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domenica 14 marzo 2021

La trasfigurazione di Gesù

                                         INTRODUZIONE


Dopo aver commentato l'inizio del Vangelo secondo Marco, il seguente episodio della camminata sul mare di Gesù, la diatriba sulla purità, la sua proto-missione ai gentili e il dialogo con i discepoli sulla sua identità - che rappresenta lo snodo tra la prima e la seconda parte letteraria di questo vangelo - vorrei adesso soffermare l'attenzione sul più importante avvenimento che troviamo nel brano immediatamente successivo a quest'ultimo: la trasfigurazione di Gesù.


SEI GIORNI DOPO 


Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo, Giovanni e li condusse soli, in disparte, sopra un alto monte. E fu trasfigurato in loro presenza; le sue vesti divennero sfolgoranti, candidissime, di un tal candore che nessun lavandaio sulla terra può dare. E apparve loro Elia con Mosè, i quali stavano conversando con Gesù. Pietro, rivoltosi a Gesù, disse: «Rabbì, è bello stare qua; facciamo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia». Infatti non sapeva che cosa dire, perché erano stati presi da spavento. Poi venne una nuvola che li coprì con la sua ombra; e dalla nuvola una voce: «Questo è il mio diletto Figlio; ascoltatelo». E a un tratto, guardatisi attorno, non videro più nessuno con loro, se non Gesù solo.

Poi, mentre scendevano dal monte, egli ordinò loro di non raccontare a nessuno le cose che avevano viste, se non quando il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti. Essi tennero per sé la cosa, domandandosi tra di loro che significasse quel risuscitare dai morti.

Poi gli chiesero: «Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?» Egli disse loro: «Elia deve venire prima e ristabilire ogni cosa; e come mai sta scritto del Figlio dell'uomo che egli deve patire molte cose ed esser disprezzato? Ma io vi dico che Elia è già venuto e, come è scritto di lui, gli hanno anche fatto quello che hanno voluto».

Vangelo secondo Marco 9,2-13  

Questo episodio avviene "sei giorni dopo", ovvero sei giorni dopo il riconoscimento di Pietro del Cristo e il primo annuncio della Passione. Come già notato nell'approfondimento dedicato, questo riconoscimento poteva generare una certa incomprensione dovuta dal fatto che le attese messianiche del giudaismo di quel tempo si discostavano da quella che sarebbe stata la missione di Gesù, che per lo stesso motivo egli stesso ribadì in quella circostanza annunciando per la prima volta la sofferenza e la croce alla quale stava andando incontro. Questo avvenimento è il principale cardine letterario e teologico del Vangelo di Marco, che termina così la sua prima parte dedicata alla dimostrazione che Gesù è il Cristo (ma non nel senso comune nel termine in quell'epoca) e apre la sua seconda parte dedicata alla dimostrazione che Gesù è anche il Figlio di Dio. Ecco, dopo sei giorni da quel giorno Gesù porta i suoi tre discepoli più intimi su un alto monte, luogo che per eccellenza identifica la manifestazione e rivelazione divina nell'Antico Testamento. 

Nel luogo della teofania, dunque, Gesù fu "trasfigurato". Il termine originale utilizzato, metamorphoomai, significa "mutare in un'altra figura, trasformare, trasfigurare" mentre l'utilizzo di questo verbo al passivo potrebbe alludere all'azione di Dio. Dio dunque cambiò la figura, l'aspetto di Gesù: le sue vesti divennero sfolgoranti come quelle degli esseri sovrumani descritti nei testi apocalittici (Dan. 7, 9). E apparvero loro Elia e Mosè. I due protagonisti dell'Antico Testamento rappresentano il profetismo e la custodia della Legge divina. Leggiamo di una conversazione avvenuta tra Elia, Mosè e Gesù anche se purtroppo non troviamo alcun accenno al suo contenuto. 

Invece, troviamo le parole di Pietro che interrompe il dialogo per suggerire di montare tre tende sul monte. Il testo indica che queste parole scaturivano dal suo spavento. Ma spavento di cosa? Di questa apparizione? Con maggiore probabilità Pietro era ancòra spaventato dall'annuncio della sofferenza e della croce. Egli voleva dimorare e far dimorare Gesù nella glorificazione senza passare dalla sofferenza e dalla morte. Ma, prima di qualsiasi altra reazione, una nuvola - simbolo della gloria e del mistero divini - li adombra e da questa nuvola sentono una voce che dice: «Questo è il mio diletto Figlio; ascoltatelo». Dio stesso interviene con la sua voce per riconoscere Gesù come suo Figlio, confermando la sua identità di Servo sofferente prima (cronologicamente) di quella di re glorificato. L'anticipazione dura poco tempo e poi svanisce come un vapore che si dissolve al vento, d'un tratto i discepoli e Gesù si ritrovano da soli in una ristabilita normalità. 

Scendendo dal monte Gesù chiede loro di non dire nulla fino al momento della risurrezione del Figlio dell'uomo ma essi non capiscono di quale risurrezione sta parlando, e pensano alla risurrezione dei morti che avverrà nel giorno del Signore. Per questo motivo chiedono del ritorno di Elia come profeta escatologico. Ma egli chiarisce che l'Elia che molti aspettavano era già venuto nell'ufficio di Giovanni Battista. 


CONSIDERAZIONI FINALI 


Il brano che abbiamo approfondito è cruciale nella dinamica di svolgimento del Vangelo secondo Marco, seguendo immediatamente il centro costituito dal riconoscimento di Gesù come Cristo. La tensione crescente è sempre quella dell'aspettativa dei discepoli e della missione di Gesù. I discepoli desiderano un Messia vittorioso ma Gesù ribadisce di essere un Servo sofferente generando in questo modo un'incomprensione che si trascina nel tempo.

La manifestazione di Dio sul monte serve così a legittimare la divinità della missione di Gesù, la sua figliolanza divina e la sua appartenenza a quel mondo. 

Tuttavia è chiaro che la glorificazione spettante a Gesù deve arrivare dopo la sua sofferenza e morte, e forse è proprio di questo che Gesù parlava a Elia e Mosè. Pietro però rigetta questa sofferenza e vorrebbe piuttosto restare subito a dimorare nella gloria. Ma così non può essere e presto la nuvola della manifestazione della gloria di Dio svanisce, lasciando ai presenti solo la realtà del momento. E' chiaro che Pietro rappresenta il discepolo "tipo" di Gesù e, in questo, ciascuno di noi. Nessuno vorrebbe dover passare dalla sofferenza e dalla morte ma il messaggio evangelico è che tutto questo non è evitabile. Arriverà il tempo della glorificazione, dell'immortalità, ma quel tempo non è qui e ora. Quel tempo arriverà ma prima è necessario, e non è evitabile, passare dalla sofferenza e dalla morte. Forse questo è il più grande mistero esistente e non dobbiamo biasimare Pietro nella sua incomprensione. Anche noi siamo come lui, anche noi vorremmo evitare questo dolore. Ma Gesù ci chiede di avere fede in Dio e in lui. Chi ha visto, anche solo per un battito di ciglia, il bagliore delle vesti sfolgoranti sa che quella realtà ci sta aspettando, e lo sa con la certezza della fede. 


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE


  • Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli Sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia Editrice, Brescia, 1995.
  • Santi Grasso - nuova versione, introduzione e commento, Vangelo di Marco, Figlie di San Paolo, Milano, 2003.

domenica 7 febbraio 2021

L'identità di Gesù e la consapevolezza dei discepoli

INTRODUZIONE


Possiamo identificare un preciso brano all’interno del Vangelo secondo Marco che ricopre il ruolo di fulcro e “cerniera” tra la prima parte dell’opera e la seconda. È già stato infatti più volte ribadito come questo vangelo sia composto da una prima parte tesa a dimostrare che Gesù è il Cristo - ovvero il Messia - (1:1-8:30) e una seconda parte con l’obiettivo di presentare Gesù come il Figlio di Dio (8:31-16:8) secondo la tesi affermata nella sua primissima frase in 1:1.

Le pericopi che si trovano in 8:27-30 e 8:31-38, dunque, costituiscono l’ultima parte della prima sezione e la prima parte della seconda in rapporto di continuità letteraria e teologica ma in discontinuità rispetto ai temi generali trattati dalle rispettive parti. Questa unica “armonia in tensione” vuole essere quindi introdotta dal presente approfondimento.


1. LO SLANCIO DELLA FEDE


Poi Gesù se ne andò, con i suoi discepoli, verso i villaggi di Cesarea di Filippo; strada facendo, domandò ai suoi discepoli: «Chi dice la gente che io sia?» Essi risposero: «Alcuni, Giovanni il battista; altri, Elia, e altri, uno dei profeti». Egli domandò loro: «E voi, chi dite che io sia?» E Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». Ed egli ordinò loro di non parlare di lui a nessuno.

Marco 8:27-30


Il contesto narrativo di questo episodio è quello del cammino di Gesù, che anticipa diversi avvenimenti che da qui in avanti accadranno proprio per strada (9:33, 10:17.32.46.52). Strada facendo, dunque, Gesù domanda ai discepoli chi la gente pensava che fosse. Loro rispondono con tre stereotipi diffusi nel proprio contesto storico:


  • Giovanni il Battista. Il Vangelo secondo Marco presenta Giovanni come il precursore del Messia (1:2-8) ed egli stesso era ritenuto dalla gente un profeta (11:32). Al momento di questo dialogo era già morto (6:17-19) ucciso da Erode, ma negli ambienti di corte Gesù che compie miracoli viene confuso con Giovanni risuscitato dai morti (6:16).

  • Elia. Questo profeta veterotestamentario asceso al cielo (2Re 2:1-13) nella tradizione biblica ha il compito di precedere la venuta del Messia:


«Ricordatevi della legge di Mosè, mio servo,

al quale io diedi sull'Oreb, leggi e precetti,

per tutto Israele.

Ecco, io vi mando il profeta Elia,

prima che venga il giorno del SIGNORE,

giorno grande e terribile.

Egli volgerà il cuore dei padri verso i figli,

e il cuore dei figli verso i padri,

perché io non debba venire a colpire il paese di sterminio».

Malachia 4:4-6


Nel Vangelo leggiamo che, proprio per questa attesa, alcuni lo ravvisano in Gesù (6:15).


  • Uno dei profeti. Evidentemente alcuni pensavano che Gesù fosse uno dei profeti, in modo implicito indicando con questa espressione un profeta biblico tornato in vita per gli ultimi tempi. Direttamente o indirettamente era diffusa infatti l’attesa di un profeta come aveva anche preannunciato lo stesso Mosè:


Per te il SIGNORE, il tuo Dio, farà sorgere in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta come me; a lui darete ascolto! 

Deuteronomio 18:15 


Queste attribuzioni tuttavia Gesù le conosce già e costituiscono solo una tappa verso la una seconda domanda che egli rivolge questa volta direttamente ai discepoli: «E voi, chi dite che io sia?». I lettori sanno fin dall’inizio che Gesù è il Cristo ma i discepoli, anche se devono averlo pensato in precedenza, si espongono solo ora. In realtà si espone unicamente Pietro in loro rappresentanza. La risposta sancisce l’apice e la conclusione della prima parte di questo vangelo: una proclamazione di Gesù come Cristo, Messia. Questo titolo tuttavia non può rappresentare un definitivo punto di arrivo perché suscettibile di fraintendimenti. Il Messia che attendevano i Giudei era un guerriero che avrebbe combattuto contro gli oppressori romani per ripristinare la sovranità nazionale di Israele. Il Messia descritto nell’Antico Testamento era spesso un re che, in virtù del suo ruolo e della sua elezione e vicinanza con Dio, agiva in rappresentanza del popolo (sebbene originariamente la figura regale non avesse questa connotazione: la monarchia israelitica da Davide in poi si è adoperata per assumere anche ruoli sacerdotali che non gli spettava). Gesù però è un Messia che prende le distanze da entrambe queste aspettative. Che tipo di Cristo è dunque Gesù?


2. LO SCANDALO DELLA SOFFERENZA


Poi cominciò a insegnare loro che era necessario che il Figlio dell'uomo soffrisse molte cose, fosse respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, e fosse ucciso e dopo tre giorni risuscitasse. Diceva queste cose apertamente. Pietro lo prese da parte e cominciò a rimproverarlo. Ma Gesù si voltò e, guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro dicendo: «Vattene via da me, Satana! Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini».

Chiamata a sé la folla con i suoi discepoli, disse loro: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio e del vangelo, la salverà. E che giova all'uomo se guadagna tutto il mondo e perde l'anima sua? Infatti, che darebbe l'uomo in cambio della sua anima? Perché se uno si sarà vergognato di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui quando verrà nella gloria del Padre suo con i santi angeli».
Marco 8:31-38


Per affrontare questo interrogativo Gesù continua a parlare con i suoi discepoli adottando un altro titolo similmente ambiguo: Figlio dell’uomo. Letteralmente identifica un essere umano, ma teologicamente identifica l’essere sovrumano che il profeta Daniele vide venire nel cielo sulle nuvole:


Io guardavo, nelle visioni notturne, ed ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figlio d'uomo; egli giunse fino al vegliardo e fu fatto avvicinare a lui;  gli furono dati dominio, gloria e regno, perché le genti di ogni popolo, nazione e lingua lo servissero. Il suo dominio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno è un regno che non sarà distrutto.

Daniele 7:13-14 


L’insegnamento scandaloso è che lo stesso Figlio dell’uomo che verrà nella gloria del Padre con i suoi angeli è chiamato, prima di questo, a soffrire, essere respinto e persino ucciso. Ma come: il Cristo vittorioso sugli oppressori, il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Yhwh deve essere ucciso? Ci accorgiamo di come questo rigetto, questa sofferenza, questa morte sia incompatibile con qualsiasi aspettativa del popolo ebraico, compresa quella dei discepoli stessi. E, sempre in loro rappresentanza, per questo motivo Pietro rimprovera Gesù: le sue parole potevano creare solo confusione, non avevano alcun senso. Ma Gesù è irreprensibile nella sua posizione e letteralmente risponde: “Vattene dietro di me”. Il tentativo diabolico è quello di sorpassare il Maestro, scansare il piano di Dio per affermare l’autonomia del progetto umano. Lo stesso discepolo che aveva riconosciuto pubblicamente Gesù come il Cristo voleva insegnargli come comportarsi e come raggiungere la vittoria. Ma questo è impossibile perché il piano di Dio per il suo Unto era stabilito dall’eternità e profetizzato persino centinaia di anni prima dal profeta Isaia:


Disprezzato e abbandonato dagli uomini,

uomo di dolore, familiare con la sofferenza,

pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia,

era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna.

Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava,

erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato;

ma noi lo ritenevamo colpito,

percosso da Dio e umiliato!

Isaia 53:3-4


Gesù aveva capito che i suoi discepoli avevano frainteso la sua missione in quanto Cristo e per questo motivo interviene così duramente, allargando poi l’insegnamento alla folla che lo stava ascoltando. Il progetto dell’Unto di Dio, del Figlio dell’uomo, era di perdere la sua vita per guadagnare quella di molti: vincere con una sconfitta. E i suoi discepoli, volenti o nolenti, se volevano essere tali dovevano percorrere questi suoi stessi passi. Chi si vergogna di abbracciare la sofferenza e il rigetto patite dal suo Signore sarà a sua volta oggetto di vergogna. Ma l’implicito è che chi invece sarà disposto a abbracciarle sarà riconosciuto nella gloria del Padre.


CONSIDERAZIONI FINALI


Dopo un'analisi esegetica si può approdare a qualche considerazione ermeneutica, applicativa. Come possiamo cogliere il messaggio di questo brano evangelico per noi, oggi? Di certo non viviamo nel fermento messianico della Giudea del I secolo ma la persona di Gesù riveste anche per noi un ruolo molto speciale. E anche noi possiamo avere delle aspettative su di lui plasmate dalla nostra immaginazione e dal nostro desiderio più ancora che da quanto rivelato nelle Scritture. Vorremmo un Gesù che tolga ogni sofferenza dal mondo, che scardini le ingiustizie con uno schiocco di dita, che annienti i regimi che opprimono, perseguitano e uccidono i suoi discepoli a migliaia anche nel nostro tempo. Ai nostri suggerimenti però, Gesù risponde come rispose a Pietro: Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini. Non è nella volontà di Dio intervenire in questo modo, ma attraverso la sofferenza del Figlio, una sofferenza che porta alla glorificazione. Dobbiamo dirci la verità: umanamente per noi non ha molto senso. Ma la fiducia che riponiamo in Cristo ci deve portare a oltrepassare questo baratro per approdare nella sponda che ci porta oltre noi stessi, oltre il nostro benessere, e raggiungere l’altro. Rinunciare a noi stessi, accogliere la sofferenza e seguire questo Cristo per essere accolto da lui nella gloria del Padre.

domenica 17 gennaio 2021

La proto-missione di Gesù ai gentili



















INTRODUZIONE

Nella prima metà del Vangelo secondo Marco troviamo un termine e tema ricorrente: quello del pane.  Abbiamo, infatti, la prima moltiplicazione dei pani (6:30-44), la camminata di Gesù sulle acque quando i discepoli non riconoscono Gesù a causa del loro indurimento di cuore e del fatto di non aver capito la moltiplicazione dei pani (6:45:52). Successivamente troviamo l'accusa degli scribi e farisei a Gesù sempre riguardo i pani e il mangiare (7:1-22) alla cui fine l'autore commenta l'episodio dicendo letteralmente "Così dicendo, dichiarava puri tutti i pani".

Anche il racconto successivo comprende un dialogo sui pani in un contesto però decisamente particolare. Dal lago di Galilea, infatti, dopo questi avvenimenti Gesù esce dal territorio di Israele per andare nel territorio di Tiro e Sidone. La tradizione biblica considera queste due città come rappresentanti dei popoli pagani, malvisti dai Giudei. Ricordiamo infatti gli oracoli di Isaia al c.23: 

Oracolo contro Tiro.
Urlate, o navi di Tarsis!
Essa infatti è distrutta; non più case! Non c'è più nessuno che entri in essa!
Dalla terra di Chittim è giunta loro la notizia.
Siate pieni di stupore, o abitanti della costa,
che i mercanti di Sidone, solcando il mare, affollavano!

 Ma anche quelli di Zaccaria al c.9:

Tiro si è costruita una fortezza,
ha ammassato argento come polvere
e oro come fango di strada.
Ecco, il SIGNORE s'impadronirà di essa,
getterà la sua potenza nel mare,
ed essa sarà consumata dal fuoco.

L'intenzione di Gesù è quella di avviare la missione ai pagani soltanto dopo la Pasqua, perché dunque dirigersi in queste città? Sì, Gesù era già stato fuori da Israele (c. 5), ma non ha voluto trasformare il primo sconfinamento in un itinerario missionario. Questa volta sarà diversa? Per rispondere a queste domande non ci resta che addentrarci nella lettura del settimo capitolo di Marco. 

1. LA FEDE DELLA DONNA SIROFENICIA


Poi Gesù partì di là e se ne andò verso la regione di Tiro. Entrò in una casa e non voleva farlo sapere a nessuno; ma non poté restare nascosto, anzi subito, una donna la cui bambina aveva uno spirito immondo, avendo udito parlare di lui, venne e gli si gettò ai piedi. Quella donna era pagana, sirofenicia di nascita; e lo pregava di scacciare il demonio da sua figlia. Gesù le disse: «Lascia che prima siano saziati i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini». «Sì, Signore», ella rispose, «ma i cagnolini, sotto la tavola, mangiano le briciole dei figli». E Gesù le disse: «Per questa parola, va', il demonio è uscito da tua figlia». La donna, tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto: il demonio era uscito da lei.
 Vangelo secondo Marco 7:24-30

In modo apparentemente contraddittorio Gesù attraversa la regione di Tiro, entrando addirittura in una casa, ma senza volerlo far sapere a nessuno. La "casa" nel Vangelo secondo Marco è il luogo della riunione della comunità credente, è il luogo per eccellenza della comunità cristiana. Pur con reticenza, quindi, questa casa diventerà il luogo da cui Gesù avvierà una missione salvifica non più relegata a Israele ma aperta a tutti. O, perlomeno, un'anticipazione di questa missione. Pur vigendo in questa narrazione il segreto messianico, infatti, (ossia la volontà gesuana di mantenere segreta la sua identità per non rivelarsi prima del tempo) egli si trova in prima linea in quella che potremmo definire una proto-missione ai gentili. La presenza di Gesù non può restare nascosta e subito accorre a lui una donna che aveva una figlia tormentata dal demonio. 

La donna era pagana, proveniente cioè dall'ambiente culturale greco, molto probabilmente una cittadina libera di estrazione culturale alta. La sua etnia invece era sirofenicia. Avendo sentito parlare di Gesù si reca da lui manifestando da subito un sentimento di devozione e, certa della sua autorità spirituale, continua con insistenza (lo pregava..) a chiedere un intervento in favore di sua figlia. 

Gesù risponde prendendo nuovamente in causa il tema del "pane". Per la prima volta in presenza di una richiesta simile Gesù si rifiuta di intervenire, agendo così in modo imprevisto. Il motivo deriva dalla priorità dei "figli", ossia il popolo di Israele, a ricevere la salvezza rispetto ai "cagnolini", ossia i popoli pagani ai quali non spetterebbero i beni messianici. Nella tradizione biblica, infatti, i "cani" sono gli avversari persecutori, i peccatori, i popoli pagani, i falsi missionari. La salvezza dunque è riservata prioritariamente al popolo di Israele. 
A questo punto, però, la donna riconosce Gesù come Signore, dimostrando così un'adesione di fede eccezionale. Solo al termine del Vangelo verrà utilizzato questo titolo dal narratore (16:19-20), e solo nel capitolo seguente i discepoli riconosceranno Gesù come Messia (8:27-30). Questa donna, quindi, riconosce Gesù  nella sua identità messianica dimostrando così di avere una consapevolezza ancora più precoce e profonda di quella dei discepoli. La sua replica manifesta questa conoscenza e questa fede e davanti ad esse Gesù non può che esaudire la sua richiesta. Nell'episodio precedente Gesù aveva appena fatto crollare il muro che separava i cibi puri da quelli impuri e in questo egli, sulla perspicace e illuminata richiesta di una pagana, arriva a far crollare anche il muro di separazione tra i Giudei e i Gentili come anticipazione di quello che avverrà pienamente solo dopo la Pasqua.

2. LA GUARIGIONE DI UN SORDOMUTO


Gesù partì di nuovo dalla regione di Tiro e, passando per Sidone, tornò verso il mare di Galilea attraversando il territorio della Decapoli. Condussero da lui un sordo che parlava a stento; e lo pregarono che gli imponesse le mani. Egli lo condusse fuori dalla folla, in disparte, gli mise le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; poi, alzando gli occhi al cielo, sospirò e gli disse: «Effatà!» che vuol dire: «Apriti!» E gli si aprirono gli orecchi; e subito gli si sciolse la lingua e parlava bene. Gesù ordinò loro di non parlarne a nessuno; ma più lo vietava loro e più lo divulgavano; ed erano pieni di stupore e dicevano: «Egli ha fatto ogni cosa bene; i sordi li fa udire, e i muti li fa parlare».
Vangelo secondo Marco 7:31-37

In seguito all'incontro con la donna sirofenicia Gesù torna verso il lago di Galilea attraversando il territorio della Decapoli dove si era già recato in precedenza guarendo l'indemoniato di Gerasa. Ancora in un territorio pagano, dunque, conducono a lui un uomo che viene presentato solo per la sua malattia: la sordità e grande difficoltà a parlare. Dopo il riconoscimento della donna nella regione di Tiro Gesù non può più tirarsi indietro, tuttavia decide di accordare la richiesta di guarigione allontanando l'uomo dalla folla e intervenendo in privato. In seguito a precise azioni da terapeuta, l'uomo recupera l'udito e la libertà di linguaggio. La priorità di Gesù rimane per Israele e per l'attesa del tempo opportuno, per questo ordina di non divulgare questo miracolo, ma la folla pagana disobbedisce ripetutamente esternando il loro stupore e riconoscendo in lui l'azione di Dio nella creazione oltre che testimoniando questi evidenti segni messianici (cfr. Is. 29:18).

CONCLUSIONE


In seguito alla prima moltiplicazione dei pani, alla camminata sulle acque per raggiungere i discepoli, alla diatriba con gli scribi e i farisei, Gesù si reca all'estero dove, suo malgrado, verrà sorpreso dalla fede e dalla consapevolezza di una donna pagana che per questi motivi riceverà la liberazione a distanza della figlia indemoniata.

Dopo il crollo del muro di separazione tra cibi puri e impuri Gesù anticipa e inaugura così anche il crollo del muro di separazione tra Gentili e Giudei. Lo fa cercando di mantenere un certo segreto perché non è ancora il tempo della missione agli stranieri, ma non si tira indietro davanti allo stupore della pienezza di fede che essi possono avere, talvolta in modo ancora maggiore rispetto ai discepoli stessi. 

Dopo un primo incontro, dunque, Gesù abbandona ogni reticenza e nel territorio di Sidone guarisce dalla sordità un altro uomo, richiedendo riserbo e ottenendo un sempre maggiore stupore e séguito. 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE


  • Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli Sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia Editrice, Brescia, 1995.
  • Santi Grasso - nuova versione, introduzione e commento, Vangelo di Marco, Figlie di San Paolo, Milano, 2003.

domenica 3 gennaio 2021

La parola di Dio e la tradizione degli uomini


Achille Mazzotti, "Gesù tra gli scribi e i farisei" (1844). Roma, Accademia Nazionale di San Luca.

INTRODUZIONE

Nell'ottica di una lectio continua, dopo aver esposto e commentato l'episodio evangelico marciano della camminata sulle acque di Gesù, vorrei in questo approfondimento avanzare nel testo di riferimento per approfondire ora i primi versetti del settimo capitolo.

Riprendendo poche righe introduttive al Vangelo secondo Marco posso senz'altro ribadire la sua prima peculiarità letteraria, ossia il fatto di presentare nella sua primissima frase la sua tesi di fondo e l'impegno nello svolgimento del libro di dimostrarne la veridicità: che Gesù è il Cristo - ovvero il Messia - (1:1-8:30) e il Figlio di Dio (8:31-16:8).

La nostra attenzione anche in questo caso rimane nella prima metà del libro contraddistinta da temi messianici e sul regno di Dio. Gesù in questa parte di narrazione ha già insegnato nei villaggi, ha già inviato i discepoli dando loro potere sugli spiriti immondi, ha già moltiplicato miracolosamente i pani e i pesci e attraversato il mare camminando sulle sue acque. All'approdo sull'altra riva Gesù ha guarito tutti gli infermi che sono stati portati e lui ed è proprio lì, nei dintorni di Gennesaret, che arrivano infine dei visitatori.

1. L'ACCUSA DEI FARISEI


Allora si radunarono vicino a lui i farisei e alcuni scribi venuti da Gerusalemme. Essi videro che alcuni dei suoi discepoli prendevano i pasti con mani impure, cioè non lavate.  (Poiché i farisei e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani con grande cura, seguendo la tradizione degli antichi; e quando tornano dalla piazza non mangiano senza essersi lavati. Vi sono molte altre cose che osservano per tradizione: abluzioni di calici, di boccali e di vasi di bronzo e di letti). I farisei e gli scribi gli domandarono: «Perché i tuoi discepoli non seguono la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?» 
Marco 7:1-5

L'accorrere di molte persone vicino a Gesù alla fine del c.6 dimostra che si stava diffondendo la sua fama di Messia e i gruppi giudaici dei farisei e degli scribi della capitale Gerusalemme, comunque già molto scettici al suo riguardo, si sentono in dovere di raggiungerlo per esaminarlo. Naturalmente partono dall'osservare i suoi comportamenti e notano una cosa: alcuni suoi discepoli non si lavavano le mani prima di mangiare. Sappiamo che due terzi delle pericopi legali di Shammai e Hillel, rabbini contemporanei a Gesù, riguardano proprio il comportamento a tavola con una serie di norme ispirate al libro del Levitico. La regola farisaica in proposito prevedeva di lavaggio le mani fino al gomito prima di mangiare, ma anche delle abluzioni al ritorno del mercato, il lavaggio dei bicchieri, delle stoviglie e degli oggetti di rame. Ancor più di essere indicazioni igieniche erano comportamenti derivati da una teologia che divideva il mondo in oggetti e persone sacre e pure, oppure impure e profane. I lavaggi e le purificazioni dunque avevano il significato di rendere possibile l'avvicinarsi a Dio. Al contrario, disattendere questi precetti (che, sottolineo, erano patrimonio della tradizione degli antichi ossia la Torah orale e non degli Scritti sacri veterotestamentari che rappresentavano solo il punto di partenza della prescrizione poi interpretata e attualizzata) significava rendersi lontani da Dio. Questa prospettiva teologica era propria dei farisei ma rispettata da tutti i giudei: ecco quindi che possiamo comprendere quanto poteva essere scandaloso il comportamento dei discepoli di Gesù. Se egli era davvero il Messia, come potevano i suoi discepoli vivere in un situazione di impurità? La logica conclusione era solo una ossia il fatto che, seppur predicando il regno di Dio accompagnato da miracoli, Gesù non poteva essere il Cristo tanto atteso. Dunque, le cose stavano e stanno davvero così?

2. LA DUPLICE RISPOSTA DI GESÙ


E Gesù disse loro: «Ben profetizzò Isaia di voi, ipocriti, com'è scritto:
"Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il loro cuore è lontano da me.
Invano mi rendono il loro culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini".
Avendo tralasciato il comandamento di Dio vi attenete alla tradizione degli uomini». Diceva loro ancora: «Come sapete bene annullare il comandamento di Dio per osservare la tradizione vostra! Mosè infatti ha detto: "Onora tuo padre e tua madre"; e: "Chi maledice padre o madre sia condannato a morte". Voi, invece, se uno dice a suo padre o a sua madre: "Quello con cui potrei assisterti è Corbàn" (vale a dire, un'offerta a Dio), non gli lasciate più far niente per suo padre o sua madre, annullando così la parola di Dio con la tradizione che voi vi siete tramandata. Di cose simili ne fate molte».
Marco 7:6-13

Alla domanda - e accusa implicita - degli scribi e dei farisei Gesù risponde in due fasi con altrettante citazioni bibliche. Nella prima fase inizia con un tono da invettiva coinvolgendo un oracolo del profeta Isaia, che troviamo in 29, 13:

Il Signore ha detto: «Poiché questo popolo si avvicina a me
con la bocca e mi onora con le labbra,
mentre il suo cuore è lontano da me
e il timore che ha di me
non è altro che un comandamento imparato dagli uomini.

Nel confronto con il riferimento in Marco è facile constatare la diversità testuale di questo versetto sia rispetto alla versione ebraica Masoretica sia alla traduzione greca dei LXX sebbene il senso sia naturalmente il medesimo. La denuncia isaiana di un mero formalismo religioso svuotato da ogni partecipazione interiore devozionale viene rielaborata e attualizzata da Gesù applicandola al caso dei suoi accusatori. Egli poi continua la sua argomentazione distinguendo tra il comandamento di Dio e la tradizione che la prima volta viene associata "agli uomini", in antitesi appunto a quella di Dio, per poi indicarla direttamente ai farisei come "loro"(la tradizione vostra!). Attraverso quest'ultima espressione Gesù preannuncia il suo distacco dall'interpretazione giudaica della Scrittura, un distacco che non solo riconosce a riguardo della propria interpretazione ma anche a riguardo dell'originale progetto di Dio presente nella tradizione biblica. Proprio per evidenziare questa divergenza egli continua a parlare aprendo una seconda fase della sua risposta, prendendo in causa l'esempio del korbàn, ossia del sacrificio. Tra le dieci parole - i Dieci Comandamenti - che possiamo leggere in Esodo 20, infatti, troviamo il precetto di onorare il padre e la madre. Precetto che tuttavia la prassi giudaica del tempo reputava non vincolante nel caso in cui ciò che sarebbe servito al sostentamento dei genitori veniva destinato a diventare un'offerta sacra. L'intervento di Gesù evidenzia questa incoerenza presentando però anche un valore più alto da affidare alla volontà di Dio espressa nella Scrittura piuttosto che nella tradizione religiosa orale.

Queste risposte di Gesù in effetti divagano dalla stretta questione dei lavaggi e delle abluzioni di purificazione ma lo fanno senza dubbio in modo voluto, affrontando il problema in maniera più ampia circa la tradizione degli antichi e la parola di Dio. 

3. L'INSEGNAMENTO ALLA FOLLA E AI DISCEPOLI


Poi, chiamata la folla a sé, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e intendete: non c'è nulla fuori dell'uomo che entrando in lui possa contaminarlo; sono le cose che escono dall'uomo quelle che contaminano l'uomo. [Se uno ha orecchi per udire oda.]» Quando lasciò la folla ed entrò in casa, i suoi discepoli gli chiesero di spiegare quella parabola. Egli disse loro: «Neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che dal di fuori entra nell'uomo non lo può contaminare, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e se ne va nella latrina?» Così dicendo, dichiarava puri tutti i cibi. Diceva inoltre: «È quello che esce dall'uomo che contamina l'uomo; perché è dal di dentro, dal cuore degli uomini, che escono cattivi pensieri, fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, frode, lascivia, sguardo maligno, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive escono dal di dentro e contaminano l'uomo».
Marco 7:14-22

All'improvviso nella nostra narrazione scompaiono i farisei e gli scribi mentre Gesù chiama la folla che lo seguiva per insegnare loro in modo più approfondito sul tema appena affrontato. La sua sentenza è costruita in parallelismo antitetico tra "all'esterno" e "all'interno", negando la possibilità di contrarre impurità da una contaminazione esterna per affermare che essa, invece, proviene dall'interiorità dell'uomo. Come abbiamo già accennato prima le norme di santità del Levitico si basa sulla separazione tra il sacro-puro e l'impuro-profano. Gesù però oltrepassa questo concetto con il suo insegnamento mettendo a fuoco lo stile di vita e l'interiorità come fonte della contaminazione più che quello che si può trovare all'esterno. Ma un punto di vista così innovativo non viene compreso neanche dai suoi discepoli, ed è per questo che egli deve tornare con loro sull'argomento. Nel patto mosaico se il sacro incontrava il profano lo uccideva. Persone e oggetti dovevano passare determinati rituali per purificarsi e rendersi più accettabili a Dio. Gesù però sa che sta arrivando una nuova alleanza nella sua persona, che lui stesso avrebbe da lì a poco vissuto la morte e la distruzione dovuta al contatto sacro/profano e che avrebbe distrutto definitivamente questa separazione. Non a caso infatti al momento della sua morte la cortina che separava nel Tempio di Gerusalemme il luogo Santissimo dal luogo Santo si sarebbe squarciata da cima a fondo (Mc. 15, 38). Ecco, nella nuova alleanza il sacro non può più uccidere il profano perché questa morte è stata vissuta e immedesimata una volte e per tutte da Cristo. In questo modo il sacro se incontra il profano può santificarlo. Può cambiarlo da di dentro per poter cambiare le cose che vi escono. La contaminazione avviene all'interno ed è lì che Gesù promuove un cambiamento radicale guarendo alla radice e non, come facevano per tradizione i giudei, tagliando solo i rami più esterni. 

CONCLUSIONE


Sentendo parlare dei miracoli di Gesù alcuni esponenti dei gruppi giudaici degli scribi e dei farisei lo raggiungono per metterlo alla prova. Il loro scetticismo coglie l'occasione dell'inosservanza del lavaggio delle mani di alcuni suoi discepoli per accusarlo chiedendogliene conto. La risposta di Gesù non si fa attendere e alza la prospettiva sull' erroneità di gran parte del paradigma interpretativo farisaico, poggiante su tradizioni umane spesso in contrapposizione con la parola di Dio e i progetti divini così come esposti nella Torah scritta. L'innovazione di Gesù è incompresa dai suoi stessi discepoli, anche perché egli non aveva ancora compiuto fino in fondo la sua missione e vissuto il suo sacrificio vicario. Gesù però era ben consapevole anche del fatto che il sistema sacrificale levitico era prossimo a tramontare in quanto lui stesso era il sacrificio ultimo e definitivo che avrebbe abbattuto il muro di inimicizia tra il Padre e l'uomo. 

Noi credenti del XXI secolo però lo sappiamo e non abbiamo scuse nell'evitare di rispondere positivamente all'appello del Vangelo con consapevolezza e nella piena libertà della Grazia. Senza rimetterci sotto il giogo di tradizioni e interpretazioni che snaturano la genuina freschezza della parola di Dio contenuta nella Bibbia, sappiamo che la trasformazione della conversione quotidiana deve avvenire al nostro interno - nel nostro cuore - attraverso lo Spirito Santo grazie al sacrificio di Cristo voluto dal Padre. Ed è proprio a lui che rimettiamo noi stessi con piena fiducia, sapendo che colui che ha iniziato un'opera buona in noi la porterà anche a compimento. 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE 


  • Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli Sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia Editrice, Brescia, 1995.
  • Santi Grasso - nuova versione, introduzione e commento, Vangelo di Marco, Figlie di San Paolo, Milano, 2003.
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