferenza che porta alla glorificazione. Dobbiamo dirci la verità: umanamente per noi non ha molto senso. Ma la fiducia che riponiamo in Cristo ci deve portare a oltrepassare questo baratro per approdare nella sponda che ci porta oltre noi stessi, oltre il nostro benessere, e raggiungere l’altro. Rinunciare a noi stessi, accogliere la sofferenza e seguire questo Cristo per essere accolto da lui nella gloria del Padre.
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